Il carismatico chitarrista dei Red Hot Chili Peppers rivela i segreti del suo nuovo disco solista...



La musica non è fatta solamente di sette note ma di pensieri, idee, visioni, forme, colori, arte, angeli custodi, religione e spiritualità.
Questo è, perlomeno, ciò che John Frusciante, il rinomato chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, ha confessato a Rockol durante il suo passaggio milanese. Un incontro illuminante che ci ha mostrato anche gli aspetti più profondi e nascosti di un musicista dal passato travagliato che pubblica, proprio in questi giorni, il suo terzo album solista, “To record only water for ten days”.


Ci racconti la tua storia di adolescente prima di entrare nei Red Hot Chili Peppers? Che musica ascoltavi?
Sono praticamente cresciuto nella mia stanza provando giorno e notte, fino a quando veniva il momento di andare a scuola. Arrivavo a scuola e mi mettevo a dormire per quelle quattro ore che dovevo stare in classe. Quando ho raggiunto i 17 anni mi sono trasferito a Hollywood e ho smesso di provare con la chitarra, iniziando invece a suonare con un bravo bassista che avevo appena incontrato. E’ stato allora che ho capito cosa significava suonare con un’altra persona. A 18 anni ho incontrato Flea e poco dopo mi sono unito ai Red Hot Chili Peppers. Ma non ho mai fatto parte di nessun gruppo prima di allora.

Qual è stato il genere musicale e gli artisti che ti hanno spinto a suonare la chitarra?
E’ stato il punk. Ero un ragazzino nel 1977 e 1978 e ascoltavo cose tipo Van Halen e Jimmy Page; mi sembrava impossibile poter suonare la chitarra come loro. Io volevo suonare la chitarra, e sapevo che ce l’avrei fatta, anche se non avevo modo di capire come quei chitarristi potessero produrre certi suoni. Ma quando ho sentito il punk-rock, nel 1979 e 1980, insieme alla new wave, ho iniziato a capire come poter suonare il mio strumento. Anche se non avevo una chitarra elettrica, ne possedevo una acustica che se ne stava chiusa in un armadio. Così il giorno che ho iniziato a suonare sono stato ispirato dai Germs, dai Sex Pistols, dai Black Flag, dai Circle Jerks e dai Mad Society, un gruppo di teenagers ora dimenticati.

Qual è il significato del titolo del tuo album, “To record only water for ten days”? E’ un disco molto spirituale, sembra. Sei stato influenzato dalla tradizione dei pellerossa?
Il mio nuovo disco ha un titolo simbolico: ho pensato al mio corpo come fosse un registratore, immaginando di registrare soltanto suoni prodotti dall’acqua per dieci giorni; questo per raggiungere una sorta di “stato di purificazione interiore” che mi avrebbe permesso di rappresentare, con la musica, ciò che vedo dentro di me, nella “quarta dimensione”. La sensazione che ho della mia musica è messa nella mia testa da spiriti; la vera e propria esecuzione dei suoni che sento, tradotti in musica, che sono anch’essi già presenti dentro di me, è mio compito. Credo che tutta la musica sia spiritualità e penso che le musiche più belle vengano create da artisti che non sono coscienti fino in fondo di quello che hanno scritto. Quando ascolto la musica sento i fantasmi che sono entrati in quella musica per crearla, e visto che sono cosciente di questa cosa, penso di avere qualcosa in comune con gli indiani d’America, anche se non è un’influenza diretta perché non conosco la loro musica.

Hai parlato di spiritualità; qual è il tuo concetto di religione?
Non seguo alcuna religione in particolare. So solo quali spiriti mi seguono e mi sento come se lavorassimo ogni giorno insieme. E’ una cosa di cui ho preso coscienza autonomamente e non grazie a libri o altre letture che ho fatto. Quando avevo 21 anni suonavo la chitarra e facevo un gioco. Mi dicevo “tu non sei qui, e non devi fare nulla con questa musica”. Quando facevo questo, ogni mia esitazione spariva e suonavo molto meglio di prima. Ed ogni nota era buona, aveva un significato; ma non ero io, perché non volevo direttamente che succedesse quello. Da quel momento, ho sempre creduto che gli spiriti discendessero in una persona, aiutandola nella vita.

Il disco contiene suoni molto diversi, campionamenti e drum machine. E’ stata una necessità o una scelta artistica?
Questo è ciò che volevo fare. Era il suono che sentivo nella mia testa, tre anni fa, quando immaginavo che tipo di musica avrei voluto comporre. Negli ultimi tre anni il 60% della musica che ho ascoltato era elettronica. Quando ho capito che potevo riprodurre i suoni che avevo nella mia testa è stata una grande rivelazione. Quando poi ho sentito alcuni album dei Depeche Mode e di Björk, mi si è aperto un nuovo mondo.

Ti piace l’arte moderna? Quando parli di questi suoni, visualizzi qualche immagine nella tua testa?
Il mio artista preferito è Marcel Duchamp e l’arte moderna in particolare, tra cui anche Andy Warhol. Per quanto riguarda Andy Warhol, mi piacciono molto i suoi film, dei quali ho una grossa collezione. Quando compongo musica, penso in termini “di visualizzazione”. Provo ad avvicinarmi alla musica nel modo in cui quegli artisti si avvicinavano all’arte, forse anche perché negli ultimi otto anni ho letto avidamente i diari di Leonardo Da Vinci e Marcel Duchamp. Specialmente quando suono la chitarra, penso sempre ai punti, alle linee, ai tratti, alla prospettiva e alle superfici che stanno nella mia testa; un quadro immaginario che mi si svela pian piano. Sicuramente quando scrivo i testi delle canzoni, le mie influenze principali sono Leonardo Da Vinci e Marcel Duchamp. La musica per quanto mi riguarda è ricreare le immagini che sono dentro di me, i colori e le “onde mentali” che, in realtà, hanno una certa consistenza. Leonardo da Vinci teorizzava che l’uomo deve essere “maestro e possessore dei segreti della natura” per poterla rappresentare. Questo è un fondamento che io tengo sempre a mente.

Hai collaborato con Tricky, mi racconteresti come è andata?
E’ stato sicuramente un’esperienza molto interessante, perché lui lavora in modo velocissimo. Mi sono sentito a mio agio con lui, perché non devi ascoltare nulla, ma solo fare. Quando lavori con Tricky non sai mai come suonerà un pezzo. Quando compongo e registro un pezzo, io so esattamente cosa ne uscirà fuori, perché la sensazione originale è con me dall’inizio alla fine, così non ho bisogno di produttori che aggiungano idee alla mia musica. In questo Tricky e io ci assomigliamo molto. Lui sa esattamente che cosa vuole, cosa che invece non funziona con Flea, che ha bisogno di tempo. Sono stato felice di lavorare con lui. Se suonavo due note lui subito mi fermava per dirmi “okay, questo è quello che volevo”. La cosa interessante è che Tricky lavora al contrario: non scrive una canzone e poi la arrangia, lui prima registra un brano, poi lo arrangia e poi sistema la parte vocale sulla musica prodotta… alla fine dice, “bene, ora la composizione comincia”.

Nel tuo nuovo disco c’è un brano che si intitola “The first season”. Di cosa parla?
L’ho scritta di primo mattino. E’ difficile capire esattamente di cosa parlano le mie canzoni, perché seguo le emozioni, un flusso di idee che provengono dalla mia coscienza. Ogni verso che scrivo ha un significato diverso, anche rispetto al successivo, quindi non c’è necessariamente un nesso tra una frase e l’altra. Per quanto riguarda questo brano in particolare, l’idea è partita dalla prospettiva di essere dietro a un “muro” di spazio, un muro che mi permetteva di vedere ma di non essere visto, come se io fossi un grande occhio. E’ una delle poche canzoni che sono state scritte a Los Angeles, quasi tutto il resto è stato scritto mentre ero in tour con i Red Hot Chili Peppers.

Hai dichiarato che entrare in un gruppo come i Red Hot Chili Peppers era un sogno. Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto ad abbandonarli?
Una voce nella mia testa mi ha suggerito di abbandonare la band dopo la realizzazione del disco “Blood sugar sex magik”. Questa voce, in quel momento, mi sembrò sensata, perché ero al picco della mia creatività e del successo e volevo che la creatività non si fermasse, ma continuasse a scorrere liberamente. Ho sentito che continuare a vivere la vita che vivevo mentre ero in tour, potesse essere anti-creativa per me. Così, anche se in quel periodo tutti i componenti del gruppo andavano d’accordo ed era quindi difficile per me fare una scelta di quel tipo, mentre ero nel bel mezzo del tour e mi accorgevo che la mia vita si stava sfaldando, decisi di lasciare tutto. Ero arrivato ad un punto in cui non mi piaceva più nemmeno quello che suonavo, e soprattutto come lo suonavo. Avevo capito che la voce dentro di me che nove mesi prima mi aveva parlato aveva ragione e che mi ero spinto decisamente troppo in là. Ma essere in un gruppo oggigiorno è un sogno, più di quanto non lo sia stato all’inizio. Stiamo molto bene insieme e non potrebbe andare meglio.

Come ti vedi nella veste di cantante?
Mi rendo conto che paragonandomi ad altri chitarristi forse ne esco meglio che non paragonandomi ai cantanti, però mi piace molto la mia voce e mi piace cantare. Sono due metodi di espressione diversi, ma vengono dallo stesso posto. Non potrei vivere senza cantare.

(Valeria Rusconi)

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