Chi è Terry Callier? Una piccola grande leggenda della musica nera. Conoscetelo nell’intervista di Rockol…..



Prendete una voce da cantante soul, la sensibilità folk del primo Dylan, uno “swing” degno di un grande jazzista e la spiritualità di John Coltrane. Mescolate, e vi farete un’idea di chi è Terry Callier. Un cantante in giro da più di trent’anni (i suoi esordi risalgono agli anni ’60), scomparso per lunghi periodi dalle scene e riemerso negli anni ’90, quasi casualmente: una sua canzone “Don’t wanna see my self without you”, divenne uno dei tormentoni di quello che allora veniva chiamato “acid jazz”. Da quel periodo in poi, la rinascita: due dischi per la Verve, storica etichetta jazz, duetti con Beth Orton e Paul Weller, collaborazioni con 4 Hero, Koop. Gli ultimi due dischi, lo stupendo concerto “Alive” (2001) e il recentissimo “Speak your peace” (2002) sono usciti per una piccola etichetta inglese, la Mr.Bongo. “Speak you peace” viene distribuito anche in Italia dalla Family Affair, ed è la prima volta per un disco di questa piccola grande leggenda della musica nera. Rockol lo ha raggiunto telefonicamente a casa sua, nella natia Chicago dove ancora vive, salvo qualche trasferta in Europa, diventata invece la sua dimora musicale. Meet Mr. Callier…

In Italia sei praticamente sconosciuto. Come ti presenteresti, chi è Terry Callier?
Il modo migliore per introdurmi sarebbe attraverso la mia musica; da questo punto di vista è un peccato che i miei vecchi dischi non siano stati mai pubblicati nel vostro paese. Credo che il mio ultimo album sia un buon punto di partenza per capire il mio lavoro: sono una musicista radicato nella cultura afroamericana, che scrive e canta canzoni centrate sulle relazioni interpersonali, tra uomini, tra uomini e società e tra uomini e Dio.

Anche solo leggendo i titoli dei tuoi dischi, da “What color is love” all’ultimo “Speak your peace”, si nota una forte vena spirituale nelle tue canzoni.
E’ vero, ed è dovuta principalmente all’influenza di John Coltrane sulla mia musica. Quando ero giovane, verso i primi anni ‘60, l’ho visto suonare a Chicago con il suo quartetto storico. Quando ha finito la serie di concerti in città, ho smesso di suonare per un anno e mi sono trovato un lavoro come tecnico di laboratorio. Mi ero reso conto che la mia musica non aveva nulla dell’intensità, della forza spirituale e della devozione espressa da Coltrane. Ho capito che dovevo cambiare direzione.

Tu hai iniziato negli anni ’60 come cantante folk nero. Il tuo primo disco, “The new folk sound of Terry Callier” era molto essenziale. Poi ti sei ritirato e quando sei riemerso negli anni ’70 la tua musica era cambiata.
Il primo album, pubblicato nel 1968, era basato essenzialmente sulla chitarra e sulla mia voce. Erano già presenti influenze di Coltrane, come nei suoi primi lavori, anch’io usavo una formazione con due bassisti. Poi ho perso il contratto, continuando a suonare qua e la nei dintorni di Chicago. Nel 1972 ho trovato una nuova casa discografica ed ho sviluppato il suono in una direzione decisamente più jazz, in dischi come “Occasional rain” e “What colour is love”.

Tu suoni da più di trent’anni, ma sei stato lontano dalle scene per lunghi periodi per ben due volte. Oltre alla “pausa” tra il primo e il secondo disco, sei “sparito” dalla fine degli anni ’70 alla metà degli anni ’90. Cosa è successo?
Ho inciso due dischi per la Elektra, l’ultimo dei quali, “Turn you to love”, è uscito nel 1979. La persona che curava il catalogo jazz e fusion dell’etichetta se ne è andata e tutti gli artisti che lui aveva messo sotto contratto sono stati “licenziati”.
Non sono tornato più in studio fino al 1982, quando ho inciso un 12”, “Don’t wanna see myself without you”, che ho pubblicato a mie spese. Paradossalmente, quel singolo ha avuto qualche riscontro quasi dieci anni dopo. Nel 1991 un inglese, Eddie Pillar, mi ha chiamato per dirmi che la canzone stava avendo grande successo nei club londinesi, e che voleva ripubblicarlo per la sua etichetta, la Acid Jazz. In quel periodo mi ero messo a fare il programmatore di computer, perché mia figlia era venuta a vivere da me, e dovevo mantenermi. Avevo smesso di fare musica.
Il disco venne ripubblicato, e per qualche tempo andai in Inghilterra a suonare nei club. Alla fine di un concerto venni avvicinato dal presidente americano della Verve, che mi propose un contratto. Fu così che nel 1996 pubblicai “Timepeace”.

Per la Verve hai pubblicato due dischi. Ma hai avuto anche qualche problema, tanto che i due album successivi, compreso l’ultimo, sono usciti per una piccola etichetta inglese…
Fondamentalmente volevano che reincidessi i miei vecchi brani. Ci ho messo un po’ a convincerli che era il 1996 e che non aveva senso ritornare su cose di 20 anni prima. Quando è uscito il secondo disco, non hanno fatto promozione e mi hanno lasciato libero: la Verve era stata acquista dalla Universal insieme alla MCA, ed era cambiato tutto il management. Ora sono senza contratto in America, il mio pubblico è prevalentemente europeo. Continuo a vivere a Chicago, ma vengo in Europa due-tre volte all’anno.
In fin dei conti, se ci pensi non è così strano: molti americani, fin dai tempi di Josephine Baker per arrivare a Louis Armstrong, Charlie Parker o Miles Davis, hanno avuto più riscontri in Europa che negli Stati Uniti. Questo è particolarmente vero per la cultura afroamericana in generale, non solo per la musica. Diversi artisti o scrittori come Richard Wright hanno dovuto attraversare l’oceano non solo per questioni di carriera, ma per trovare un po’ di pace. La culture nera, quella latina, quelle giapponesi, cinesi e tutte le minoranze vengono sistematicamente ignorate dalla maggior parte della gente americana.

In Europa sei diventato un personaggio “di culto”, tanto che hai finito per collaborare con illustri colleghi locali come i 4 Hero, Beth Orton e Paul Weller…
I 4 Hero li ho conosciuto a metà degli anni ’90 perché avevano remixato un mio brano, “Love theme from Spartacus”. Ho cantato una canzone nel loro ultimo disco, e loro sono presenti in diverse tracce di “Speak your peace”. Quanto a Beth Orton, è stata lei a cercarmi: si è fatta presentare alla fine di un mio concerto londinese, abbiamo iniziato a chiacchierare e abbiamo deciso di incidere qualche pezzo assieme. Io ho cantato su un brano del suo “Central reservation” e dell’EP “Best bit”, lei su una canzone del mio “Lifetime”, del 1999. Paul Weller, infine, continuava a parlare bene di me nelle interviste, così appena ho avuto il pezzo giusto ho cercato di contattarlo. Ho abbozzato “Brother to Brother”, gli ho fatta sentire un demo, e in un giorno l’abbiamo finita e incisa. Poi l’ho scelta come singolo per “Speak your peace”.

A proposito dell’ultimo disco: proprio grazie ai 4 Hero hai incluso diversa elettronica nella tua musica, che ha radici solitamente molto più tradizionali…
Cerco soltanto di portare la mia musica nel 21° secolo… Bisogna aggiornare la musica, cercare di capire cosa ascolta la gente, soprattutto quella più giovane. Non mi intimorisce fare musica più giovane della mia immagine un po’ vecchia, anzi, mi diverte. Alcune delle canzoni di “Speak your peace” affrontano temi molto seri, ma questo non significa che la musica debba essere pesante. Se avrò l’occasione di fare un altro disco, continuerò in questa direzione: non soltanto scrivere canzoni, ma ripensarle secondo nuove forme musicali.

(Gianni Sibilla)

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