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NEWS   |   Pop/Rock / 17/04/2009

Gavin DeGraw: 'La felicità? Un barbone che canta la tua musica a Milano'

Gavin DeGraw: 'La felicità? Un barbone che canta la tua musica a Milano'
Stop e marcia indietro. Con “Free”, il terzo album che esce oggi nei negozi, Gavin DeGraw si lascia alle spalle le schitarrate elettriche e la svolta “rock” del precedente disco omonimo per tornare all’approccio spontaneo e cantautorale di “Chariot”, fortunato debutto da oltre un milione di copie negli Stati Uniti. E fa autocritica: “In quel momento”, spiega a Rockol, “avevo bisogno di fare uscire subito un album, dovevo dare una smossa alla mia carriera. Ma col senno di poi devo ammettere che quello non era esattamente il disco dei miei sogni. E’ uscito in un momento di cambiamenti delicati per l’industria musicale e per la mia casa discografica in particolare, la Sony. C’erano delle richieste per così dire ‘politiche’ da soddisfare, delle scadenze da rispettare. Questioni di business che hanno reso tutto più difficile. Perlomeno quel disco mi ha permesso di rientrare in gioco, di ricominciare ad andare in tournée, di fare parlare di nuovo di me. Le canzoni mi piacciono, alcune anzi sono tra le mie preferite in assoluto, ma ora mi rendo conto che la produzione a tratti ha usato la mano un po’ pesante”. Di qui, confessa, la voglia di tornare presto in studio per realizzare una nuova opera: “Sentivo una precisa responsabilità nei confronti dei miei fan. Volevo dargli un disco che riflettesse quello che sono, fedele alla mia natura artistica. Ecco perché ‘Free’ suona come un disco indie, ecco perché non insegue l’alta fedeltà a tutti i costi. Abbiamo registrato tutto in due settimane, siamo stati veloci di proposito. Con Camus Celli, il mio produttore di origini italiane, avevo lavorato in preproduzione proprio ai tempi di ‘Chariot’ ed era stato subito chiaro che capiva perfettamente la mia musica, il mio punto di vista, le mie idee sulla realizzazione di un album. Grazie a lui, siamo riusciti a catturare in studio l’essenza della mia musica. A volte, nel fare dischi, si spendono troppi soldi e si spreca troppo tempo senza badare all’efficienza del risultato. Spesso, con le major, è come lavorare con il governo federale, ci si scontra con lentezze e burocrazia. Stavolta è stato differente, i responsabili della casa discografica sono stati impeccabili: è stato come lavorare con un piccolo governo locale”.
Il rock, in “Free”, torna protagonista in un brano soltanto, una vibrante cover chitarristica e psichedelica della “Indian summer” firmata da Chris Whitley, cantautore americano morto nel 2005 di cancro a soli 35 anni. “Uno dei miei musicisti preferiti”, si scalda Gavin, “una influenza importantissima. Di lui apprezzavo il fatto che non si sforzasse di sembrare diverso da quello che era. Suonava il blues, un blues arcaico alla Howlin’ Wolf, e il country, ma in un modo assolutamente personale. Adorava i primi cantautori, Dylan in testa, e sapeva mescolare queste influenze con il suo amore per la cultura beatnik. E’ stato una grande fonte di ispirazione. Mio fratello Joey ha avuto modo di trascorrere del tempo con lui. C’era un documentario su di lui in cantiera ma la prematura scomparsa ha bloccato il progetto. Ho voluto includere il pezzo nell’album perché sono convinto che sia utile segnalare al proprio pubblico artisti meritevoli di essere rivalutati o riscoperti. Ci sono altre canzoni che ogni tanto penso di incidere: ‘Many rivers to cross’ di Jimmy Cliff, per esempio, o ‘A woman across the river’ di Freddie King”. Nel nuovo disco, intanto, ha anche recuperato vecchie canzoni del suo catalogo che solo i fan della prima ora conoscevano per averle ascoltate in qualche occasione dal vivo. “Ero nello stato d’animo giusto per rimettere mano a vecchi pezzi come ‘Dancing shoes’ o ‘Stay’, una canzone che avevo iniziato più di dieci anni fa e che ho finito di scrivere in studio”, spiega DeGraw. Un regalo al pubblico da parte di un musicista che i fan li coinvolge anche nella promozione, organizzando dei “Web team” i cui membri vengono ricompensati dei loro sforzi con rarità discografiche, memorabilia e merchandising. “E’ una cosa che faccio da un paio di anni”, spiega. “Mi sembra giusto restituire qualcosa a chi ti dà una mano con la sua passione e la sua dedizione alla musica. E’ un modo per ringraziarli. Il passaparola, la comunicazione tra i fan sono il veicolo di marketing più genuino e più efficace su cui un artista può contare”. Altri segreti? “Accettare i consigli. Per il disco nuovo volevo radunare in studio i soliti musicisti, ricostituire la mia consueta famiglia. Ma Camus ha avuto un’idea diversa, radunando gente esperta e motivata. Uno dei suoi meriti principali è stato di mettere insieme una band da sogno, formata da musicisti di grande personalità. Io conoscevo solo George Laks, che è un fantastico organista. Gli altri li ha scelti lui e personalmente non li conoscevo. Il chitarrista ha suonato con i Black Crowes. Il bassista è nei Gov’t Mule. Il batterista ha accompagnato Fiona Apple e molti altri, il tastierista era negli X-Pensive Winos con Keith Richards. E’ stata una scelta vincente, c’era bisogno di sangue fresco”. In “Why men stray?”, tuttavia, Gavin è da solo, voce soul e chitarra acustica: e fa capire di non essere soltanto il piano man suggerito dalla foto che lo ritrae in copertina. “Mentre cantavo quel pezzo ho pensato che assomigliava alle vecchie cose di Cat Stevens. E ne sono stato contento perché sono un suo grande fan. E’ una sorta di canzone di redenzione, importante nel contesto dell’album perché ne cambia l’atmosfera”. Non sembra sentire troppo la pressione di ripetere il successo di “Chariot”, il trentaduenne DeGraw. Non l’ha mai vissuta come una maledizione, quella popolarità massiccia e improvvisa? “No, semmai come una benedizione. Un’opportunità, una piattaforma di lancio. Era tanto tempo che mi davo da fare, speravo prima o poi di sfondare da qualche parte. Ma il successo mi ha colto comunque di sorpresa: anche in Italia, dove non ero ancora venuto a fare promozione. Una sera, ricordo, stavo passeggiando per Milano a pochi isolati dal mio albergo, tra i negozi lussuosi di via Montenapoleone. A un certo punto vedo un barbone che canticchia, muovendosi al ritmo della musica che esce dalle cuffiette. Mi avvicino e con mia somma sorpresa mi rendo conto che sta ascoltando ‘Chariot’! Lo ricordo ancora come un momento magico”.
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