Il pianista di Pinner racconta il nuovo disco, e molto di più...



Il “madman” è tornato! Elton John non era mai andato via; anzi, negli ultimi tempi era onnipresente, per i vari gossip che lo avevano fatto diventare il reoccio della cronaca rosa musicale.
Con l’uscita di “Songs from the west coast” si torna a parlare di musica. E che musica: il nuovo album è il migliore del pianista di Pinner da molto tempo a questa parte. Questa lunga intervista esclusiva è stata realizzata da Massimo Cotto per il suo programma ‘Hobo’, in onda da lunedì 24 a venerdì 28 settembre alle 13.35 su Radiouno. Rockol ve la ripropone nella sua interezza: oggi la prima parte, venerdì 28 la seconda tranche.


Il nuovo disco è, per certi versi, un ritorno al passato, a “Tumbleweed connection” e “Madman across the water”. È stato uno sforzo consapevole?
Non volevamo tornare al passato, ma creare una semplicità diversa rispetto agli ultimi dischi. Una semplicità che si basasse sul pianoforte, che è presente nei dischi recenti ma non in modo così massiccio. Pianoforte, basso e chitarra registrati in analogico, canzoni dalla struttura semplice: così siamo partiti; poi, visto che il risultato era soddisfacente, abbiamo continuato. Siamo entrati in studio con 20 canzoni, ne abbiamo registrate 18, affinando molto il senso critico. L’anno scorso Bernie Taupin mi ha raggiunto nella mia casa di Nizza e lì abbiamo convenuto che la cosa migliore sarebbe stata realizzare un album di musica e di semplicità, traendo spunto da alcuni show per solo pianoforte, come quello di Lucca, due anni fa. I miei fans chiedevano da anni più pianoforte e meno sintetizzatori. Li ho accontentati. Il suono rimanda dunque agli anni Settanta, in qualche modo. Sono contento che tu la pensi così, perché i miei dischi dei Settanta erano davvero grandi dischi.

Quanto ti è dispiaciuto l’insuccesso di “The road to Eldorado” e di “Aida”, da cui ti aspettavi molto di più?
“Aida” ha avuto grande successo a Broadway. L’album è uscito molto tempo prima e non è andato così bene, a parte Le Ann Rimes. C’erano alcune cose buone, come le presenze di Sting e Tina Turner. Il disco è stato penalizzato da una pubblicazione poco lungimirante, troppo in anticipo sui tempi, e che non ha saputo sfruttare il successo teatrale. Anche la musica di “The road to Eldorado” non era male: peccato che il film fosse bruttino, cosa che chiunque alla Dreamworks ha ammesso; e quando un film è inferiore alle aspettative, la musica non fa la differenza. Non tutto il male è venuto per nuocere, perché in quell’occasione ho conosciuto Pat Leonard, un tastierista che ho sempre ammirato per il suo lavoro con Madonna, Jewel e Roger Waters. Quando gli ho chiesto di produrre il mio nuovo disco, è stato lui a farmi capire che ero sulla buona strada: “Devi tornare alla semplicità di un tempo e al pianoforte, perché è questo che la gente vuole da te”. Pat è stato bravissimo nel farmi da specchio. Un artista ha bisogno di confrontarsi con qualcuno che veda le cose con un maggior distacco. In genere, quando sono convinto di aver terminato una canzone, chiamo Bernie e il produttore e la eseguo, per la prima volta finita, davanti a loro. E Pat mi dava ottimi consigli, chiedendomi magari di anticipare il ritornello. Sono i vantaggi di avere un produttore musicista. Il disco è stato registrato a cavallo del Natale del 2000, in due tranche e in due studi diversi, con otto musicisti. Nessun computer, nessuna sovrapposizione vocale. Splendido.

A Los Angeles, nel 1994, dopo un concerto per la Elton John Aids Foundation, mi hai detto che la felicità e la tristezza nella tua vita privata raramente influenzano le tue composizioni. Questo disco, tuttavia, pare una buona fotografia del tuo presente: malinconico, un po’ deluso e frustrato, ma anche coraggioso e forte.
Almeno un paio di canzoni di questo album sono come dici: “Ballad of the boy in the red shoes” e “American triangle”, dedicata a Matthew Shepperd, il ragazzo omosessuale ventunenne ucciso a Laramy. Ho suonato nella sua città, incontrato i suoi genitori, cercato di capire la sua vita. È stata, quella, la prima canzone che ho scritto. Io dò il meglio di me nelle canzoni tristi. “Birds” è un altro esempio. Ma, in questo disco, ho voluto lavorare sulla mia forza e non sulle mie debolezze.

Rivisiti il passato con regolarità o episodicamente?
Non vivo nel passato. Non ascolto i miei vecchi dischi, non ascolti i vecchi dischi degli altri. Mi lascio influenzare da nuovi artisti. La mia guida spirituale per il nuovo album è stato Ryan Adams con il suo album pubblicato l’anno scorso, “Heartbreaker”. Leggendo le note di copertina, scoprii che era stato registrato a Nashville in due settimane e pensai: “Anch’io facevo così, un tempo. Potrei farlo un’altra volta”. Ho voluto incontrare Ryan, ed è la prima persona che devo ringraziare per avermi ricordato il meglio di me. È paradossale, ma i nuovi artisti del presente mi ispirano a tornare al mio passato. Amo la tecnologia, ma a volte essa ti distrae e porta fuori strada. Quando abbandoni il pianoforte per il sintetizzatore, devi stare attento a non deragliare, perché poi tornare in carreggiata è dura. Io rimarrò fedele al vecchio pianoforte.

In “This train don’t stop there anymore” canti: “Tutto quel che ho detto nelle canzoni / la mia prosa ricercata / non ha mai significato molto per me”. Pensi che gli ascoltatori possano farsi un’idea giusta di Elton John attraverso le sue canzoni, arrivando a conoscerti veramente?
No, non credo. Il mio cuore e la mia anima sono nascosti tra le pieghe della musica, che è però più difficile da leggere e trovare. Amo cantare i testi di Bernie Taupin, perché non so scriverne e perché leggere le sue parole ispira la mia musica. No, non credo che la gente possa capire chi sono e come sono attraverso le mie melodie.

Sempre in quel 1994, mi dicesti che a volte condividi completamente quel che Bernie scrive, altre volte no. Questa volta, pare quasi che sia stato tu a scrivere le canzoni per intero, visto che vestono bene i tuoi stati d’animo.
Mi identifico in quasi tutte le canzoni del nuovo album, è vero, a partire dal primo singolo “I want love”, che oggi non mi appartiene più, ma che sembra disegnato sulla pelle dell’uomo che ero dieci o undici anni fa, prima di disintossicarmi. Ero disperato, volevo fortemente una relazione seria, ma al tempo stesso la rifiutavo, concentrandomi su storie di poco conto. Ne avevo paura. Come dicevo in una strofa, “ero un uomo che si sentiva morto in luoghi dove gli altri uomini si sentivano liberati”, disprezzavo l’amore pulito e normale ma temevo di subire un’altra scottatura se fossi rimasto sul “lato selvaggio” della vita. L’unica canzone che non sento completamente mia è “Mansfield”, che racconta del luogo dove Bernie e sua moglie s’incontrarono dieci anni fa. Ma lei la conoscevo bene, dunque è come l’avessi scritta io. Bernie mi ha dato 70 testi, ho musicato quelli che avrei voluto scrivere io stesso. Non mi sarei accontentato, stavolta, di testi obliqui e oscuri; volevo fossero passionali e appassionati, con un filo rosso di determinazione che attraversa tutto il lavoro. C’è un senso, nel cammino. Il primo brano è “The Emperor’s new clothes”, dove si racconta di me e di Bernie agli inizi, quando scommettevamo sulle nostre vite e sui cavalli e vivevamo come se la notte non dovesse finire; l’album si chiude con la fine dell’ultimo matrimonio di Bernie.

Il video di “I want love” è un unico piano-sequenza, senza tagli.
Per molti anni ho odiato i videoclip, e non ne ho fatto mistero con la stampa. Ma, quando ho visto agli MTV Awards il video di Fatboy Slim con Cristopher Walken, mi sono ricreduto. Così ho pensato a un racconto maturo, con l’assenza mia e la presenza di un attore. Dopo aver scartato un paio di ipotesi, mi sono ricordato di Robert Downey, con il quale ho passato molto tempo a parlare e conoscerci, dopo un mio concerto a Los Angeles, in febbraio. Anche lui ha conosciuto i miei stessi demoni, attraversando le stesse lande. Dieci anni fa ho toccato il punto più basso della mia esistenza, come tutti sanno. Lui era il personaggio ideale per portare sullo schermo la mia storia. Robert ha accettato con piacere. Dopo 16 tentativi, è arrivata la versione buona. “I want love” è un video che ha la stessa maturità del disco, per nulla adatto al pubblico adolescenziale. È il lavoro di un adulto di 54 anni. Curiosamente, è piaciuto molto. Attualmente è il terzo video più trasmesso da Mtv America, evento che, nella mia carriera, non ho mai avuto il piacere di sperimentare. Erano secoli che Mtv non metteva in rotazione un mio video. È un’opera d’arte, non solo un video: per questo piace. Se realizzerò altri video, saranno tutti su questa falsariga, inseguendo questa maturità.

Francois Truffaut diceva che i film sono come la vita, ma senza tempi morti e senza ingorghi. Avanzano come treni nella notte. Che cosa sono le canzoni?
Non ci penso spesso, perché le canzoni sono un accidente della mia vita. Penso ad esse come a momenti che attraversano la mia esistenza, ma non ne rappresentano la totalità. Se componessi musica ogni giorno, diventerei matto. Lavoro una volta l’anno e poi lascio depositare la mia musica affinché sedimenti. Il problema dell’artista, non solo del musicista, è che è costantemente proiettato in avanti. I pittori dipingono tele e le buttano in soffitta, perché pensano al quadro successivo. Così chi fa musica. Le canzoni sono importanti, come veicolo che trasmette le mie emozioni - come potrei comunicare con la gente, altrimenti? - ma non sono tutto. Se lo fossero, vorrebbe dire che nella mia vita c’è qualcosa che non funziona. Solo da qualche anno sono riuscito a raggiungere un equilibrio tra vita privata e lavorativa. Ho una vita divertente: mi dedico alla casa, colleziono fotografie, guido la fondazione contro l’Aids, possiedo la mia squadra di calcio, scrivo musical e colonne sonore per film hollywoodiani. Mi tengo impegnato. Cosa potrei volere di più? Il mio amico Gianni Versace mi raccomandava sempre di assorbire la bellezza della vita come fossi una spugna: mi mostrava come scoprire la meraviglia nelle chiese, in strada, in campagna. Assorbire la bellezza e trasformarla in arte. Questo faceva lui, questo cerco di fare io.

Da piccolo, quando i tuoi genitori litigavano, suonavi il pianoforte per fuggire la realtà. La musica è ancora un veicolo di liberazione e catarsi?
Fuggivo nella mia stanza per ascoltare dischi o la radio, non solo per suonare il piano. Da quando ho tre anni, la musica è la mia compagna di vita, mia moglie, la prima fidanzata, il mio primo fidanzato. Nei momenti di dolore e peggior tristezza, mi ha accompagnato e, nei limiti del possibile, suturato le ferite. Non oso pensare che cosa sarebbe stata la mia vita senza la musica. La prima cosa che faccio, la mattina, prima di entrare sotto la doccia è accendere la radio. E così in macchina o a casa, il pomeriggio. La musica è mia compagna per la vita.

In “Look ma, no hands” giochi sul fatto di essere sul tetto del mondo. Pensi che il successo ti abbia viziato, nutrito, aiutato, danneggiato?
Un po’ di tutte queste cose. Mi ha ispirato e aiutato a incontrare persone meravigliose, ma mi ha anche reso egoista, intrattabile e insopportabile, perché pensavo che tutto mi fosse concesso. Il successo mi ha condotto a tutte le sensazioni ed emozioni proprie dell’animo umano. Non diventerò mai un lavorodipendente, un tossico del lavoro che se ne lascia assorbire a tempo pieno; ma è indubbio che il successo dia dipendenza. E’ difficile farne a meno, anche perché porta con sé denaro e benessere. Il successo, tuttavia, ti trasforma in un mostro. La maggior parte degli artisti lo sono. Ho sperimentato tutto e lo sperimento ancora, ogni giorno. La mia vita è stata una bellissima, surreale corsa sulle montagne russe, densa di riconoscimenti e ricompense che, però, solo ora che sono disintossicato sono in grado di apprezzare. Ci sono stati tempi in cui il mio naso era così assuefatto alla cocaina che non ero nemmeno in grado di sentire il profumo di una rosa. Oggi sto bene e mi godo la vita.


(Massimo Cotto)

Altre interviste: Il pianista di Pinner racconta il nuovo disco, e molto di più... la seconda parte dell'intervista (28/09/2001)