NEWS   |   Italia / 06/05/2009

Mogol con gli Audio2: 'E pensare che non ero un loro fan'

Mogol con gli Audio2: 'E pensare che non ero un loro fan'
L’equazione parrebbe semplice, quasi intuitiva: Mogol insieme al duo più battistiano che ci sia per provare a rievocare quell’antico, magico sodalizio dei tempi che furono. E invece no: i tempi sono cambiati, le cose non stanno esattamente così, e “MogolAudio2”, in uscita per la Carosello venerdì 8 maggio, nasce e si propone in pubblico con l’ambizione di affrancarsi da quello scomodissimo termine di paragone. “L’avessi pensata così mi sarei mosso prima invece di aspettare quindici anni, vi pare?”, spiega Giulio Rapetti/Mogol, accreditato sul fronte copertina (ed è una novità assoluta) come contitolare del disco in quanto autore dei testi delle dieci canzoni: tanto per ribadire che questo è un disco autorale come oggi se ne trovano sempre meno in giro. “Invece”, confessa, “io gli Audio2 li conoscevo poco e, a esseri onesti, non li avevo neppure mai particolarmente apprezzati. Mi era piaciuta ‘Acqua e sale’, anche se da pignolo quale sono avevo avuto qualche perplessità sul testo. E quando mi hanno proposto questa collaborazione, all’inizio ho rifiutato proprio per evitare l’associazione di idee con Battisti”. Lo hanno preso al lazo con un piccolo tranello: Barbara, sorella gemella di sua moglie e consorte di Francesco Migliacci (ideatore dell’accoppiata e coproduttore del disco con Mogol, gli Audio2 e il fratello Ernesto), gli ha fatto ascoltare in auto una canzone fantasma cantata in lingua inglese (che sarebbe poi diventata “L’ultimo ballo”). Il “gancio” ha funzionato, e una volta messo di fronte alla realtà dei fatti il paroliere non s’è più tirato indietro. “Ho sentito quei violini che esprimevano solitudine e angoscia, e mi è venuta voglia di scrivere. Ne è venuto fuori un pezzo sul dolore che provoca la perdita di un amore, lo stesso tema di ‘Mister nessuno’. Solo che i due protagonisti sono diversi: il primo reagisce con dignità, accettando la realtà dei fatti. Mentre il secondo, più fragile, se ne costruisce una illusoria”.
Gli Audio2, onorati dalle attenzioni del maestro, si sono anche stupiti della sua rapidità d’azione, “della sua facilità e leggerezza di scrittura”, racconta Giovannni Donzelli. “Anche se”, aggiunge Vincenzo Leomporro, “il lavoro sul disco è durato più di un anno e tutto – composizione, produzione, arrangiamenti, scelta dei musicisti – è stato curato in maniera certosina”. “Io”, spiega Mogol, “non ho mai appunti o idee già abbozzate sul quaderno, prima di mettermi a scrivere. E’ la musica a dettarmi le parole, a suggerirmi l’atmosfera. A farmi immaginare una situazione. Prendo spunto dalla vita di tutti i giorni, mia o delle persone che osservo intorno a me, e non sempre i protagonisti delle mie canzoni mi assomigliano. Non amo raccontarmi bugie come il protagonista di ‘Mister nessuno’, che assomiglia a quello di ‘Non è Francesca’. ‘Libertà’ non mi appartiene quanto ‘Il sorriso di un cactus’, che ho scritto pensando a mia moglie. Mi identifico anche con il protagonista di ‘Autostop’, perché ho sempre amato l’avventura. E poi adoro quel suono alla Dire Straits che la caratterizza” (alla chitarra c’è Phil Palmer, navigatissimo session man che con la band di Mark Knopfler ha collaborato in un ormai lontano passato, ndr). La pagina bianca non mi fa paura: vado in scioltezza, senza stress o angoscia, provo piacere nello scrivere con la convinzione che saprò tirar fuori qualcosa di buono. Ho sempre fatto così anche se ora il mio lavoro è facilitato: una volta Lucio, Adriano o Riccardo mi facevano ascoltare le canzoni alla chitarra o al pianoforte mentre avevamo il caffè sul fuoco. Oggi avere subito a disposizione un provino simile alla versione finale mi aiuta a cavar fuori con più precisione il senso della canzone”. “E infatti”, confermano gli Audio2, “tra noi è scattata una sintonia immediata. Certi testi sono venuti esattamente come li avremmo voluti scrivere noi”. Il più chiacchierato è ovviamente “La voce di un amico”, che Mogol aveva scritto pensando a Celentano e che l’interessato ha mostrato di non gradire. “Ci sono rimasto male, inutile negarlo. Non è un testo offensivo, tutt’altro: è un omaggio ironico e affettuoso. Ho tolto il riferimento al suo nome per rispettare la sua volontà. Lo conosco da 35 anni e gli voglio bene. Episodi come questo non cambiano i miei sentimenti nei suoi confronti”.
Intanto, forse, è nato un nuovo, duraturo sodalizio: “Se gli Audio2 continuano a scrivere musiche di questa qualità, perché no? Le canzoni di questo disco, per noi che non possiamo puntare sull’immagine, sono una ricerca di credito sul mercato: nella loro rotondità mi ricordano gli anni d’oro della canzone italiana, i Settanta e gli Ottanta. Non posso dire con certezza quello che succederà. Non amo fare programmi, agisco sempre d’istinto e non credo che siamo padroni al 100 per cento della nostra esistenza. Ci ho anche scritto sopra qualche aforisma: ‘Flettersi al destino potrebbe servire a rabbonirlo’. O anche: ‘L’intuizione è il seme, la pianta è il regalo del destino’. Sono maturati gli Audio2 o era il mio giudizio iniziale ad essere affrettato? Non saprei rispondervi. Quel che è certo è che gli artisti non crescono in maniera aritmetica: il futuro è nelle mani di Dio, della loro volontà di applicarsi, delle opportunità che gli si presentano. Dobbiamo finirla col pensare che i talenti vadano ricercati, scovati: vanno costruiti, piuttosto, perché tutti gli esseri umani – seppure in campi diversi – sono in grado di essere creativi. Faccio mia la massima di Thomas Alva Edison: il talento è per l’1 % ispirazione, per il 99 % traspirazione, sudore. Io, da piccolo, ero stonato come una campana. E oggi, con il filo di voce che mi ritrovo, sono diventato intonato e posso cantare arie d’opera, come quelle che ho scritto insieme a Gianni Bella. Tutta questione di allenamento”. I talent show che impazzano in televisione sono la palestra giusta? “Beh, lasciatemi ricordare che da 16 anni dirigo una scuola che ha diplomato 1.700 allievi. Lavoriamo con una didattica innovativa, in silenzio e senza applausi: e quando ho visto Arisa trionfare a Sanremo ho pensato che uno dei nostri finalmente era passato dalla cruna dell’ago. Siamo un ente non profit, e ringrazio una legge bipartisan che con 100 mila euro all’anno ci permette di sopravvivere. Ma col tempo ho capito che non basta preparare artisticamente i ragazzi, per raggiungere il successo ci vuole anche la promozione. E la promozione, purtroppo, oggi non segue criteri meritocratici. Le scuole televisive sono l’altra faccia della medaglia, nascono con intenti spettacolari. Forse ognuno dovrebbe fare il suo lavoro: noi preparare gli artisti, loro presentarli al pubblico. Ma purtroppo oggi le cose non vanno così, la cultura popolare non interessa a nessuno. Eppure è l’unico strumento di formazione dei giovani, l’unico stimolo alla crescita di un popolo”.
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