Nuovo minimalismo islandese? Non proprio: una delle band più attese di quest'autunno si racconta a Rockol...



Arrivano dall’Islanda. Da molti sono considerato la “next big thing” del rock: sarà la suggestione delle atmosfere psichedeliche dei loro lunghi brani, sarà la strada battuta dalla loro illustre connazionale Bjork, saranno i lusinghieri giudizi degli altrettanto illustri colleghi musicisti. O forse sarà anche il minimalismo del nuovo disco, (non)intitolato “( )”, e privo di indicazioni per le 8 canzoni. Saranno tutti questi fattori messi assieme, comunque i Sigur Ros meritano attenzione. Nei prossimi giorni saranno in Italia per due date a Firenze e Milano, che anticiperanno l'uscita del disco, prevista per il 28 ottobre prossimo. Abbiamo parlato con Kjartan Sveinsson, tastierista della band.

Prima di intervistarvi, abbiamo ricevuto un foglio con le domande più frequenti che vi vengono rivolte: un tacito invito a farne altre… Non vi piace fare interviste?
No, era solo un modo per rendere più facile la vita a voi giornalisti, soprattutto a quelli che non ci conoscono. Potete fare tutte le domande che volete.

Bene, allora partiamo dalla domanda più banale e inevitabile: perché un disco senza titolo, composto da canzoni senza titoli?
E’ molto più semplice di quanto sembri. Abbiamo lavorato a queste canzoni in modo libero, senza mai pensare a dei titoli. Non vogliamo dire i titoli non hanno senso, ma solamente che per noi non servono. Le nostre canzoni non hanno testi, perché il nostro cantante canta in una lingua immaginaria, l’hopelandic, improvvisando con la sua voce. Dare i titoli per il puro gusto di farlo non aveva senso.
Il vero significato di tutto questo è lasciare la nostra musica aperta all’interpretazione degli ascoltatori: è un disco “pragmatico”, ognuno ne può fare l’uso che vuole. La nostra musica può richiedere attenzione e cooperazione per essere decifrata, oppure essere usata come sottofondo, senza per forza doverle dare un nome.

Vi sarete comunque immaginati le deviazioni di questa mossa: le domande dei giornalisti, le accuse di “minimalismo”, le canzoni che verranno chiamate “1”, “2”, “3” come la loro posizione sul CD…
Ci siamo posti il problema fino ad un certo punto. Abbiamo immaginato che chi ascolta le nostre canzoni potesse trascrivere i suoni delle canzoni come gli pare, e abbiamo fatto un gioco sul nostro sito internet. In fin dei conti è quello che accade con le canzoni inglesi nei paesi non anglosassoni: chi non sa l’inglese percepisce suoni, non significati. Poi, per il resto, giornalisti e pubblico possono definire la nostra musica e le nostre canzoni come pare loro. Alla fine, noi non ci pensiamo più di tanto, facciamo solo la nostra musica.

Questo presunto minimalismo potrebbe far pensare ai Sigur Ros come ad un gruppo di seri musicisti molto concentrati sulla musica…
…Invece guardaci, siamo stupidi come tutti i ragazzi della nostra età: ci piace divertirci, fare battutacce e bere. E suonare, ovviamente…..

Questa assenza di significati potrebbe portare qualche ascoltatore ad interpretare le vostre canzoni in modo bizzarro. Qual è la più strana interpretazione della vostra musica che vi è capitato di sentire?
Qualche tempo fa abbiamo ricevuto una lettera in cui un ragazzo si diceva convinto che l’hopelandic fosse il linguaggio di un setta religiosa che lui conosceva, di cui non mi ricordo neanche il nome…

A proposito dell’ “hopelandic”, come è nato questo modo di cantare?
Semplicemente improvvisando con la voce come se fosse uno strumento. L’abbiamo chiamato così perché “Icelandic” è l’islandese, la nostra vera lingua, e perché la prima canzone che in cui l’abbiamo usato si intitolava “Hope” . Ma non c’è nessuna particolare elaborazione teorica dietro questo linguaggio.

Come in ogni linguaggio, così anche l’hopelandic ha degli elementi ricorrenti, nel vostro caso fonemi che si possono riconoscere in diverse canzoni.
Credo sia inevitabile, nonostante sia un linguaggio fatto di suoni inventati. Se suoni una chitarra, alcuni elementi sono ricorrenti perché quello è il tuo modo di suonare. Lo stesso capita improvvisando con la voce.

Insomma, cantate e suonate improvvisando come una jazz band.
Si, solo che siamo dei pessimi musicisti! Per questo scriviamo canzoni molto lente…

Quando si fa il nome dei Sigur Ros, spesso saltano fuori diversi termini di paragone. Qualcuno cita i Cocteau Twins per l’uso della voce. Qualcun altro ha tirato in ballo i Pink Floyd per le atmosfere. Vi riconoscete in queste influenze, o c’è qualcuno che vi ha particolarmente ispirato musicalmente?
I Cocteau Twins li abbiamo scoperti dopo che i giornalisti continuavano a citarceli nelle interviste... Quanto ad altre influenze, non credo ce ne siano di grandi, né abbiamo mai avuto modelli di riferimento. Siamo cresciuti ascoltando di tutto, da Elton John a David Bowie, e non credo la nostra musica sia paragonabile alla loro. Cerchiamo solo di tenere le orecchie e la mente aperte

Negli ultimi tempi, però, alcuni grossi nomi del rock vi hanno apertamente sponsorizzato: Thom Yorke vi ha chiamato ad aprire i concerti dei Radiohead, Beck ed altri vi hanno candidato al Shortlist Prize, che poi avete vinto.
E’ vero, però abbiamo ricevuto complimenti anche da un sacco di gente incontrata per la strada. E questi complimenti sono ben più importanti: facciamo musica per il pubblico, non per piacere ai nostri colleghi.
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A proposito di “sponsor”: “Aegatys Byrjun”, il vostro disco precendente, è stato ristampato con uno sticker che riportava una dichiarazione entusiastica del regista Cameron Crowe, che vi ha anche voluti nella colonna sonora del suo film “Vanilla sky”, insieme a mostri sacri come R.E.M., Peter Gabriel, Paul McCartney, Radiohead.
E’ vero, quella frase diceva più o meno che la nostra musica aveva qualità cinematografiche. Non è che ci piacesse molto, quell’adesivo, e abbiamo chiesto alla casa discografica di rimuoverlo. Oltretutto la nostra musica non c’entrava molto con “Vanilla Sky”. Ovviamente ci ha fatto piacere, ma ad alcuni di noi il film non è piaciuto più di tanto.

Comunque i riscontri di critica e di pubblico vi avranno fatto cambiare la prospettiva sulla vostra musica, sul vostro futuro come band…
No, direi proprio di no. Non riusciamo a vederci tra due anni come tra venticinque, e non so neanche se faremo un altro disco. Continuiamo a cercare di tenere le cose più semplici possibili. Ora siamo in giro a fare interviste, poi torneremo prima a casa in Islanda, poi a suonare dal vivo, e poi di nuovo a casa. Poi si vedrà.

A proposito di Islanda: i musicisti più noti che arrivano dal vostro paese – Bjork, ovviamente, ma anche voi, i Gus Gus- sono tutti associati, anche se in modi diversi, a musiche eteree, un po’ cupe. Quanto la vostra terra ha influenzato la vostra musica?
E’ facile pensare che un paese così isolato, dove d’inverno ci sono solo due ore di luce, possa generare musica depressiva. In realtà, in Islanda c’è una scena musicale molto viva, con gruppi che fanno generi diversi, dall’hip-hop al rock. Reykiavik è una città molto bohemienne, con artisti molto diversi.
Credo che la nostra terra ci abbia influenzato come ambiente culturale, esattamente come l’Italia o il mediterraneo può avere effetto su un musicista italiano. Non credo che siano i paesaggi che ci hanno condizionato, piuttosto forse la sensazione di vivere in un paese dove è facile trovare posti nei quali c’è la solitudine totale. Ci ha sicuramente resi allergici alle grandi città, dove non vedi neanche il cielo per via di tutti i palazzi: riusciamo a resistere per periodi limitati.

Avete registrato questo album in una location abbastanza particolare, e per certi versi, tipicamente islandese: uno studio ricavato da una piscina, poco fuori Reykiavik. In Islanda ci sono un sacco di piscine.
Abbiamo investito tutti i nostri soldi in questo studio… Abbiamo comprato questo terreno dove c’è un magazzino e una piscina in disuso. E’ vero ci sono molte piscine in Islanda: solitamente sono a cielo aperto, con l’acqua calda, che da noi è molto poco costosa per via delle numerosi fonti geotermiche: d’inverno è un piacere farsi un bagno sotto la neve che cade. Comunque abbiamo riadattato la fossa della piscina, costruendo solo una control room, ma senza coprire le pareti di cemento con legno o materiali fonoassorbenti. Abbiamo ottenuto un suono particolare, con un suono di riverbero. Anche altri gruppi, come i Matmos, ci hanno registrato.

Prima dell’uscita di questo disco avete suonato molto e suonerete ancora, siete spesso in tour. Qual è la dimensione giusta per apprezzare i Sigur Ros: la registrazioni in studio o il concerto?
Sono due attività complementari. Queste nuove canzoni, dopo averle composte improvvisando, le abbiamo messe alla prova parecchio dal vivo; a differenza del disco precedente, questa volta abbiamo suonato molto “live” in studio, lasciandoci andare parecchio.

Cosa vi aspettate da questo disco? Voi dite che, nonostante il successo, la vostra prospettiva non è cambiata, ma un’idea su quello che succederà ora ve la sarete pure fatta?
No… Speriamo che piaccia alla gente. Tutto qua.

(Gianni Sibilla)

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