La cantrice delle donne incavolate racconta il nuovo disco, 'Under rug swept'...



Alanis la virago mangia uomini? Leggendo i suoi testi, fin dall’incavolatissima “You oughta know” a quelli del nuovo “Under rug swept”, la Morissette si è costruita una solida reputazione di cantrice delle malefatte dell’universo maschile. Il tema delle relazioni interpersonali domina il nuovo disco, molto più del precedente “Supposed former infatuation junkie”, disco dispersivo e influenzato dalla pressione post-successo.
Di persona, Alanis appare tutt’altro che la donna incazzata cui si potrebbe pensare. Gentile, sempre sorridente, visibilmente dimagrita, la cantante canadese ha incontrato in un hotel milanese i giornalisti a ridosso del suo showcase di presentazione di “Under rug swept”. Ecco il resoconto di una chiacchierata in cui la Morissette racconta il “dietro le quinte” del nuovo disco.


Partiamo dal titolo, del disco, “Under rug swept”, un verso di “Hands clean”. Come lo hai scelto e cosa significa?
Uso lo stesso metodo tutte le volte: a lavoro quasi finito, rileggo i testi e cerco una frase che riassuma lo spirito del disco. Mi sembra che questa frase, “spazzato sotto il tappeto”, dia bene l’idea dell’approccio che ho usato per scrivere i testi delle canzoni di questo album: ho cercato di tirare fuori quelle che cose che uno tenta di buttare via perché non vuole vedere, come la sporcizia di una casa nascosta sotto un tappeto.

Quando era uscito “Supposed former infatuation junkie” avevi raccontato di aver sentito molta pressione addosso dopo il successo di “Jagged little pill”. Questa volta com’è andata?
E’ stato tutto più leggero, con meno pressione: la gente attorno a me aveva meno aspettative e io sentivo di meno di dover dimostrare qualcosa. “Supposed…” è stato in qualche modo viziato da tutta questa pressione. Le aspettative che avevo, questa volta, non provenivano dall’esterno, ma erano rivolte verso me stessa, visto che ho deciso di produrmi il disco da sola.

Come mai questa scelta di sciogliere il legame con Greg Ballard, che aveva prodotto i due dischi precedenti?
Mentre scrivevo, mi stavo facendo un’idea di come volevo che le canzoni suonassero, ed ero curiosa di vedere se riuscivo a sviluppare da sola questa idee. Dopo avere prodotto da sola una canzone per una colonna sonora, la mia band mi ha spinto continuare su tutto il disco. Per certi versi lavorare da soli è più facile, c’è meno da discutere. Anche se tra me e Glenn c’è sempre stata una grande intesa, capiva al volo dove volevo andare a parare.

Quando sei entrata in studio, avevi già un’idea complessiva di come volevi che suonasse il disco?
No! Avevo delle idee su delle singole canzoni, ma nessun progetto generale. Anzi, all’inizio ero abbastanza presa dal panico di essermi accollata una responsabilità così grossa…

Musicalmente il risultato ricorda un po’ “Jagged little pill”, le canzoni sono più secche, meno dilatate di “Supposed…”.
Si, è una sorta di cugino di “Jagged little pill” … Mentre lavoravo a “Supposed…” avevo deciso di lasciar perdere la forma canzone, di scrivere come un flusso di coscienza. Era una sorta di modo di reagire alla pressione che sentivo. In questo album sono tornato a strutture più tradizionali, è soprattutto un disco di canzoni.


Anche dal punto di vista dei testi c’è un ritorno a temi improntati sul rapporto uomo- donna. Il tuo modo rabbioso e personale di affrontare la questione ti aveva contraddistinto fin dai tempi di “You oughta now”…

Si, è vero. Mi piace molto estrapolare le mie esperienze nelle relazioni e usarle come basi per scrivere. Non saprei fare altrimenti: non mi sento in grado di scrivere cose pretenziose su qualcosa che non ho provato…

“Narcissus”, per esempio, è “dedicata” agli uomini che non si mettono in gioco. Parli di qualcuno in particolare?
No, è un’insieme di diverse storie che ho vissuto. Non parlo di un uomo solo, credo di averne avuti in mente almeno 17 quando ho scritt0 quella canzone...
In “Narcissuss”, in realtà, mi chiedo come mai continuo ad essere attratta da questo tipo di uomini…

Ma non ti spaventa che le tue canzoni possano essere prese troppo sul serio da chi ti ascolta, come una sorta di autobiografia in musica?
Ma sono autobiografiche! Parlo in prima persona perché parto dalla mia esperienza. Ovviamente mentre scrivo cambio dei dettagli, sistemo gli eventi, compongo, ma si tratta sempre di racconti che nascono dalla mia vita.

Non hai paura di spaventare gli uomini con questi testi? Nella canzone iniziale parli di “21 cose che vuoi da una amante”…
Forse si, ma così rimangono solo i migliori, quelli senza paure! Ho scritto quel testo non parlando di bisogni, ma di preferenze. Un bisogno implica che senza non potrei vivere, una preferenza è una sorta di punto di riferimento su una mappa dell’esperienza, in base al quale ti orienti.

Come hai gestito tutto questo successo, tutta questa gente che sembra riconoscersi in quello che dici?
Quando ricevo un complimento o una lettera da un fan che mi dice si ritrova nelle mie canzoni cerco di prenderlo come un complimento, ma non comunque sul piano personale. Non riguarda me, riguarda noi, un insieme di persone che celebra una festa attraverso la musica.

L’ultima canzone del disco, “Utopia”, è parecchio diversa dal resto del materiale, per atmosfera e temi affrontati.
E’ il mio modo di raccontare la più alta visione di pace e autocoscienza del mondo che ci circonda. Una visione che è molto più elevata della situazione attuale, anche e soprattutto per gli ultimi tragici e noti avvenimenti: per questo motivo ho distribuito la canzone in rete dopo l’11 settembre. Nel nostro mondo ci sono così tante incongruenze che ogni tanto mi viene voglia di sedermi e scrivere qualcosa che racconti una situazione di migliore di quella che ci circonda. Uso quella canzone come una sorta di pietra angolare per me stessa, un punto di riferimento quando perdo il senso di dove sta andando la mia vita.

Non credi che questo messaggio si perda un po’ in un disco tutto centrato sulle relazioni interpersonali?
No, credo che la comprensione dei nostri rapporti diretti con un’altra persona sia il primo passo verso una autocoscienza dei rapporti che regolano la società. Ho scritto molte altre canzoni su temi simili, che affrontavano questioni più ampie. Però poi le ho scartate, tenendo solo “Utopia”: questo disco sembrava voler essere centrato su i miei rapporti interpersonali. Ma, ripeto, parlare di queste cose è un modo di avvicinarsi a questioni più generali.

Come hai vissuto il post-11 settembre? Tu sei canadese, forse sei riuscita ad avere un punto di vista più sereno, per quanto possa esserlo, sulle reazioni a quegli eventi… Artisti o intellettuali americani che hanno provato a prendere le distanze dalla “Guerra santa” di Bush, come Ani Di franco, sono stati immediatamente isolati dall’opinione pubblica.
Tutta l’energia che quei fatti ha generato gravita intorno al nazionalismo. Proprio perché il nostro livello di consapevolezza è così basso, credo che il nostro modo di affrontare queste questioni così cruciali –il nostro modo di relazionarci con culture diverse, la possibilità di essere o non essere d’accordo con qualcun altro- finisca per portare gente razionale a conclusioni troppo estreme. Ma credo anche che per capire quello che siamo, dobbiamo anche fare esperienza di quello che non siamo: in quanto sostenitori della pace, ci tocca andare in guerra per dimostrare quanto crediamo nella pace stessa. E’ una cosa dura da accettare, ma inevitabile.

(Gianni Sibilla)

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