NEWS   |   Pop/Rock / 15/05/2009

Oi Va Voi, musica in sinagoga

Oi Va Voi, musica in sinagoga
Back to the roots, ritorno alle radici. Rimaneggiata ancora una volta la formazione gli Oi Va Voi riconvocano Kevin Bacon e Jonathan Quarmby, produttori del fortunato “Laughter through tears” (100 mila copie vendute nel 2003), e si mettono a far musica in sinagoga (come si conviene a dei londinesi di origine ebrea come loro). Così è nato “Travelling the face of the globe”, terzo album (o quarto, se si calcola anche il primo, ormai introvabile “Digital folklore” del 2002) della singolare band che combina in un sound moderno e cosmopolita pop rock di matrice anglosassone, club culture, folklore dell’Est europeo, musica klezmer e gitana. “In sinagoga”, spiega a Rockol il batterista Josh Breslaw, “abbiamo fatto tutta la preproduzione dell’album e anche una parte delle registrazioni. Ci hanno gentilmente messo a disposizione uno spazio grande e confortevole dove provare e mettere a punto le canzoni prima di entrare nello studio di registrazione vero e proprio. Era l’ambiente giusto, ovviamente in sintonia con le radici e l’identità culturale della band. Ma la nostra è stata anche una scelta dettata da motivi economici: siccome ci siamo finanziati il disco da soli non volevamo spendere inutilmente migliaia di sterline quando la nostra presenza in studio non era strettamente necessaria. Così ci siamo arrivati quando tutto era pronto, minimizzando i costi. Non che questo sia un disco low budget, tutt’altro, però non abbiamo sperperato denaro. Credo che sia un imperativo per tutti i musicisti, oggi, imparare a gestire con oculatezza le proprie finanze. Abbiamo ricevuto offerte da altre etichette, dopo la scomparsa della V2 che aveva pubblicato il nostro album precedente. Ma siccome in passato ci siamo sentiti lasciati a noi stessi e siccome le sorti di una casa discografica finiscono col ripercuotersi sulla tua carriera, abbiamo pensato che non ne avevamo più bisogno. Una volta presa la decisione non siamo più tornati indietro. E ti dirò che fare da soli è molto più eccitante. Abbiamo preso accordi con partner differenti sui vari mercati, ma non è che il marketing e la promozione siano molto diversi da quel che erano: solo che, questa volta, siamo noi a prendere tutte le decisioni senza dover sottostare alle scelte di qualcun altro. E’ una differenza sostanziale. Per una casa discografica è un lavoro come un altro, per noi è la vita”. Autonoma, dunque, anche la scelta di richiamare Bacon e Quarmby, i vecchi produttori: “Non per ricreare il vecchio sound”, precisa Josh, “ma per tornare a lavorare con gente che non ha bisogno di fare domande, di sforzarsi di capire chi siamo e cosa vogliamo essere. Nessuno al mondo ci comprende meglio di loro due. Gli abbiamo fatto ascoltare le nuove canzoni e se ne sono dimostrati entusiasti. Sono stati con noi dall’inizio, durante la preproduzione in sinagoga. Sapevamo di avere del buon materiale, ma in un certo senso Kevin e Jonathan hanno illuminato la strada guidandoci nella giusta direzione. Hanno messo a disposizione la loro grande abilità tecnica nella registrazione dei suoni e sono stati utilissimi nel ruolo di arbitri, quando all’interno della band c’erano delle divergenze sull’approccio a certe canzoni. Ogni volta che arrivavamo a un punto morto ci rivolgevamo a loro per un parere. Sono stati fondamentali nell’aiutarci a prendere le decisioni migliori”. Gli Oi Va Voi, intanto, erano sopravvissuti all’ennesimo mutamento di organico: dopo la violinista Sophie Solomon hanno perso un altro elemento chiave, il trombettista e autore Lemez Lovas, e cambiato ancora una volte voce solista (agli inizi, prima di diventare una star, era con loro anche Kt Tunstall): fuori Alice McLaughilin, sostituita da Bridgette Amofah, dentro la nuova violinista Anna Phoebe (al posto di Haylie Ecker delle Bond), David Orchant alla tromba e Lucy Shaw al basso (ci sarà modo di testarli subito, in Italia: lunedì 18 maggio alla Salumeria della Musica di Milano, martedì 19 al Circolo degli Artisti di Roma). Della formazione originale sono sopravvissuti in tre: Breslaw, Nik Ammar (chitarra) e Steve Levi (clarinetto e voce)…. “Siamo noi tre, oggi, a scrivere tutte le musiche. Siccome prima eravamo in sei a farlo, e poi in cinque, in un certo senso le cose si sono semplificate. Cambiare continuamente voce solista non è un grosso problema, anzi è stimolante. Siamo nati come gruppo strumentale e non abbiamo mai cacciato nessuno; semplicemente, molte cantanti prima o poi decidono di tentare la carriera solista. Bridget, che è di origini anglo-ghaniane, cantava saltuariamente con gli Oi Va Voi già da quattro anni, magari resterà con noi anche in futuro. E Anna suona con noi dal vivo già da un paio d’anni, sul palco è un elemento catalizzatore e una trascinatrice”. Nessuno dei nuovi arrivati ha radici ebraiche, però… “Vero, però ci siamo sempre io, Nik e Steve. Noi siamo il cuore della band e garantiamo che gli Oi Va Voi conservino la loro identità culturale, il progetto di mescolare una sensibilità pop anglosassone moderna con la cultura ebraica e dell’Est europeo”. Progetto esemplificato, nel nuovo disco, dall’inclusione di un pezzo in lingua yiddish, “S’brent”, il cui testo risale agli anni Trenta del secolo scorso. “Lo scrisse Mordechai Gebirtig, il più famoso poeta e folk singer Yiddish, credo nel 1936. Racconta l’episodio commovente di un villaggio dato alle fiamme. Non lo abbiamo inteso come un commento sull’Olocausto o sui fatti della Seconda Guerra Mondiale, volevamo solo raccontare una storia toccante da un punto di vista personale e creare uno sfondo musicale adeguato a quelle parole scritte tanto tempo fa. E’ una cosa che ci è sempre piaciuta, prendere l’antico e renderlo attuale. Tirar fuori il passato dai musei”. Missione compiuta: “S’brent’ ha lo spleen, la vitale malinconia tipica delle migliori pagine degli Oi Va Voi. “Laughter through tears”, “risate attraverso le lacrime”, appunto…“Sì, c’è sempre un’atmosfera agrodolce nella nostra musica, un contrasto tra gioia e tristezza. Non solo nei testi, ma anche per il tipo di strumentazione che utilizziamo, l’esuberanza della tromba contrapposta alla tristezza del violino. Crescendo abbiamo maturato una comprensione migliore dei nostri strumenti, un migliore controllo dell’espressione”. Nel disco nuovo, a partire dal titolo, ricorre continuamente un altro tema classico della band: quello del viaggio inteso come fuga, come flusso migratorio, ma anche come scoperta. “Musica e viaggio”, annuisce Josh, “vanno sempre a braccetto. La gente si muove, in massa o individualmente, e così fanno gli stili musicali. ‘Travelling the face of the globe’, la prima canzone che abbiamo scritto per il disco, è stata l’ispirazione per continuare a sviluppare il tema, il viaggio come esperienza fisica o mentale. Ha dato un’ossatura all’intero album, un tema unificante anche se non si tratta di un concept”. Memorie di viaggio, con gli Oi Va Voi? “Tante, tantissime. Ho un ricordo divertente del nostro ultimo nostro concerto a Istanbul. Dopo l’esibizione cercavamo un bar dove concludere la serata. Ne trovammo uno che non aveva ancora chiuso e che era attrezzato con un piccolo palco, una chitarra da quattro soldi e una pessima batteria elettronica. Ci lanciammo in una serie di vecchie canzoni rock’n’roll e sono sicuro di non avere mai suonato peggio in vita mia. I nostri discografici e i giornalisti presenti, invece, ne furono entusiasti”. A proposito di rock’n’roll: nel disco nuovo spicca l’inattesa partecipazione di Dick Rivers, Elvis Presley francese. “Per ‘Photograph’”, spiega Breslaw, “cercavamo una voce più matura, in tema con l’argomento della canzone che parla di un anziano e dei suoi ricordi del passato. Jonathan e Kevin, i produttori, ci hanno suggerito Dick con cui stavano lavorando a un nuovo album. Non lo conoscevamo, non avevamo idea che in Francia fosse una leggenda. Ma quando ha aperto bocca abbiamo capito perché”. E’ l’ennesimo pezzo “cinematografico” di una band che sembra nata apposta per sposare la sua musica alle immagini: “Non dirmelo, incidere una colonna sonora è il nostro sogno, la nostra grande ambizione. Pensiamo di avere gli ingredienti giusti. Strumenti a corda, strumenti a fiato, in pratica una orchestra completa. Chi ci piacerebbe? Tarantino, o i fratelli Coen. Eh, lo so, sto pensando in grande…”
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