Il pianista di Pinner racconta il nuovo disco, e molto di più... la seconda parte dell'intervista



Dopo la prima parte, uscita sulle pagine di Rockol mercoledì 26 settembre, pubblichiamo la seconda trance dell’intervista esclusiva realizzata da Massimo Cotto per il suo programma ‘Hobo’, in onda da lunedì 24 a venerdì 28 settembre alle 13.35 su Radiouno.
Dopo il racconto del nuovo album “Songs from the west coast”, Elton scende sul personale: il rapporto con le droghe, le paure, le speranze.


Hai sempre detto che alcol e cocaina hanno danneggiato la tua creatività; altri artisti la pensano in maniera drasticamente diversa, e sostengono che l’eroina allarghi le porte della conoscenza e della coscienza. Dipende dal differente tipo di droghe o dal differente tipo di idea?
Entrambe le cose. Ho conosciuto molti artisti che componevano meravigliosamente sotto l’effetto della droga: i Beatles e Jimi Hendrix, per esempio. Non mi sono mai fatto di eroina, per cui non posso giudicare. La cocaina mi dava eccitazione, esaltazione, gioia: mai voglia di scrivere musica. Non ho mai scritto una canzone sotto l’effetto della droga. La gente metabolizza le droghe in modo diverso, siano marijuana, cocaina o eroina. Il danno peggiore che mi ha provocato la droga è stata l’illusione che il mio lavoro, in quel periodo, fosse davvero valido. Va detto, tuttavia, che è stata una fortuna che io abbia continuato a suonare. Non l’avessi fatto, ora sarei morto, perché avrei passato tutto il tempo a sniffare. Sono andato in tour ogni anno, e ogni anno sono salito sul palco... anche se non ricordo niente di quel che sul palco ho fatto!

In “Birds” canti: “Questi giorni sono diversi da quelli di un tempo / i riflessi cambiano nello specchio”. Che cos’è cambiato, da allora, in meglio e in peggio?
In peggio, nulla. Da quando ho superato la boa dei cinquant’anni, sono felice, forse anche da più tempo: diciamo da otto o nove anni. Solo l’insuccesso di “Aida” mi ha disturbato. Io sono cambiato molto, anche nelle piccole cose: ho smesso di lamentarmi e mi sono domandato perché la gente, quando deve parlare di me, parli della mia vita privata e non della musica: le mie abitudini sessuali, la mia omosessualità, i miei amanti, il calcio, la fondazione contro l’Aids, David. Forse la mia musica non era all’altezza, mi sono detto. E ho lavorato sul disco nuovo. Sono ansioso che piaccia, perché se così non sarà, non sarà mai. Non posso fare meglio di questo, ne sono certo. I riflessi cambiano nello specchio, ma non rinnego il passato, perché i miei errori mi hanno portato qui. Non sarei arrivato così lontano se non avessi attraversato queste terre di desolazione e abbrutimento.

È difficile imparare dai propri errori. Tutti dovremmo farlo, ma non sempre riesce.
È possibile. Solo riflettendo sui miei sbagli, sono riuscito a trasformarmi da quel che ero – un alcolizzato che passava la notte a bere, e un tossico che consumava quantità sconsiderate di cocaina, tanto che perfino George Harrison, una volta, mi raccomandò di andarci piano – in un essere umano. Ho imparato ad ascoltare, a seguire i consigli della gente, a pensare che non ero l’unico depositario della verità, ammesso che qualcuno possieda questo dono; ho imparato a chiedere scusa e a chiedere aiuto. Il drogato tarda a disintossicarsi perché è convinto di essere in grado di venirne fuori da solo. La droga devasta anche le persone intelligenti, e sono soprattutto loro quelle che vorrebbero venirne fuori e non riescono. Quando stavi bene, sapevi di essere forte, con una forza di volontà tale da sradicare un albero. Io pensavo: hai scalato fino alla cima ogni gradino, sei diventato qualcuno, vuoi non essere capace di lasciare la cocaina? E invece ho dovuto chiedere aiuto. E ho capito che la qualità migliore della vita è la sua mutevolezza. La vita ti costringe a cambiare giorno dopo giorno, adattandoti, facendo tesoro delle tue esperienze ma, a volte, facendoti capire che tutto quel che sai non servirà a salvarti la pelle. Ti devi reinventare continuamente. Nei primi tre anni di disintossicazione, mi imposi di ascoltare tutti e valutare le loro parole, anche quando non ero affatto d’accordo. Ma i miei compagni di disavventura avevano già attraversato quel momento, quella fase, e sapevano che cosa serviva e cosa no. Tu puoi cambiare. Il problema è che molti pensano di non volere, dicono: “Sono fatto così: se sono arrivato a 50 anni in questo modo, pretendi di cambiarmi ora?” Invece è possibile, per il bene di tutti. Anche di chi ti sta vicino. Io ho rovinato la vita delle persone che amo, per un certo periodo. Mia madre mi odiava, i miei amici mi evitavano: ero arrogante e insopportabile. Cambiare mi ha aperto a nuove esperienze, e questo lo trovo fantastico.

Qual è la tua più grande paura?
Che questo album non venda bene. Ho ricevuto molti complimenti che credo sinceri, e voglio essere sincero anch’io. Sarei un bugiardo, se dicessi che non m’importerebbe se la gente non apprezzasse e comprasse l’album. Ho fatto del mio meglio. Non voglio fare progetti, semmai scongiuri.

E la più grande speranza? Uno dei versi della canzone che chiude l’album dice: “Non credo più ai miracoli”. Quale sarebbe, un buon miracolo? Che finisse questa assurda guerra dietro l’angolo di casa mia, nell’Irlanda del Nord, dove i bambini non possono andare a scuola e protestanti e cattolici si odiano e ammazzano. L’odio, mi fa male ammetterlo, nasce in famiglia, trasmesso dai genitori, che ti spingono a credere in quello in cui loro credono. L’ho vissuto in prima persona, con mio padre, che ha cercato di trasferire in me tutte le sua frustrazioni e il suo odio per la diversità. I figli non possono essere il golem dei padri, la copia carbone; sono sangue dello stesso sangue, ma non possono essere cervello del medesimo cervello. Mi auguro che nessun padre si comporti come il mio, ma a Belfast i genitori sono responsabili della trasmissione genetica dell’odio e della vendetta. Il miracolo sarebbe ridistribuire le possibilità di sopravvivenza tra le persone, la libertà e il rispetto, al di là del credo religioso e del colore della pelle. Ma credo di essere uno stupido idealista. Non cambierà mai nulla.

Perdere molti amici (di Aids, per violenza o in incidenti) ha alterato il tuo rapporto con la vita e con la morte?
Vivo con intensità e pienezza, come ben sai se leggi i giornali. Rubo la felicità a ogni singolo giorno, in attesa di sapere quando arriverà il mio... spero il più tardi possibile. Sono in ottima salute, ogni anno mi sottopongo a check up completi, l’ultimo dei quali a Los Angeles, ma non puoi mai sapere. Non ho paura di morire, semmai di non vivere. Non vorrei morire ucciso sulla porta di casa, com’è capitato a John Lennon e a Gianni Versace. Odio il destino quando porta via qualcuno nei suoi anni migliori e con inaudita violenza.

Piangi spesso? Piango in continuazione. Quando vedo film tristi o ascolto musica malinconica o splendida. Non riesco a sentire le “Variazioni Enigma” senza commuovermi. Piango davanti a una fotografia, a un quadro. Piango molto, forse troppo. Ho versato fiumi di lacrime sul finale di “Billy Elliott”, per quel rapporto padre-figlio che mi ha ricordato da vicino il mio. Amo le lacrime.

In “The wasteland” canti: “Avanti, Robert Johnson / anche se apparteniamo a mondi diversi / entrambi sappiamo che cosa voglia dire / avere il demonio nel cuore”. È stato difficile?
Molto. Ogni artista porta dentro sé la mostruosità e l’autodistruzione, l’egotismo e la follia. È dentro di lui in quanto diverso, perché ogni artista vero vive e affronta il mondo diversamente, ma anche perché il successo ferisce e, a volte, uccide. È difficile liberarsi dei demoni dell’arte: la paura, l’insicurezza, l’isolamento. Ma, col tempo, ho acquistato l’ottimismo che a volte mi aveva abbandonato. Penso positivo, almeno fino a quando uscirà l’album.

Una volta hai detto che i musicisti non valgono più di tre righe in un’enciclopedia, una sorta di invito a non prendersi troppo sul serio. La pensi ancora così?
Certamente. Non siamo poi così importanti, nel grande disegno. Sono felice che la mia musica trasmetta emozioni, tocchi il cuore della gente, commuova o dia gioia, entusiasmi o faccia divertire, ma evito accuratamente di pensarci. Potrebbe darmi uno stupido senso di onnipotenza. Ricevo lettere commoventi di persone, famose o sconosciute, alle quali la mia musica ha dato molto. Le leggo, ringrazio Dio del dono che mi ha dato, ma poi, subito, dimentico. E’ troppo pericoloso vivere convinto di essere Dio. Ho una casa in Inghilterra, una in Francia e una a Venezia. Sono fortunato a vivere in Europa. Vivessi in America sarebbe molto diverso, perché lì gli artisti vengono costantemente esposti all’adulazione, che rende irreale la tua esistenza. In Inghilterra, è l’esatto contrario: la stampa ti attacca in continuazione, ma preferisco difendermi dalle calunnie che dall’adulazione, perché le prime le posso smentire con i fatti. Non mi interessa entrare in un’enciclopedia, meglio entrare nella gioia della vita di tutti i giorni.
È vero che stai lavorando a un film sulla morte di Papa Luciani, dal libro di David Yallop “In God’s name”?
Non più. Nessuna casa cinematografica ha avuto il coraggio di accettarlo. Peccato, è un grande libro.

Una tua canzone ha per titolo “Someone saved my life tonight”. Una bella peculiarità della musica è la capacità di salvare la vita alle persone, spesso metaforicamente, a volte anche nella realtà. Chi ha salvato la tua vita, musicalmente e personalmente?
Quando mi drogavo, nel periodo peggiore, ovvero quando ero perfettamente consapevole di dove stavo scivolando, una canzone mi è servita a resistere: “Don’t give up”, di Peter Gabriel e Kate Bush. La ascoltavo e continuavo a ripetere ad alta voce: “Non mollerò, non getterò la spugna”. Il problema era che non sapevo come, in che modo abbandonare quel buco in cui ero precipitato. Poi ho capito; avrei dovuto chiedere aiuto: dire “I need help”, poche parole per convincermi che dovevo farmi aiutare. Non avevo mai avuto il coraggio di dirle. Ho cominciato a disintossicarmi subito dopo averle pronunciate. Non dimenticherò mai quel brano, dall’album “So”, di Peter Gabriel. Ogni volta che permettevo alla situazione di abbattermi, ogni volta che pensavo che questa vita non valesse nulla, mettevo su “Don’t give up” e mi convincevo che sì, ne vale la pena. Ancora adesso piango, quando la sento.

Kris Kristofferson ha detto che, sulla sua bara, vorrebbe una strofa di “Bird on the wire” di Leonard Cohen; Cohen, a sua volta, ha detto di preferire “It ain’t me, baby” di Dylan, forse perché dice ‘Non sono io, piccola’. Quale verso di canzone vorresti sulla tua bara?
Il numero della mia carta di credito!




(Massimo Cotto)

Altre interviste: Il pianista di Pinner racconta il nuovo disco, e molto di più... (26/09/2001)