Stati Uniti, c'è ancora chi apprezza i negozi di dischi indipendenti

A dispetto dell’opinione comune e della presenza sempre più ingombrante delle grandi catene come Wal-Mart e Target, negli Stati Uniti i piccoli negozi di dischi indipendenti non hanno ancora ammainato bandiera: per sopravvivere, però, diventa sempre più importante conoscere a fondo i propri consumatori e registrarne i mutamenti di comportamento di fronte all’evoluzione delle tecnologie e alle offerte della musica digitale. Cosciente di questo, la Association of Independent Music Stores americana (AIMS) ha condotto un’indagine nazionale a campione su oltre 1000 clienti delle aziende associate, arrivando ad alcune conclusioni interessanti e solo in apparenza scontate. Si scopre così che, a dispetto delle porte aperte dal Web e dal file sharing, per quattro intervistati su cinque il principale stimolo all’acquisto di un disco resta il consiglio e la raccomandazione da parte di un amico, assieme alla esperienza diretta di ascolto dal vivo. Molto meno influente (almeno per questa fascia di pubblico appassionato) risulta essere l’ascolto di un brano in radio (lo cita il 39 % del campione) o in tv (15 %), mentre solo il 16 % degli intervistati confessa di essere stato spinto all’acquisto da un articolo o una recensione apparsa su giornali o riviste specializzate.
Oltre tre consumatori americani di musica indie su cinque frequentano il negozio di fiducia più di una volta al mese, mentre nello stesso arco di tempo il 63 % non assiste a più di un concerto (preferendo di gran lunga i club alle arene, agli anfiteatri e ai palasport). Molti (l’85 %) scaricano musica da iTunes, anche se la maggioranza (il 65 %) non destina più del 10 % del suo budget musicale all’acquisto sui negozi “digitali” che si trovano su Internet. Molto frequentati anche YouTube (70 %) e MySpace (62 %), mentre una discreta percentuale di consumatori (il 46 e il 32 % rispettivamente) ascolta le radio on-line Pandora e Last.fm Last.fm. Tra chi accede a siti e blog musicali, il 78 % consulta Pitchfork, il 44 % l’edizione on-line di Rolling Stone e il 38 % Stereogum. Almeno per lo zoccolo duro degli appassionati, dunque, sembra che Internet e supporti “fisici” possano coesistere.
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