The Edge su passato, presente e futuro del gruppo, in un estratto dal College Music Journal



Alla fine quella della raccolta sembra essere stata una buona idea, almeno dal punto di vista commerciale, visto che il doppio album antologico degli U2 marcia spedito in tutte le classifiche del mondo. In una lunga intervista al College Music Journal - periodico universitario statunitense - della quale riportiamo un breve estratto, The Edge racconta la gestazione del best, i criteri di scelta dei brani, tanto facenti parte del cd dedicato ai singoli che quelli relativi alle b-sides, e accenna al futuro del gruppo. Una buona parte dell’intervista, da noi omessa, è poi dedicata al rapporto tra U2 e College radio.

Quale criterio avete seguito nella scelta del materiale da includere in "The best of 1980-1990"?
Quando abbiamo iniziato a parlare seriamente di fare un best, il vero problema che ci ponevamo era se avrebbe dovuto contenere tutto, e rispondere a questa domanda ci ha portato via un sacco di tempo. Alla fine, abbiamo pensato che probabilmente molta gente non aveva i nostri primi dischi, e così ci è sembrato di fare la cosa giusta nel pubblicare intanto il meglio di quanto abbiamo realizzato nei nostri primi dieci anni di carriera. A quel punto, ci è bastata un‘altra mezz’ora per decidere cosa volevamo mettere sul disco. Un paio di pezzi, che in origine avrebbero dovuto esserci, poi alla fine sono rimasti fuori - come ad esempio una versione live di "11 o’clock tick tock", il nostro primo singolo, e "Bullet the blue sky". A quel punto il best stava iniziando a diventare veramente lungo, e noi volevamo mantenerlo il più possibile sintetico.

Come sono state invece scelte le b-sides della raccolta?
Anche lì, anzitutto abbiamo deciso di lavorare soltanto sulle cose uscite negli anni ’80. Ce n’erano almeno altre dieci da poter inserire che però non ci sembravano adatte. È stato più difficile che con i singoli veri e propri, perché sono canzoni molto diverse tra loro e anche la qualità del suono è molto diversa. Alcune sono molto lo-fi, e altre addirittura migliori della qualità delle registrazioni che poi abbiamo scelto per i singoli album. Alcune mi hanno veramente sorpreso per la loro freschezza. In molti casi si trattava di brani prodotti e registrati molto velocemente, per cui non c’era bisogno di star lì molto a pensare.

Perché avete deciso di reincidere "Sweetest thing" e di usarlo come nuovo singolo?
Abbiamo sempre pensato che quel brano avrebbe meritato una seconda opportunità, e le cose sono successe. Quando abbiamo iniziato a scegliere il materiale da mettere sulla raccolta, sembrava essere il momento giusto per finire la canzone e dare a Bono la possibilità di ricantarla, visto che era decisamente arrabbiato nei confronti di come era venuta la sua prima versione, visto che l’aveva dovuta registrare proprio un giorno in cui era praticamente senza voce. Riascoltando le parti dei singoli strumenti e i suoni che usavamo a metà degli anni ’80, ci è venuta un po’ di nostalgia. Credo che l’averci lavorato con il giusto distacco e una visione nuovamente fresca ci ha permesso di affrontare la canzone come non avevamo mai potuto fare prima.

Cosa puoi dirci sulle prossime canzoni degli U2? C’è una direzione già stabilita o state facendo degli esperimenti?
Non lo so ancora, perché molti dei nostri album prendono forma durante le registrazioni. Ci vorrebbe la sfera di cristallo, adesso, per sapere come suonerà. Ma so che nel precedente album, all’inizio delle registrazioni, non avevamo con noi Larry Mullen, perché aveva dei seri problemi alla schiena. Per fortuna adesso, per le registrazioni del nuovo lavoro, stiamo tutti benissimo. Non stiamo cercando di scrivere canzoni e poi arrangiarle con il gruppo, ma proviamo a scrivere insieme e a lavorare come se fossimo in sala prove. Così speriamo che le canzoni vengano fuori con l’atmosfera delle vere band, a differenza del precedente lavoro. Siamo contenti di tornare a lavorare con Brian Eno e Daniel Lanois: sarà il nostro quarto album con loro e gli altri tre sono stati di grande successo, tanto commercialmente che artisticamente.

C’è un periodo o un album degli U2 che preferisci?
Mi piacciono tutti, ma se dovessi scegliere un periodo, direi quello di "The unforgettable fire", anche se forse creativamente il migliore è stato "The joshua tree". Eravamo maturi per ottenere dei risultati come gruppo, tanto dal punto di vista della scrittura, che della produzione e della sperimentazione, e al tempo stesso sapevamo rischiare. La gente ai tempi di "The unforgettable fire" pensava che avessimo fatto un grande errore commerciale: avevamo buttato via il suono di "War" che ci avrebbe spalancato le porte del successo mondiale, per unirci a quel terrorista dell’arte di nome Brian Eno. Perché? Così quando uscì non fu accolto benissimo, anche se a riguardarlo oggi è stato il disco che ha creato un rapporto profondo tra noi, Brian e Daniel, rapporto sviluppato nel successivo "The joshua tree", album accolto più favorevolmente dalla critica. Per "Rattle & hum" il discorso è ancora diverso, perché pur essendo stato un album assai criticato, ha su questa raccolta più pezzi di qualsiasi altro disco. E le cose nuove che abbiamo scritto per quel disco erano molto belle. Credo che nonostante fosse un nostro tributo alla musica americana, siamo riusciti comunque a rimanere noi stessi.

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