Piers Faccini, il folk inglese e la musica napoletana: 'Per me si assomigliano'

Piers Faccini, il folk inglese e la musica napoletana: 'Per me si assomigliano'
I rilievi montuosi delle Cévennes (non distante da Nimes e Montpellier), invece delle freeways congestionate di Los Angeles. Il “giro” degli amici parigini al posto degli special guests altisonanti del disco precedente, Ben Harper e i musicisti di Jack Johnson. Con “Two grains of sand”, uscito nei negozi in questi giorni, Piers Faccini, cantautore inglese sensibile e delicato con sangue italiano nelle vene, riporta la sua musica a casa, in una dimensione intima e familiare. Scelta artistica, o dettata piuttosto da considerazioni di praticità e opportunità economica? “Ma no, è che ci tenevo a non ripetermi”, ci spiega in un ottimo italiano che tradisce le sue ascendenze e i saldi legami con la nostra terra (ha sposato una napoletana). “Ho avuto la possibilità di tornare in studio con JP Plunier, scopritore di Ben Harper e produttore del mio disco precedente, ‘Tearing sky’. Ma stavolta, senza per questo sconfessare le influenze americane che mi porto dentro, sentivo il bisogno di recuperare un certo gusto europeo nei suoni e negli arrangiamenti. E avevo anche voglia di lavorare in tranquillità, senza fretta e per conto mio: quale posto migliore allora del piccolo studio che mi sono costruito in casa, in mezzo alla campagna, al silenzio e ai grandi spazi? Senza l’assillo dei costi che salgono e del tempo che stringe riesco a essere molto più produttivo. Mi sono preso tutto il tempo necessario, tanto che dalla scrittura delle canzoni al disco finito è passato un anno intero. E alcuni pezzi sono rimasti quello che erano in origine, voce e chitarra acustica (compresa una splendida Martin 018 che Piers ha acquistato a Claremont, California, nel negozio della famiglia Harper). ‘Tearing sky’, per precisa scelta di Plunier, era un disco quasi non arrangiato, molto vuoto, parco di elementi armonici. Stavolta ho voluto vestire le canzoni con qualche colore in più, ho cercato di dipingere un panorama più vasto e più vario”, sottolinea Piers suggerendo istintivamente un parallelo con l’altro suo grande amore, la pittura figurativa (artisti di riferimento: Cézanne, Balthus, Giorgio Morandi, Francis Bacon).
La sua musica, d’altra parte, non manca di suggestioni visive: ‘Tearing sky’, secondo una sua stessa definizione, evocava immagini di mare e di deserto. In “Two grains of sand” sembrerebbe invece di cogliere umori più piovosi e temporaleschi (“A storm is going to come” è uno dei titoli in scaletta..). Giusto? “Può essere. Difficile per me spiegare a parole la mia musica. Ma forse c’è davvero più vegetazione in questo album, un paesaggio più variegato. Più fiumi e montagne, dove ‘Tearing sky’ era più arido e desertico. C’entra sicuramente il posto in cui vivo, ma è un processo del tutto inconsapevole”. Sopravvivono, del disco precedente, certe evidenti influenze africane nei ritmi di “Home away from home” o “Your name no more”, mentre “Time of nought” ricorda molto lo stile di Davy Graham, il maestro inglese della chitarra acustica scomparso di recente. “Non a caso”, conferma Piers, “Graham attingeva molto alla musica araba e marocchina. Un genio, che ha influenzato intere generazioni di chitarristi acustici ma anche elettrici, a cominciare da Jimmy Page. Quella è forse la mia prima canzone a svelare un’influenza araba così diretta. Il primo pezzo del disco, la title track, ha invece un ritmo quasi brasiliano. Sono i miei ascolti e le mie passioni musicali che vengono fuori un po’ per volta”.
Se in passato si è parlato di sintonia con Jack Johnson e Ben Harper, stavolta può valere un paragone con l’intimismo lirico di un Damien Rice? “Mi piace ma non percepisco tutta questa affinità, a essere sincero. La sento piuttosto nei confronti di musicisti/poeti come John Martyn, Nick Drake, Bert Jansch, John Renbourn o Richard Thompson. Il folk inglese rappresenta la mia radice, la mia cultura di provenienza, e tutti gli artisti che ho citato hanno inglobato nel loro stile le musiche del mondo: quella araba in Graham, quella brasiliana in Drake, per altri si tratta invece del blues neroamericano. E poi adoro l’approccio minimalista, voce e chitarra. La fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta sono stati un periodo particolarmente fertile per quel tipo di musica, sono sbocciati molti grandi cantautori e chitarristi. Oggi quello stile è molto più popolare negli Stati Uniti che in Inghilterra, e lo stesso vale per gente come me o Ben Harper: sono rimasto di stucco nel leggere che i Fleet Foxes prendono ispirazione dagli Steeleye Span, qui non se li ricorda nessuno! Portano tutti barbe e capelli lunghi, sicuramente è anche questione di moda”. Faccini, da parte sua, ha scelto strategicamente la Francia come posto in cui vivere con la moglie e due bimbi ancora piccoli: giusto a metà strada tra Napoli e Londra. E’ anche sotto contratto con un’etichetta francese, Tot Ou Tard. Mai venuta voglia di cantare in francese? “No, non è la mia lingua anche se in Francia ci vivo da quasi cinque anni e il contratto discografico con la Tot Ou Tard, come quello precedente con la Label Bleu, nasce da una convenienza logistica e familiare. Le Cévennes sono una regione molto bella e alternativa. Non ricca e borghese come la Costa Azzurra, con poche case e molto artisti”. Più facile risentire Faccini cantare in napoletano, allora, come ama fare di tanto in tanto in concerto? “Sicuro, mi è stato appena chiesto di partecipare a una serata in omaggio a Roberto Murolo a Rennes, nel Nord Ovest della Francia. Sto mettendo a punto alcune canzoni come ‘Cicerenella’, ‘Passione’, ‘Fenesta vascia’, ma anche ‘Cammina cammina’ di Pino Daniele”. Dal folk inglese, a prima vista, sembrerebbe un bel salto. Ma Faccini non è d’accordo: “Io ci vedo delle similitudini, per esempio nella costruzione delle melodie e negli ornamenti. C’è una comune impronta medievale, del resto, e ci sono le influenze arabe e moresche che in Inghilterra sono arrivate attraverso le Crociate”. E’ nato il primo cantautore autenticamente eurofolk?
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