Le interviste dell'anno di Rockol: 5 aprile 2002...



Al quarto piano di un imponente palazzo, la luce slavata di una giornata qualsiasi di inizio primavera filtra tra le sbarre della ringhiera attorcigliata su se stessa, nervosa, fino a salire verso “Quello che non c’è”. Manuel Agnelli e Giorgio Prette si sono chiesti che forma e consistenza potrebbero avere certe convinzioni che ti nascono dentro, e poi muoiono pigre, lasciandoti smarrito, perso, disperato. Non hanno trovato una risposta, non hanno formulato un nome. Perché “Quello che non c’è” è l’unica definizione che si può usare per definire tutte quelle piccole cose. La necessità, il bisogno, l’insoddisfazione. La vita. Stati d’animo contrastanti dei quali, ad un certo punto, non si riesce più a definire i contorni, un tempo così limpidi da farti sentire al sicuro dai mali del mondo.
La casa di Manuel è fatta di spazi vuoti e dilatati, e di piccole nicchie fitte di ricordi: proprio come il suo nuovo disco, “Quello che non c’è”. Una manciata di storie in cui la rabbia, un tempo urlata fino a perdere la voce, si fa invitante come il miele; ma solo per colpirti all’improvviso in modo più devastante, trascinandoti nella più grande delle tragedie, lasciandoti intontito e sommerso da domande che mai avranno risposte. “Quello che non c’è” è un disco maestoso. Un disco che fa male.
Davanti a noi, Manuel Agnelli e Giorgio Prette sorseggiano caffè illuminati dalla stessa luce che bacia chi ha cercato, trovato e perso tutto. Si ricomincia. La vita, qualcuno diceva, è fatta per cercare la verità. Anche se non c’è.
Ecco la prima parte della lunga conversazione con Manuel Agnelli e Giorgio Prette. La seconda puntata verrà pubblicata lunedì 8 su Rockol.


“Quello che non c’è” inizia con un brano che sembra parlare di un Gesù che risorge e maledice se stesso, l’umanità e il suo “modo di morire sano e salvo”. A tale proposito, qual’è il tuo rapporto con la fede?
Manuel Agnelli: In realtà tutte le parole di quel brano si riferiscono a me stesso. Che poi io pensi di essere Gesù è un altro paio di maniche… . Il testo è molto personale e tutto il disco è improntato su una visione molto egoistica delle cose che stanno succedendo attorno a me. Parlo sempre di cose che mi coinvolgono molto direttamente. Per quanto riguarda la mia religiosità ti posso dire che sono una persona molto religiosa, il che non vuol dire avere fede. Non sono né cattolico né tanto meno osservante. Non credo di essere una persona pratica o con dei valori materiali superiori a quelli spirituali. Ma non per questo ho fede in qualcosa di particolare.

Questo sentimento è stato amplificato dal tuo viaggio in India, che emerge in “Bye bye Bombay”?
M: Sì, però è il contrario di quello che tu possa pensare, in realtà in India ci si aspetta di trovare un luogo molto spirituale, cosa che io non ho trovato affatto. E’ un paese spietato che ti mette di fronte a delle realtà molto forti. In questo senso rielaborare un viaggio significa anche ritrovare un certo tipo di spiritualità, ma difficilmente lo trovi mentre sei in viaggio, a meno che non ci rimani un anno o di più. In un certo senso mi è servito per tantissime cose. E’ stato come uno spartiacque: dovevo decidere chi volevo essere e contemporaneamente capire i miei limiti.

Questo viaggio ti ha dato più risposte o dubbi?
M: Sicuramente mi ha aperto nuovi quesiti. Però è anche vero che la negazione di alcune cose è di per sé una risposta. Il fatto di rinunciare alla consistenza di certe cose, rendendole più drammatiche, può essere già una risposta.

Hai descritto “Quello che non c’è” come “la rabbia e la disperazione per la perdita dei valori”. Pensando ai vecchi Afterhours viene da pensare che forse allora avreste reagito con più aggressività a questi sentimenti.
M: Penso che questo disco sia molto, molto cattivo. Forse più cattivo che aggressivo. Ora la pensiamo diversamente ma ciò non dipende solo dalla barba bianca e dall’età. Credo che per noi l’urlo liberatorio sia ancora importante, ma non alla base del nostro attuale modo di esprimerci. Vogliamo cercare le sfumature e in questo riusciamo ad essere molto più cattivi e vicini alla realtà rispetto a quanto lo fossimo prima. Ci siamo stancati di suonare allo stesso modo e di dire le cose in una certa maniera anche se era molto efficace. Purtroppo era diventata una gabbia, stavamo diventando il cartonato di noi stessi; per questo i testi sfruttano meno il cut-up (metodo di scrittura usato da William Burroughs, che dopo aver scritto un testo lo tagliava per poi riassemblarlo in modo casuale) e le parti strumentali sono molto dilatate.

A proposito dei testi, in questo disco sono molto più lineari e narrativi rispetto al passato.
M: Sì, anche se non credo ancora di raccontare delle storie e non ho l’interesse a farlo. La canzone cantautorale non mi appartiene, ma avevo la necessità di dire le cose in un modo più dilatato rispetto al passato. Mi sono seduto meno sulle frasi ad effetto per scavare di più nelle sfumature. Poi potremmo parlare per ore dell’uso del cut-up che un tempo mi dava, e di questo se ne rendevano conto anche gli altri, una dimensione magica perché non conoscevo il risultato finché non lo rielaboravo. Non è solo scrittura o arte spontanea, è voler dare occasione alla magia di voler entrare nelle cose. Con questo disco invece avevo l’esigenza di dire delle cose molto precise lasciando meno spazio a questo tipo di esperienza.

E’ vero che in questo disco volevi dare più rilievo alla musica piuttosto che ai testi?
M: Le lavorazioni su questo disco sono partite dalla musica. Come al solito i testi li scrivo sempre come ultima cosa. Non volevo assolutamente che i testi salvassero le canzoni come, invece, a volte era successo in passato. “Sui giovani d’oggi ci scatarro su”, musicalmente non un gran pezzo, risulta divertente grazie al ritornello nato da una sua frase (indica Giorgio). Quando abbiamo iniziato questo disco volevamo concentrarci prima di tutto sulla musica. Volevamo che gli Afterhours avessero un senso nuovo pur rimanendo gli stessi.

Hai detto che questi testi sono nati dalla necessità di dire cose personali. A volte, però, sembra siano più influenzati da situazioni esterne.
M: I testi in questo disco parlano un po’ di tutto. Parlano del sociale, del politico e del personale. Parlano di amicizia e di certe presenze ossessive che ho dentro di me e delle quali non mi sono liberato. Tutti gli argomenti sono però filtrati dal mio modo di vedere e di pensare. Proprio per questo non ci sono slogan. E’ un disco sul disorientamento. Parla della mancanza di punti di riferimento.

La denuncia della società odierna sembra comunque più forte che in passato…
M: Ciò deriva dal fatto che abbiamo eliminato completamente l’ironia dallo spirito del disco. L’ironia è una bellissima cosa e l’abbiamo usata anche pesantemente, ma alla lunga diventa una maschera dietro la quale ci si nasconde. Gli italiani lo sanno bene, la usano per sdrammatizzare ogni tipo di situazione, ma in alcuni momenti è una scusa per non prendere posizione e in questo disco noi volevamo invece farlo. E’ il momento di essere qualcosa, o bianco, o nero, con tutto il grottesco che ne consegue.

Nei dischi passati sembra però che la volontà di reagire fosse maggiore, mentre in questo c’é più denuncia, ma più passiva. Come se diceste che non si può più fare nulla, che siamo arrivati alla fine…
M: Secondo me già la denuncia di qualcosa è una presa di posizione. E’ vero, questo è un disco sulle “non risposte”, ma purtroppo quelle che avevamo non sono più valide o si sono dimostrate completamente inefficaci. Non mi sembra sia comunque un disco passivo. Solitamente i dischi passivi sono quelli falsamente felici, con il sorriso forzato; quelli che fanno finta di niente. E’ vero, è un disco che non ti dà delle risposte, ma oggi non ne abbiamo.

E’ un disco nato da una forte sfiducia personale.
M: Perché, voi avete fiducia in questo mondo?

No, ma forse ci aspettavamo qualche indicazione in più…
M: Per noi era fondamentale trovare un certo tipo di sincerità, quasi integralista, estrema, che andasse d’accordo con quello che eravamo e che siamo ora. Non abbiamo mai pensato di progettare un disco per dargli una qualche funzione. Cerchiamo di fare le cose che ci piacciono ed evitare quelle che non ci piacciono e questa è l’unica risposta che abbiamo. Siamo un gruppo che si è messo in gioco tanto, rischiando anche il grottesco e dando un’immagine di sé non sempre chiarissima. Qualche volta siamo stati controcorrente anche in un modo politicamente scorretto, però è sempre stato il nostro modo di essere e continueremo così. Forse questo è un disco che non dà punti di riferimento, ma non ci credo perché a noi ne dà perché pone le basi per la comprensione di un certo tipo di malessere.

Certo non è un album consolatorio...
M: Infatti, non è consolatorio. Inoltre non è falso, cosa che sarebbe assai peggio. Non è “alziamoci e partite”, però prende coscienza delle cose in un modo spietatamente sincero. Non so se da qui si esce e si va da qualche parte, ma questo è quello che abbiamo.

Tornando all’India. In “Bye bye Bombay” ti riferisci a Mimì (Emidio Clementi, leader dei disciolti Massimo Volume) parlando di una cicatrice. Era un modo per parlare del rapporto che hai con lui o dei sentimenti che avete provato assieme in quel viaggio?
M: Sì, parlo del legame che ho con lui. Un rapporto di reciproca stima, reciproco amore e ammirazione, anche se a volte c’è stata un po’ di paura. Alla fine le persone con una personalità forte, contaminante, hanno sempre bisogno di essere contenute all’interno di argini. E se in un rapporto intenso questi argini non ci sono più alla fine si prova paura. E comunque quello è un messaggio piuttosto personale per cui chi vuole intendere…

Anche nel parlato di “Ritorno a casa” intendevi rendere omaggio ai Massimo Volume?
M: Diciamo che la vicinanza con i Massimo Volume e i reading che ho fatto con Mimì mi hanno sicuramente avvicinato a questo tipo di dimensione, al testo parlato. Loro lo hanno fatto prima di tutti e meglio di tutti, però sento che è una cosa che ormai mi appartiene. Ho scritto molti racconti e questo mi sembrava efficace così. Era un’occasione bellissima per non avere le gabbie della forma-canzone.

In questo disco canti molto. In “Non sono immaginario”, per esempio, usi molto la voce, mentre una volta avresti urlato di più. Una scelta?
M: Oddio, sono un fallito! In realtà quello che volevo fare era cambiare registro e cantare più in basso di quanto avessi fatto in passato. Non doveva essere un disco a cascata, ma molto intimista. Una volta certe cose le avrei gridate, ora non avevo la necessità di farlo anche se c’è ancora qualche pezzo in cui non sto proprio “sussurrando”…

Sì, ma più che un urlo è un cantato alto…
M: Diciamo che la dimensione urlo forse è troppo adolescenziale. Se urli e non ti liberi forse è tempo di cercare da qualche altra parte. Poi che io canti più del solito è una sconfitta, perché in realtà volevamo costruire dei pezzi con molti spazi strumentali e io volevo staccarmi dal microfono per avere una dimensione più dilatata. Ho ripreso a suonare molto la chitarra e Giorgio la batteria.

Infatti ci sono costruzioni di batteria che prima non c’erano…
Giorgio Prette: Infatti ha suonato un altro (risate)…

Comunque la domanda precedente voleva riferirsi più all’utilizzo del “bel canto” piuttosto che alla quantità delle parti cantate nei singoli brani…
M: (Fa un vocalizzo con conseguente risata generale). Non volevamo soffermarci sulle cose che sapevamo già fare. La nuova direzione è stata scelta in modo molto naturale, avevo bisogno di cantare così e sono contento di ciò. Finalmente mi libero da queste gabbiette…

C’è stato anche un periodo in cui cercavi la tua voce…
M: Dopo aver cantato per anni gli stessi pezzi non ne potevo più di sentirli. Ci sono brani che ancora mi piacciono, ma non ho più voglia di eseguirli. Ad esempio “Germi” e “Siete proprio dei pulcini”. Io non mi ci vedo a cantare brani che facevo a venticinque, ventisei anni. Non voglio essere imprigionato in quella dimensione lì e mi dispiace per chi non c’era. Il mio modo attuale di cantare mi piace molto di più perché ha più sfumature.

In “Non sono immaginario” ripeti più volte appunto di non essere immaginario, anche se non sembri molto convinto di questo. Credi che la vita di artista non ti permetta un contatto completo con la realtà?
M: Sì, una parte del grottesco e della perdita dei punti di riferimento dipende da quello. Quando abbiamo scoperto cosa voleva dire essere dei musicisti abbiamo anche scoperto che è una dimensione molto diversa da quella che ci immaginavamo, completamente diversa e con un sacco di merda nel mezzo. Ciò ha messo in dubbio, almeno per quanto mi riguarda, molte delle scelte che avevo fatto.

Si dice che le cose migliori vengano dalla sofferenza: se un artista è felice, ciò che riesce a creare rimane solo in superficie, senza arrivare davvero in profondità. Siete d’accordo?
Giorgio Prette: Penso che un certo tipo di spirito venga fuori più che dalla sofferenza da periodi traumatici. Ciò è successo nella lavorazione di “Hai paura del buio?” e “Quello che non c’è”.
Manuel Agnelli: In “Non è per sempre” stavo peggio che in “Hai paura del buio?” e “Quello che non c’è” e credo che “Non è per sempre” sia inferiore agli altri due dischi. Secondo me il fatto di star male ti può dare una maggiore intensità, ma se non hai la lucidità per tirarla fuori va sprecata. Se stai veramente male non hai nemmeno voglia di scrivere canzoni. In definitiva star male ti serve a crescere e a capire le cose, però poi per metterle in pratica hai bisogno di stare un po’ meglio. Penso comunque che certi artisti abbiano fatto cose molto gioiose e solari indipendentemente dalla loro situazione. Ho sempre odiato l’idea bohémienne per cui l’artista deve morire di tisi a trent’anni: penso sia una cazzata enorme che ha influito negativamente sulla nostra generazione, essendo una visione molto romantica dell’arte. I più grandi artisti erano in carne, facevano orge o erano di buona famiglia, come Duchamp, o erano ricchi e basta come Picasso e Dalì.

E’ anche vero però che molti artisti erano dei derelitti che non hanno mai visto il successo, almeno non prima della morte…
M: Sì, è vero, ma persone come Leonardo Da Vinci erano molto ricche e passavano il tempo a scoparsi i ragazzini. La creatività non è data dalla sofferenza, ma dalla sensibilità che ti permette di rielaborare le cose. E’ la sensibilità che ti dà l’urgenza di fare o meno. Pollock, ad esempio, poteva permettersi di usare un metodo magico per creare e quindi non aveva bisogno di trasporre fatti personali in quello che faceva. Bukowski era esattamente il contrario. Altri artisti non hanno vissuto, ma avevano una vita interiore grandiosa che li portava a creare cose bellissime.

C’è qualche particolare lettura che hai fatto mentre componevi le canzoni?
M: No. Ho letto Borges. Non conosco lo spagnolo, ma sul libro c’erano entrambe le versioni e credo che tradotto invecchi tantissimo. Forse in qualche modo ho preso da lui questa sorta di oscurità genetica.

E musicalmente?
M: Nemmeno. Purtroppo e per fortuna credo che gli Afterhours siano delle persone che hanno letto e ascoltato moltissime cose. Ma non mi succede più di essere influenzato da un bell’album. Ci sono dischi che mi esaltano, ma spesso si tratta di cose diversissime dallo stile Afterhours. Ho ascoltato molto jazz recentemente, perché c’è una libertà che nel rock manca. E forse, anche se non c’è jazz in questo disco, ne rimane sicuramente lo spirito.

Questo disco ha visto la dipartita di Xabier, che nei vecchi Afterhours rappresentava l’animo sperimentale del gruppo. Come avete reagito alla sua mancanza?
M: Xabier ha una personalità particolare e il volerla sviluppare ancora di più musicalmente lo ha portato a prendere certe decisioni. Aveva bisogno di uscire da un certo tipo di schema della forma-canzone. Xabier aveva quel ruolo e l’ha sviluppato spingendomi al ruolo di chitarrista ritmico che, per me, era una cosa abbastanza frustrante. D’altro canto però canto e scrivo almeno la metà dei pezzi, per cui potevo anche accontentarmi: ma era la libertà che mi mancava. Una libertà che ho riacquisito con la sua mancanza. Pochi conoscono i nostri primi dischi dove, a livello embrionale, esistevano già questi aspetti, ma indubbiamente ognuno si è specializzato in ciò che era più sinergico per il resto del gruppo. Viti, il bassista, suona molto bene le percussioni, ma non l’ha mai fatto; lo stesso con Ciffo, il violinista, che è un bravo chitarrista. Un gruppo è un grande compromesso. Ci sono band fantastiche dove i ruoli sono intercambiabili. Forse stiamo scoprendo solo adesso questa nuova dimensione.

Chi ti ha visto impegnato nei reading ha notato una tua propensione a non fare il protagonista, a star dietro ad altri artisti. Era la conseguenza dell’essere stato per tanti anni il frontman degli Afterhours?
M: Questo ha influito molto, ma per me era importante non far assumere al reading una dimensione celebrativa, anche se purtroppo non ci sono riuscito. Per noi era importante la parola; pensavamo di avere delle canzoni che si potessero adottare perfettamente, come nel caso di “Dentro Marylin”. Purtroppo i brani in quella veste acustica venivano letti “alla Baglioni”, una sorta di momento celebrativo in cui tutti si sentivano di dover cantare. Ci siamo resi conto che lo spettacolo era molto fragile da quel punto di vista e raramente siamo riusciti a comunicare lo spirito giusto. Quando è successo è stato veramente bello. Anche persone molto vicine a noi non hanno capito il senso dello spettacolo e questa è una cosa di cui abbiamo sofferto.

Hai definito “Bungee jumping” come “il tentativo di suicidio con un elastico attaccato al culo”. Cosa significa esattamente?
M: “Bungee jumping” è un brano sulla perdita dell’identità: un periodo che ho attraversato negli ultimi due anni. Abbiamo cercato di ritrovare un senso come gruppo e dal punto di vista artistico e interiore. E’ stato molto faticoso. In realtà quel brano è legato ad un episodio della mia vita: ho fatto davvero bungee jumping, con mio cugino.

Cosa si prova?
M: E’ un’esperienza, psicologicamente, molto simile al suicidio. L’elastico non lo senti quando stai per lanciarti nel vuoto, ma sai che c’é. Penso che se decidi di suicidarti l’impressione di schiantarti al suolo non ce l’hai presente. Sai che morirai, ma non conosci la sensazione che proverai quando toccherai il selciato.

Hai scritto una frase molto bella, “la chiave della felicità è la disobbedienza in sé”, contenuta in “Quello che non c’è”. Di quale disobbedienza parli?
M: E’ disobbedienza nei confronti di alcuni obiettivi che ci siamo dati. E’ “la disobbedienza in sé a quello che non c’è”: in realtà quello che non c’è è quello che pensavamo ci fosse e su cui abbiamo basato la nostra vita, la nostra morale, i nostri obiettivi e il nostro credo politico. Ad un certo punto scopri che quello che stavi cercando, quello che stavi coltivando, non è esattamente quello che cercavi o, addirittura, non esiste. Disobbedire a questo meccanismo è la chiave. Accettare la propria mediocrità e i propri limiti è forse un modo per stare un po’ meglio. Certo è anche una rinuncia a certe regole imposte. L’impossibilità di essere quello che pensiamo di dover essere, l’impossibilità di accettare il nostro essere mediocri. E’ questo che ci fa star male.

E’ una specie di crisi d’identità?
M: Sì, ma penso che sia anche un atto di coraggio. Non parti da un certezza per arrivare ad un’altra: parti da una certezza per arrivare dove non sai. E’ l’impossibilità di continuare a raccontarsi delle realtà che sai non essere vere. Ci siamo messi in gioco per dare un senso al nostro progetto. Abbiamo visto che non solo non contaminiamo il sistema, ma rischiamo di esserne contaminati. Il messaggio che trasmetti arriva poi a persone della tua stessa cerchia, e sono proprio loro a non capire un cazzo di quello che stai facendo. Questa è la cosa più deprimente e triste.

Credete quindi che i vostri lavori precedenti siano più autocompiaciuti?
M e G: No.
M: Abbiamo sempre cercato di sdrammatizzare. Siamo saliti sul palco in calzini, vestiti da bambini e con le maschere. Ma anche quel modo di fare era diventato una gabbia. Le cose che prima erano dissacranti sono diventate degli slogan usati dalla gente per divertirsi. Tutto quello che prima era provocatorio e disturbante poi è diventato festa. Penso che Xabier abbia sofferto molto di questo perché lui vedeva gli Afterhours come un gruppo disturbante. Era comunque una cosa che non avevamo la necessità di tirar fuori. Personalmente non sentivo di dover essere disturbante: credo sia molto adolescenziale volerlo essere a tutti i costi.
G: In questo momento nessuno di noi ha bisogno di questo. La fase che abbiamo passato, una fase in cui abbiamo voluto ricominciare da capo, ci ha chiarito molto le idee su ciò che volevamo fare.

Siete all’interno di un sistema che vi mangia e vi trasforma. C’è un modo per uscirne e se ne esiste uno, quanto è difficile riuscirci?
G: Penso che una risposta sia proprio in questo disco. Se c’è qualcosa che potevamo fare era questo album. E’ molto diretto e preciso e noi siamo così. Siamo arrivati nella top ten con un singolo che non è un singolo e non ha un video di supporto e non è in radio. Proprio per quello ci dà soddisfazione.
M: Comunque ogni cosa viene assorbita. E’ successo con ogni movimento, vedi il neo-punk, il piercing, i dreadlock e i tatuaggi: una volta erano elementi di rottura, ora li usano anche le bambine di otto anni. Per un artista è un dovere cambiare e rinnovarsi. Anche gli artisti che esagerano con la sperimentazione non mi piacciono. Devi avere qualcosa da dire, ma devi saper crescere come persona e come artista.
G: Dal punto di vista discografico siamo invece in una situazione molto anomala ed eccezionale. Non siamo mai stati con una major, ma la nostra piccola etichetta è comunque riuscita, nel tempo, a penetrare il mercato e far funzionare le cose in modo diverso. Noi non abbiamo nessun tipo di vincolo e non dobbiamo litigare con nessuno. Abbiamo un rapporto con delle persone che sanno che con gli Afterhours si può lavorare in una sola maniera: nel tempo.
M: Sì, infatti. Noi decidiamo ogni cosa: quando far uscire il disco, come farlo, come fare promozione, come impostare il tour. A me viene in mente di fare il Tora! Tora! e loro mi aiutano a realizzarlo. Io sono proprietario, in parte, delle mie edizioni musicali. Questo per me significa essere indipendenti dal circuito delle major. C’è molta confusione, e molti ragazzini con Adidas e Levi’s credono di fare gli alternativi, ma poi firmano per una major. Nessuno in questo momento è realmente indipendente, ma ci sono in ogni caso delle isole molto positive che funzionano molto bene. E “funzionare” non è un aggettivo negativo; a parte il fatto che è un verbo (risate), non ha assolutamente un’accezione negativa.

Quando è partito il Tora! Tora! dicevi che una manifestazione del genere era nata perché c’era una grande scena italiana da presentare. Credi ancora sia così?
M: Penso che il Tora! Tora! sia stato frainteso. Il fatto di far conoscere una “scena” oltre ad essere un atto dovuto è il segno che questa scena c’è ed è enorme ed eterogenea. Non capisco chi dice che non esiste. Cosa significa? Che non c’è un gruppo di persone che si riconosce in uno stesso movimento estetico come vorrebbe qualche cazzone così avremmo il nostro “italian pop”? In realtà abbiamo la fortuna di avere una scena di grandissimo valore.

Forse i nuovi gruppi sono solo troppo presuntuosi per lavorare umilmente all’inizio della loro carriera. Oggi i musicisti vogliono tutto e subito…
M: C’è sicuramente confusione. Noi siamo nati come un gruppo post-punk. Stampavamo, registravamo e distribuivamo i nostri dischi e ci organizzavamo i concerti da soli. E’ stata una cosa molto eccitante e una grandissima lezione di vita. Questo processo è però crollato quando ha raggiunto il culmine con i Nirvana, che per un paio di anni hanno dato l’illusione di poter mantenere una certa integrità ed essere alternativi in un sistema gestito dalle major. In realtà i Nirvana sono diventati famosi e sono stati fagocitati loro stessi. Tutti vogliono raggiungere questo tipo di grandezza. Con i Nirvana si è raggiunto il fallimento più grande perché il tipo di ideale che doveva discostarsi da certi obiettivi è andato a combaciare con questi. E’ una situazione grottesca, ma credo che ora si stiano formando le basi per l’autoproduzione e per una ricerca di circuiti alternativi assolutamente indispensabili per il fermento musicale. Questo però non dobbiamo attuarlo noi a trentacinque anni passati: deve farlo chi ha un’energia assoluta. Semmai un nostro fallimento è stato il non riuscire a tramandare un messaggio. Oggi sto cercando di non ripetere quest’errore, anche perché c’è un’ignoranza endemica all’interno dell’underground italiano. Non sto parlando di mentalità, ma di limiti. Ci sono giornalisti che sono più vecchi di noi di quindici anni che annaspano per cercare le nuove mode da poter trasmettere ai ragazzi e magari creare un nuovo caso sul proprio giornale. Poi ci sono degli addetti ai lavori completamente incapaci, per cui ai ragazzi arriva un messaggio totalmente falso e distorto.

Il tour congiunto con i Mercury Rev come è nato?
M: Siamo complementari. Loro sono molto onirici, usano un sacco di tastiere. Mi piacciono da tantissimo tempo e penso che gli ultimi due dischi siano le cose più belle che abbiano mai fatto. Queste collaborazioni nascono un po’ per caso. Dopo il loro concerto siamo stati insieme tutta la notte e, dopo questo contatto, è nata l’idea di un tour congiunto. Penso che sia anche un bel caso di collaborazione tra etichette perché la V2 collabora con la Mescal ed è un fatto più unico che raro in Italia. Abbiamo iniziato a fare le cose che ci divertono e basta. D’altronde, chi conosce i Mercury Rev in Italia?

Stai cercando tra i giovani artisti per trovare qualcuno da portare alla prossima edizione del Tora! Tora!. C’è qualcuno che ti ha colpito particolarmente?
M: La gente che mi ha colpito veramente ha più di trent’anni. Tra di loro c’é Amerigo Verardi (ex Lula), Marco Parente e Cesare Basile: il suo ultimo disco è molto bello. Poi ci sono altri artisti più giovani come i Perturbazione che mi piacciono abbastanza, anche se dal punto di vista musicale sono molto distante da queste cose; e poi c’è Bugo…

…Che ormai è l’idolo di tutti…
M: L’ho visto in televisione e devo dire che è convincente. E’ molto divertente e può crescere se solo si staccasse dai suoi riferimenti troppo diretti. E’ ancora molto vicino al Beck country, ma è comunque un buon esempio. Lo fa bene e penso che abbia il talento per diventare davvero se stesso. Tra un paio di album capiremo se ha i coglioni o meno. Non ho contattato ancora nessuno ma mi piacerebbe portare questi nomi come nuove proposte. Inoltre c’è da segnalare l’ondata ska-core che, anche se non mi piace particolarmente, rappresenta la nuova realtà italiana. Uno degli scopi del Tora! Tora! è quello di dar rilievo a ciò che di nuovo succede nel nostro Paese e spero quindi che questi gruppi ci siano.

(Giuseppe Fabris – Valeria Rusconi)

Altre interviste: Tutto quello che non c’era, adesso c’è. La seconda parte dell’intervista di Rockol... (08/04/2002)

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.