Black Sabbath ai tempi di 'Paranoid' : 'Eravamo moschettieri, non satanisti'

Black Sabbath ai tempi di 'Paranoid' : 'Eravamo moschettieri, non satanisti'
Quasi irriconoscibile. Massiccio, con i capelli ingrigiti tirati all’indietro, sul volto e nel fisico le cicatrici di quarant’anni di rock’n’roll life vissuta con il pedale dell’acceleratore schiacciato, il Bill Ward di oggi assomiglia ben poco a quello ventiduenne immortalato nel libretto dell’edizione rimasterizzata di “Paranoid”, barba, baffi e capelli ondulati sulle spalle. Il carattere però è ancora lo stesso, determinato e volitivo: l’ex batterista dei Black Sabbath, che si prepara a sfornare un disco con la sua nuova band, non prende parte alla reunion sotto la sigla Heaven And Hell (con Ronnie James Dio, e Vinnie Appice in sua vece) per “divergenze artistiche” con i vecchi compagni circa le nuove registrazioni di studio destinate a un box antologico prossimo venturo. Parla volentieri, al contrario, dei vecchi tempi e di quel “Paranoid”, anno di grazia 1970, che la Universal celebra oggi con una tripla edizione deluxe arricchita dal raro mixaggio quadrifonico del 1974, outtakes e versioni alternative di prammatica. Anche se precisa subito che non si tratta del suo disco preferito: “Ci sono cose che mi piacciono di più, in effetti. Per esempio la title track del nostro primo album, ‘Black Sabbath’, il nostro primo punto di incontro che nel tempo è diventato l’inno ufficiale della band. E dei nostri primi tre album il mio preferito rimane ‘Master of reality’. Chiude la trilogia iniziale e demarca in un certo senso la fine di un’era, evidenziando al meglio le nostre qualità musicali. Prima di cominciare a registrare ‘Volume 4’ ci prendemmo finalmente una piccola pausa e quando ricominciammo iniziò un nuovo capitolo”. “Paranoid” resta però il disco più famoso e apprezzato della band di Aston, dintorni di Birmingham: tutto merito dell’omonima canzone? “Certo il successo del singolo ci aiutò. Avevamo già uno zoccolo duro di fan, in Inghilterra e nel resto d’Europa, ma quando quel pezzo uscì come 45 giri attirò l’attenzione di un pubblico diverso, quello che comprava i singoli ma che non necessariamente avrebbe acquistato il nostro prossimo album”. Qualche canzone preferita, sull’album? “Su due piedi scelgo ‘War pigs’, anche per il tipo di reazione che ha sempre suscitato nel pubblico durante i concerti. E’ l’anthem del disco, non ci sono dubbi. Eravamo nel pieno del conflitto in Vietnam e volevamo dichiarare la nostra avversione nei confronti di tutte le guerre. Come tutti i nostri pezzi nasceva da un’improvvisazione, mentre ci lavoravamo avevamo a disposizione diversi testi alternativi e titoli provvisori. Così passammo da ‘Walpurgis’ a ‘War pigs’, il titolo definitivo arrivò solo all’ultimo momento”.
Brani come “Planet caravan”, jazzy e psichedelica soprattutto nella alternate take contenuta nella nuova edizione, ricordano che, a dispetto degli stereotipi, la musica dei primi Sabbath era ricca di sfumature, di cambi di tempo e d’atmosfera, tutt’altro che monodimensionale. “Grazie, mi fa piacere che tu l’abbia notato. Siamo sempre stati una band versatile. Soprattutto all’inizio, con pezzi come ‘Planet caravan’ e ‘Solitude’, decidemmo di mostrare la varietà dei nostri gusti e delle nostre influenze. Tony (Iommi), per esempio, suona benissimo il pianoforte e ha una formazione da chitarrista classico. Abbiamo avuto la fortuna di godere di un’educazione musicale ricca e variegata. Negli anni Sessanta in giro c’era tutta la migliore musica immaginabile, nel campo del blues americano come in quello del rock britannico. Ascoltavamo ancora il jazz degli anni Quaranta e il rock’n’roll dei Cinquanta, il terreno era estremamente fertile. Tuttte quelle influenze erano identificabili, fin dall’inizio, nella musica dei Black Sabbath, e ognuno di noi aveva qualcosa da insegnare agli altri. Grazie a quel retroterra imparammo a suonare facendo molta attenzione alla dinamica. Oggi se ne curano in pochi, a noi veniva naturale perché era così che avevamo imparato a suonare dal vivo”.
Nelle note di copertina di “Paranoid”, Ward ricorda il periodo come un momento di grazia e di fortissima solidarietà di gruppo. Nessun momento di grazia, però, dura in eterno… “Era un’unione fortissima, la nostra, e in un certo senso sopravvive tuttora sul palco. Quando abbiamo fatto l’ultimo tour europeo, tre o quattro anni fa, ci siamo risentiti ancora come quattro moschettieri. Abbiamo riscoperto lo stesso cameratismo, la stessa comunanza di spirito di un tempo. Tutto ciò che ci stava a cuore quando eravamo giovani è ancora lì, quando suoniamo insieme dal vivo. Anche se nella vita abbiamo preso strade diverse, sentiamo ancora quella forma di energia. Perché finì tutto, a un certo punto? Per i soliti motivi: soprattutto per il consumo vorace di alcol e di narcotici. Fu quello, il principale elemento di disturbo”. Quattro personalità differenti, i Black Sabbath degli esordi: uno per tutti e tutti per uno. “Sì, ognuno di noi sapeva di poter contare sugli altri tre. Eravamo molto diversi uno dall’altro, eppure incredibilmente simili. Ozzy, come sempre, parlava a mitraglia, una sentenza dietro l’altra. Dovevi solo annotare su un taccuino quello che diceva ed ecco fatto, avevi bell’e pronto lo spunto per una canzone. E’ fatto così, le cose gli sgorgano fuori spontaneamente senza che debba starci sopra a pensare. Geezer non è solo un ottimo bassista ma anche un eccellente autore e paroliere, sebbene ultimamente sia meno prolifico di un tempo. Anch’io e Ozzy scrivevamo testi, ma quelli di Butler erano decisamente più interessanti dei nostri. Tony, con la sua chitarra, si prendeva carico dei riff, degli accordi e della struttura musicale dei pezzi: io, Geezer e Ozzy reagivamo d’intuito e contribuivamo alla costruzione del pezzo: suggerivamo l’inserimento di un ‘ponte’, dicevamo la nostra su melodie e arrangiamenti, discutevamo testi e titoli di canzoni. Ognuno di noi interagiva con gli altri e con quello che accadeva intorno: le mie parti di batteria non avevano ragione di essere se non in risposta alle linee di basso di Geezer, e viceversa. Ci siamo sempre divisi il carico del lavoro più o meno in parti uguali”. Anche magia nera e satanismo erano una passione comune? O piuttosto un trucco illusionistico, un espediente di marketing per attirare l’attenzione?: “Tutti noi eravamo interessati al soprannaturale, al lato oscuro delle cose, ai risvolti morbosi della realtà. Personalmente ho sempre provato attrazione per gli argomenti tabù, per gli strumenti di tortura, Mi ha sempre interessato osservare le atrocità che gli esseri umani si infliggono a vicenda. Ho avuto un’educazione religiosa che mi ha portato a esprimere animosità e sentimenti contrastanti nei confronti di Dio. Tutti noi amavamo i film horror, Tony adorava l’effetto da brividi delle quinte diminuite, quelle sequenze di note che anch’io utilizzo tuttora nella mia musica per quel senso di minaccia incombente che trasmettono. Ci piaceva suonare musica inquietante, produrre suoni che fanno accapponare la pelle, anche se le nostre canzoni non parlavano necessariamente di Dio o di Lucifero, del bene e del male. Però non abbiamo mai voluto uscire dal seminato, essere identificati come una band satanica compiendo deliberatamente gesti che potessero attrarre un certo tipo di pubblico e di attenzioni. Il fatto è che agli inizi della nostra carriera eravamo in balìa della nostra casa discografica (la Vertigo, ndr). Furono i discografici ad alimentare quell’immagine e andammo su tutte le furie, quando vedemmo la copertina del nostro primo album: quella croce rovesciata (simbolo classico del satanismo, ndr) riprodotta all’interno della busta ci procurò solo dei guai. Non ne sapevamo niente, eravamo in studio a completare il lavoro e a quelle cose non pensavamo. Ci trovammo davanti al fatto compiuto… La stessa cosa accadde più tardi con la copertina di ‘Sabbath bloody sabbath’: la più bella della nostra discografia, a mio avviso, non fosse per quella detestabile immagine di una donna adagiata in una bara con un crocifisso. Problemi di cattiva gestione, potremmo chiamarli: alla casa discografica premeva vendere dischi e farci diventare delle rockstar, non si curava di ciò che era realmente importante per la band. Da parte nostra noi eravamo estremamente protettivi nei confronti della nostra musica e, ai tempi, non così smaliziati o ambiziosi. Ci facevamo semplicemente il mazzo, sera dopo sera, sul palco. Ci bastava veder crescere progressivamente la nostra popolarità, guadagnare più denaro con gli ingaggi, essere chiamati a suonare in posti più prestigiosi”. Con Led Zeppelin e Deep Purple erano ormai i caposcuola dell’hard rock: c’era rivalità, competizione? “No, sentivamo di occupare un posto diverso. Ci conoscevamo e ci rispettavamo a vicenda, piuttosto. Eravamo sempre curiosi di conoscere le loro prossime mosse, ma non ci ponevamo mai a confronto con quello che facevano loro. Il tutto si limitava a qualche sfottò reciproco. Avevamo molta fiducia in noi stessi, sapevamo di avere la nostra identità e di essere in continua progressione. Era affascinante, allora, incrociare le strade con loro e tanti altri musicisti che all’epoca si incontravano on the road”. “On the road” i Black Sabbath hanno costruito la loro reputazione, messo a repentaglio la loro salute. Storie classiche di rock’n’roll: “Ricordo un episodio, anni Settanta in America. Reduci da un tour interminabile eravamo tutti in condizioni pietose, letteralmente stramazzati a terra in camerino prima del concerto. Dieci minuti prima di entrare in scena il tour manager ci obbligò a rimetterci in piedi e a trascinarci sul palco. Ci sostenevamo letteralmente a vicenda. Iniziammo in orario e mandammo il pubblico in visibilio, dando il tutto per tutto. Tornati nel backstage collassammo esattamente nella posizione in cui ci trovavamo prima del concerto. A pezzi, sudati, ammalati e bisognosi delle cure urgenti di un medico. Sono queste le cose che mi rendono orgoglioso di aver fatto parte dei Black Sabbath”.
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