La sua musica, d’altra parte, non manca di suggestioni visive: ‘Tearing sky’, secondo una sua stessa definizione, evocava immagini di mare e di deserto. In “Two grains of sand” sembrerebbe invece di cogliere umori più piovosi e temporaleschi (“A storm is going to come” è uno dei titoli in scaletta..). Giusto? “Può essere. Difficile per me spiegare a parole la mia musica. Ma forse c’è davvero più vegetazione in questo album, un paesaggio più variegato. Più fiumi e montagne, dove ‘Tearing sky’ era più arido e desertico. C’entra sicuramente il posto in cui vivo, ma è un processo del tutto inconsapevole”. Sopravvivono, del disco precedente, certe evidenti influenze africane nei ritmi di “Home away from home” o “Your name no more”, mentre “Time of nought” ricorda molto lo stile di Davy Graham, il maestro inglese della chitarra acustica scomparso di recente. “Non a caso”, conferma Piers, “Graham attingeva molto alla musica araba e marocchina. Un genio, che ha influenzato intere generazioni di chitarristi acustici ma anche elettrici, a cominciare da Jimmy Page. Quella è forse la mia prima canzone a svelare un’influenza araba così diretta. Il primo pezzo del disco, la title track
Se in passato si è parlato di sintonia con Jack Johnson e Ben Harper, stavolta può valere un paragone con l’intimismo lirico di un Damien Rice? “Mi piace ma non percepisco tutta questa affinità, a essere sincero. La sento piuttosto nei confronti di musicisti/poeti come John Martyn, Nick Drake, Bert Jansch, John Renbourn o Richard Thompson. Il folk inglese rappresenta la mia radice, la mia cultura di provenienza, e tutti gli artisti che ho citato hanno inglobato nel loro stile le musiche del mondo: quella araba in Graham, quella brasiliana in Drake, per altri si tratta invece del blues neroamericano. E poi adoro l’approccio minimalista, voce e chitarra. La fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta sono stati un periodo particolarmente fertile per quel tipo di musica, sono sbocciati molti grandi cantautori e chitarristi. Oggi quello stile è molto più popolare negli Stati Uniti che in Inghilterra, e lo stesso vale per gente come me o Ben Harper: sono rimasto di stucco nel leggere che i Fleet Foxes prendono ispirazione dagli Steeleye Span, qui non se li ricorda nessuno! Portano tutti barbe e capelli lunghi, sicuramente è anche questione di moda”. Faccini, da parte sua, ha scelto strategicamente la Francia come posto in cui vivere con la moglie e due bimbi ancora piccoli: giusto a metà strada tra Napoli e Londra. E’ anche sotto contratto con un’etichetta francese, Tot Ou Tard. Mai venuta voglia di cantare in francese? “No, non è la mia lingua anche se in Francia ci vivo da quasi cinque anni e il contratto discografico con la Tot Ou Tard, come quello precedente con la Label Bleu, nasce da una convenienza logistica e familiare. Le Cévennes sono una regione molto bella e alternativa. Non ricca e borghese come la Costa Azzurra, con poche case e molto artisti”. Più facile risentire Faccini cantare in napoletano, allora, come ama fare di tanto in tanto in concerto? “Sicuro, mi è stato appena chiesto di partecipare a una serata in omaggio a Roberto Murolo a Rennes, nel Nord Ovest della Francia. Sto mettendo a punto alcune canzoni come ‘Cicerenella’, ‘Passione’, ‘Fenesta vascia’, ma anche ‘Cammina cammina’ di Pino Daniele”. Dal folk inglese, a prima vista, sembrerebbe un bel salto. Ma Faccini non è d’accordo: “Io ci vedo delle similitudini, per esempio nella costruzione delle melodie e negli ornamenti. C’è una comune impronta medievale, del resto, e ci sono le influenze arabe e moresche che in Inghilterra sono arrivate attraverso le Crociate”. E’ nato il primo cantautore autenticamente eurofolk?