NEWS   |   Industria / 06/04/2009

Martin Mills (Beggars Group): 'La musica non è roba per business men'

Martin Mills (Beggars Group): 'La musica non è roba per business men'
Un negozio di dischi nel 1974, un’etichetta discografica nel 1977: i primi passi di Martin Mills nel music business ricalcano quelli compiuti qualche anno prima da sir Richard Branson. “Ma io”, sorride il quasi sessantenne boss del gruppo Beggars, “non ho intenzione di entrare nel mondo della Formula Uno. Almeno non per il momento”. “Avevo tre punti vendita nella zona Ovest di Londra, il principale dei quali si trovava ad Earls Court”, racconta a proposito dei suoi inizi, “e vendevo soprattutto album jazz e rock progressive. Un giorno arriva un furgone che consegna ai negozi, porta a porta, i 45 giri di gruppi come i Flamin’ Groovies e i Ramones. Poi nasce la Stiff Records, con gruppi come i Damned, ed è come se il mondo di colpo si stesse capovolgendo. Era cambiato tutto, e decidemmo anche noi di aprire un’etichetta. ‘Shadow’ dei Lurkers fu il primo sette pollici che pubblicammo. Il punk stava esplodendo, c’erano ancora pochi dischi in giro e un pubblico disposto a comprare di tutto. Così le vendite furono subito incoraggianti”.
Mills non ha il conto in banca di Branson ma da allora s’è costruito un suo piccolo impero, aprendo uffici all’estero, acquistando il 100 % o quote di partecipazione in etichette storiche come la Rough Trade e la Matador, vendendo 8 milioni di copie con “Fat of the land” dei Prodigy (“altri tempi, oggi non sarebbe più possibile”). Tramite il suo pool di etichette, oggi può vantare un cast artistico impressionante. Tanto per fare qualche nome: Radiohead e Adele (i due best seller del 2008) su XL, Cat Power, Yo La Tengo e Sonic Youth su Matador, Breeders, Bon Iver e TV On The Radio su 4AD, Strokes, Sufjan Stevens e Antony and the Johnsons su Rough Trade. “Tutti artisti lontani dal pop mainstream, anche se il successo e l’attenzione che hanno riscosso li hanno resi popolari presso il grande pubblico”, spiega mr. Mills. “Quel che li accomuna è una combinazione di talento artistico e di ambizione. Che è poi quello che interessa a noi: ci piace lavorare con gente speciale, diversa dagli altri, e in cui ovviamente scorgiamo un potenziale di successo”. Intanto, anche per lui, le regole del gioco sono cambiate. “Oggi impieghiamo nel mondo 120 dipendenti, quando non avrei mai pensato di averne più di 12…Alcuni nostri concorrenti sono scomparsi o sono stati comprati, mentre noi continuiamo a cavarcela bene: il fatturato del 2008, grosso modo, ha superato del 20 % quello dell’anno precedente. Mentre l’industria declina, il Beggars Group cresce ancora. Il segreto? Semplice, noi pensiamo solo alla musica. Alcune delle grosse indies sono crollate perché erano dei castelli di carta, giochi di prestigio, pure costruzione finanziare guidate da businessmen con l’unico scopo di fare soldi. A noi interessa produrre e mettere in circolazione grande musica, il denaro auspicabilmente viene di conseguenza. Siamo molto diversi anche dalle major, che pubblicano rock, country, hip hop, musica di tutti i tipi. La nostra produzione invece si limita a una gamma piuttosto ristretta di musica ‘alternativa’. Il che va a nostro vantaggio: il pubblico si fida di noi, gli artisti bussano alle nostre porte perché sanno di poter ottenere quel che desiderano. Sanno che condividiamo il loro punto di vista, che siamo in grado di mettere sul piatto le risorse di una grande casa discografica continuando a pensarla da indipendenti”.
Mills, d’altra parte, non è uno che pensa solo agli affari suoi. E’ un imprenditore dalla vista lunga. Come membro fondatore di Impala e di altre associazioni internazionali di etichette indipendenti, è uno strenuo oppositore delle fusioni aziendali che stanno consegnando il mercato musicale in mano a pochi, potentissimi oligopoli. “Mi sono impegnato in prima persona”, spiega, “perche ritengo queste cause vitali per la salute del mercato e degli imprenditori indipendenti. Non ho nulla contro le major in sé e per sé, quel che la Universal fa nel suo ambito è un lavoro eccellente. Ma il problema è che in Inghilterra oggi controlla il 50 % del mercato, e la Sony un altro 25 %. Una posizione così dominante non reca vantaggio a nessun altro, in primo luogo agli artisti. Tutti i grandi, da Elvis Presley in poi, all’inizio si sono distinti per il loro anticonformismo. Le vere novità, quando sono tali, non rispondono mai ai canoni commerciali correnti. Le major, invece, tendono a pubblicare soltanto la musica che ha un appeal immediato sul pubblico di massa. C’è solo un numero limitato di pagine disponibili sui giornali specializzati. Un numero limitato di programmi sulle emittenti radiofoniche, uno spazio limitato negli scaffali dei negozi. Se le major arrivano dappertutto, il potere che hanno fa sì che tutto il resto venga estromesso, emarginato. Il risultato è una riduzione della diversità culturale, e maggiori difficoltà a emergere per i talenti davvero interessanti. Sono rimasto deluso dal comportamento dell’Unione Europea, non ha agito abbastanza vigorosamente per garantire l’applicazione delle leggi che tutelano la concorrenza: e così ha dato via libera al merger tra Universal e PolyGram, poi a quello tra Sony e BMG. Oggi, la prospettata fusione tra Live Nation e Ticketmaster ci pone di fronte agli stessi pericoli: stiamo parlando di arte, non della Coca-Cola”. E se si fondessero EMI e Warner, come si ipotizza da anni? “Oggi quelle due società sono talmente deboli che da una loro fusione probabilmente avremmo tutti da guadagnarci: meglio avere un terzo giocatore forte sul mercato, rispetto alla situazione attuale che vede due major dominanti e due distaccate di parecchie lunghezze. Se unissero le forze, con le tutele e i controlli del caso, il mercato musicale diventerebbe un luogo migliore per tutti”.
Chissà se il nuovo sindacato degli artisti inglesi, la Featured Artists Coalition promossa dal cantautore Billy Bragg, la pensa allo stesso modo. “E’ un bene che si siano organizzati e che oggi facciano sentire direttamente la loro voce”, riflette Mills. “Vogliono indietro i diritti sui master, e li posso capire. Ma non tengono conto di un paio di cose. Primo, che esistono contratti di natura differente: diverso è il caso di un artista che arriva da noi col prodotto finito chiedendoci semplicemente una mano per distribuirlo sul mercato da quello di chi ci chiede di assumerci un forte rischio di impresa. Se uno incassa un anticipo sostanzioso, se ci chiede di realizzare video costosi e di spendere un sacco di soldi nel marketing, è abbastanza normale che poi non veda più un centesimo. Ci sono dei costi da recuperare. Restituire i copyright agli artisti dopo 50 anni, come chiede la FAC, è una rivendicazione che mi trova sostanzialmente d’accordo. Però potrebbero insorgere dei problemi pratici: i membri di una rock band, a quel punto, hanno magari settant’anni e molto probabilmente non vanno neanche più d’accordo tra di loro. Va a finire che è meglio avere come interlocutore una casa discografica, piuttosto che tre ex amici che non vogliono mollare l’osso…E comunque sono convinto che ci siano cose più importanti di cui tutti noi dovremmo preoccuparci al momento”. Per esempio? “Per esempio cercare di capire come affrontare il problema del copyright nell’era digitale. Non si tratta di difendere uno status quo, una situazione idilliaca. Da che mondo è mondo i diritti d’autore vengono calpestati quotidianamente da cittadini irreprensibili. Succede ogni volta che si copia un’opera e la si passa ad un amico. E’ folle fingere di ignorare che la gente si scambia la musica senza fini di lucro, ed è altrettanto folle cercare di bloccare questo fenomeno. Si tratta piuttosto di cercare di guadagnarci qualcosa, di ‘monetizzare’ questo atteggiamento: per esempio firmando accordi di licenza con gli internet service provider, i costruttori di hardware e di software. Non penso per forza a una ‘tassa’, ma a un quadro normativo entro cui le licenze possano essere negoziate”. Necessità impellente, senza dubbio, dal momento che il mondo del retail tradizionale, in Inghilterra e nel resto del mondo, sta crollando. Mills è d’accordo ma solo fino a un certo punto: “Woolworths è morto perché era basato su una filosofia commerciale incredibilmente antiquata. Soprattutto nei confronti della musica. Virgin, che in un certo senso ha inventato il commercio discografico moderno, a un certo punto è diventato il parente povero di Hmv. E i problemi di Fopp non sono stati provocati dal declino della domanda ma da un piano di sviluppo troppo rapido e ambizioso. Però guarda la Rough Trade di Londra, di cui siamo parte interessata, o Amoeba Music in California: negozi specializzati come quelli vanno a gonfie vele e avranno spazio anche in futuro. Lo stesso i supermercati. Vedo peggio chi sta nel mezzo, i grandi mediastore dell’intrattenimento che non hanno la competenza dei primi né la competitività sul prezzo dei secondi. Anche Fnac e Hmv, che oggi esercitano un potere notevole sul mercato, prima o poi dovranno fare una scelta: tornare alla musica, o abbandonarla del tutto. I cd, credo, resteranno in circolazione ancora a lungo: si tratta di capire che peso avranno sul mercato”. E il digitale legale? Non ha deluso le aspettative? “Sicuro. E’ esploso in America, ma non in Europa. Una ricerca che abbiamo commissionato insieme all’IFPI ne spiega le cause: c’è un ritardo culturale da parte dei paesi non di lingua inglesi. Una reticenza a usare la carta di credito e una scarsa fiducia nei confronti delle transazioni on-line. Forse anche gli sforzi di marketing che iTunes produce sui diversi mercati possono spiegare in parte questa situazione. Il punto è che, con il mercato fisico in declino, è necessario che il digitale cresca più di quanto sta facendo. E’ un problema che va risolto. E io continuo a credere che il modello del download a pagamento, quello di iTunes, sia più conveniente ed efficace del sistema fondato sulla distribuzione di musica gratuita pagata dalla pubblicità. Tra uno o due anni ci accorgeremo probabilmente che qualche operatore non genera abbastanza introiti da rendere conveniente, o possibile, continuare a intrattenere rapporti d’affari con lui. Possiamo accettare di guadagnare di meno, per ogni unità di prodotto consumato, ma un qualche tipo di relazione ci deve pur essere. Per questo noi indipendenti abbiamo fatto la voce grossa con YouTube e MySpace Music. Qualcosa si sta muovendo: grazie a Merlin, la nostra agenzia collettiva per il rilascio delle licenze, abbiamo creato un veicolo che facilita le relazioni con loro. Il che è essenziale, perché la nostra musica vale quanto quella delle major e non è giusto che ci discriminino”.
Ecco il Mills “politico”, costretto a convivere con quello ancora appassionato di musica. Ha un disco del cuore, nel suo ricco catalogo? “Forse mi faccio troppo influenzare dall’attualità: ma scelgo ‘Dear science” dei TV On The Radio, un album fantastico”. E qualche nome sui cui scommettere per il futuro? “Parecchi. La 4AD ha i Big Pink, un eccellente duo noisy pop. La XL ha i Golden Silvers, e la Rough Trade ha Rox. Dopo che sono arrivati i Radiohead, tutti vogliono venire da noi”.