Torna Sarah Jane Morris: 'Ho 50 anni, un nuovo inizio'

Torna Sarah Jane Morris: 'Ho 50 anni, un nuovo inizio'
U2 Il disco che esce oggi nei negozi si intitola “Where it hurts” (“dove fa male”) e arriva sulla scia della separazione dal compagno di una vita, David Coulter (ex Pogues). Quasi automatico bollarlo come il divorce album di Sarah Jane Morris. “In realtà molti dei miei amici lo chiamano il red album”, precisa lei, che in Italia ha trovato una nuova casa discografica presso la Nunflower di Stefano Senardi. “La copertina è rossa, un colore che si adatta bene al periodo che stiamo vivendo. E non tutte le canzoni del disco parlano della fine del mio matrimonio, il dolore di cui canto non è solo personale: riguarda tutti, il pianeta intero. Scrivere della mia esperienza mi ha aiutata a guarire. Dopo 25 anni di convivenza, io e il mio ex marito dovevamo trovare un modo per uscirne bene: e infatti oggi siamo ottimi amici. Ha ascoltato il disco e gli è piaciuto molto, anche se mi ha confessato che non gli viene voglia di sentirlo spesso. Spero che chi ascolta queste canzoni possa farle proprie, anche attribuendo loro un significato diverso. Ci sono, è vero, dei riferimenti molto personali: quella frase su Joe Strummer, in ‘You’re really nowhere at all’, l’ho messa perché lui aveva cantato con i Pogues. Mi serviva a ricordare a David che quella canzone parla di lui..”. Il divorzio, intanto, ha costretto la Morris a cercarsi anche un nuovo partner musicale. Non tutto il male vien per nuocere, perché ora al suo fianco c’è stabilmente Dominic Miller, il chitarrista di Sting. “E quando il suo datore di lavoro ha deciso di andarsene in tour con i Police, per la prima volta in quindici anni s’è trovato libero di fare altre cose. Ci conosciamo da tanto tempo, sono molto amica della sua ex moglie. Siamo nati lo stesso giorno, anche se lui ha un anno di meno, abbiamo entrambi un figlio che si chiama Otis…Due anni fa ci siamo incontrati in un caffè di Londra, vicino a Wimbledon dove vivevo all’epoca. Siccome il mio chitarrista se n’era andato in tour con Sinead O’Connor, gli ho fatto la proposta: da allora abbiamo cominciato a scrivere canzoni e a esibirci insieme dal vivo. Ora che Sting lo ha coinvolto nel suo nuovo progetto discografico lo avrò a disposizione part time. All’inizio, con la nuova band, suonavamo elettrico. Dopo qualche concerto siamo passati a una dimensione acustica, Dominic alla chitarra con le corde di nylon, Tony Remi all’acustica, e le cose hanno cominciato a funzionare sul serio. Ho una voce forte e potente, ma in quel contesto trovavo più spazio, non dovevo più spingermi al limite. Soprattutto, c’era modo di far sentire al pubblico le parole delle canzoni. In studio abbiamo fatto lo stesso. Tutto il disco è stato registrato dal vivo, buona la prima, in tre giorni di permanenza al Dairy Studio di Brixton: una scelta dettata dalla necessità economica, dal momento che ho dovuto autofinanziarmi, ma che alla fine si è rivelata perfetta. Eppure, per tutta la durata delle registrazioni le mie cuffie non funzionavano e ho dovuto andare a braccio….Concentrandosi su un solo strumento, Dominic e Tony hanno cavato il meglio di se stessi, tirando fuori le radici africane della musica. Anche quando apparentemente non c’entravano: per esempio in ‘A world to win’, che parla della lotta contro il regime militare in Birmania, o in ‘Warm welcomes cold goodbyes’, una delle canzoni che affrontano il tema del divorzio. Qualche giorno fa io e Dominic abbiamo scritto una nuova canzone in stile africano, il soggetto è Robert Mugabe. Lui vive in Francia, io in Inghilterra: ci incontriamo solo on the road. Capita che io gli canti una melodia e un testo al cellulare, lui in un’altra stanza prende la chitarra e in cinque minuti la canzone è fatta, pronta da testare la sera successiva sul palco”. Tra i nuovi collaboratori di Sarah Jane figura anche un italiano: Enrico Melozzi, la cui orchestra d’archi arricchisce il suono rigorosamente acustico del nuovo album. “L’ho incontrato un paio di anni fa agli Italian Film Awards di Roma”, spiega la Morris. “In quell’occasione mi aveva accompagnato in un’interpretazione di ‘Blue valentine’ di cui aveva curato gli arrangiamenti. Poi mi ha detto che lui e i suoi musicisti sarebbero stati lieti di fare qualcos’altro insieme. Ne è nato un disco classico-contemporaneo per voce, chitarra e 14 violoncelli che uscirà l’anno prossimo, con canzoni già note, quattro inediti firmati da me e un brano scritto apposta da Boy George. Ho scritto un testo per un motivo di Morricone da ‘C’era una volta in America’, e ho trasformato in canzone il “Chiaro di luna’ di Debussy. Mentre registravamo ho fatto ascoltare a Enrico il nuovo album su cui stavo lavorando e così ci abbiamo aggiunto anche alcune parti d’archi. L’Italia è la mia seconda casa, collaboro spesso con musicisti italiani: l’ultimo è stato Danilo Rea, il Natale scorso, per una serie di concerti per piano e voce”.
Scopertasi cantautrice dopo tanti anni da interprete pura, la Morris mantiene uno sguardo attento sul mondo, in canzoni “politiche” come “Promised land” (sul tema quanto mai attuale dell’immigrazione) e “Never forget how to dance”, scritta dopo il rilascio di un detenuto innocente, Kenny Richey, dopo 21 anni trascorsi nel braccio della morte. “Quella canzone in realtà parla anche di altre cose. Di mio padre, per esempio, che finì in prigione quando io avevo diciassette anni e che in galera ebbe occasione di conoscere i Birmingham Six, accusati di un attentato terroristico nel 1975. E siccome i Pogues, di cui il mio ex marito ha fatto parte, avevano scritto una canzone a sostegno dei Guidlford Four, ho avuto modo di conoscere personalmente Gerry Conlon. La canzone è ispirata a tutte queste persone, a tutti questi episodi. Ricordo un racconto di papà, quand’ero in carcere: scriveva pensieri e ricordi sul muro della cella, e un giorno una guardia lavò via tutto: per lui fu come se gli avesse cancellato un pezzo di vita. Volevo scrivere di cosa ti tiene in vita e sano di mente, quando sei recluso per un crimine che ritieni o sai di non avere commesso”. “Promised land” cita anche l’Italia, nel parlare dei disperati che si affacciano alle coste europee in cerca di un futuro migliore. “E’ un problema generale, a St. Leonards vicino ad Hastings dove vivo oggi vedo arrivare un sacco di clandestini, soprattutto dall’Est europeo. Mi è facile capire le motivazioni di un rifugiato politico, che in patria rischia la pelle per le sue idee. Ma questi disperati cosa sperano di trovare da noi, dov’è la loro terra promessa? Non esiste. Per questo ho scritto la canzone, raccontando storie diverse. Siamo rimasti in pochi, oggi, a cantare della realtà che ci circonda. Negli anni ’80 era diverso, in Inghilterra. Avevamo individuato un nemico, la Thatcher, la sua idea del ‘me’ e ‘adesso’ senza alcuna attenzione per il ‘noi’ e il futuro: quella mobilitazione produsse uno straordinario fermento creativo in tutte le arti. Ora c’è un gap generazionale, nessuno sembra più interessato alla politica o disposto a esprimere il suo dissenso. Io non ho risposte da dare e non sono la portavoce di un partito politico. Non voglio forzare nessuno ma mi interessa commentare quel che succede nella società. Cerco di scrivere canzoni relativamente commerciali che propongano un contenuto su cui riflettere a chi sceglie di ascoltare”. “Coal not dole”, tanti anni fa ai tempi dello sciopero dei minatori inglesi, fu il primo e per tanti anni sporadico esempio di questa sua vena di cantautrice “sociale”. “La riproporrò nel giro di concerti che io e Dominic terremo in Inghilterra come duo, iniziando ad agosto al Festival di Edimburgo. Saremo sul palco delle Assembly Rooms, dove entrambi abbiamo debuttato. E’ l’occasione per celebrare un anno importante, per me: ho compiuto cinquant’anni, ho divorziato, mi sono tagliata i capelli. E credo di avere appena fatto il miglior disco della mia carriera. I cinquant’anni non mi fanno paura, anzi li vivo come un punto di inizio. Sarà un one woman, one man show, con una sceneggiatura scritta da Michael Crompton, commediografo e autore televisivo oggi molto noto grazie alla serie ‘Silent witness’. In pratica, la storia della mia vita, e del mio percorso musicale”. Chi ha acceso la scintilla a Sarah Jane? “Sly and the Faimily Stone è il primo nome che mi viene in mente. Hanno cambiato il volto della soul music. A vederlo Sly sembrava un pappone, una persona poco raccomandabile… Ma la sua era musica fantastica, sembrava sempre sull’orlo del caos e invece restava incredibilmente compatta. Mi hanno ispirato Janis Joplin, Jimi Hendrix, la follia buffonesca di Captain Beefheart. Sono sempre stati i selvaggi ad intrigarmi, i talenti non addomesticati. Più recentemente ho amato la voce di Annie Lennox, che ammiro molto anche come persona: profonda e intelligente, attivissima nella beneficenza. E Kate Bush, che piace tanto a mio figlio che ha ambizioni cantautorali. Pazzesco che abbia composto ‘Wuthering heights’ quando aveva sedici anni!” E delle soul singer britanniche sue nipotine che ne dice? “Amy Winehouse è un talento genuino, peccato non sia stata abbastanza intelligente da preservarsi. Con lei la casa discografica ha fatto un lavoro eccellente di A&R, ha trovato gli autori e i musicisti giusti a rivestire il suo modo unico di cantare e fraseggiare. Le sue canzoni, con quel suono alla Phil Spector, parlano della sua vita e per questo risultano credibili. Mi piace anche Adele, scrive rispettando poco le strutture tradizionali, ogni tanto prende delle note davvero inusuali ed efficaci. Duffy invece non mi prende. Trovo orribile quel suo vibrato innaturale, mi fa accapponare la pelle. E anche Joss Stone mi sembra un talento sprecato: è bella e brava, avrebbe tutti gli ingredienti giusti ma insistono a farle cantare cose che non ha vissuto e che non le appartengono”.
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