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Quarant’anni dopo, i Beatles orientano e scompaginano ancora il mercato: mentre iTunes e gli altri negozi digitali restano impazienti alla porta, l’uscita nei negozi di dischi degli album rimasterizzati dei Fab Four rivaluta improvvisamente il supporto che tutti amano dare per spacciato, il compact disc. Anche perché il team che ad Abbey Road si è incaricato del delicato progetto di riconversione delle matrici originali (fortunatamente preservate negli archivi della EMI) ha fatto le cose come si deve, spazzando via la polvere che si era depositata sulle prime, datate e spesso criticate edizioni in cd del preziosissimo catalogo (uscite nel lontano 1987, preistoria della tecnologia digitale). Nessuna concessione alle “loudness wars” che tendono a pompare e comprimere i suoni oltre misura per migliorarne la resa e la potenza sonora sui lettori portatili digitali, ricorso limitatissimo al “denoising” che riduce i rumori di fondo a scapito della dinamica e dell’ampiezza dello spettro sonoro (5 minuti sui 525 complessivi), massima prudenza nel “restauro” e nella correzione di errori, misura e accortezza nel processo di equalizzazione: i 33 giri originali in vinile avranno un fascino irraggiungibile, d’accordo, ma i nuovi cd hanno un suono equlibrato e naturale, e mai prima d’ora (dovranno ammetterlo anche i puristi…) si erano ascoltati i dischi dei Beatles con una profondità e ricchezza di dettaglio sonoro che moltiplica, se possibile, l’ammirazione per i fantastici risultati che il produttore George Martin e lo staff di fonici di Abbey Road riuscirono a ottenere con i mezzi limitati che avevano a disposizione negli anni Sessanta (gran parte delle incisioni utilizzarono nastri a 4 piste). I tredici album originali del quartetto e i due volumi dei “Past masters” sono in circolazione anche separatamente (in confezione digipak arricchita da foto inedite e nuove note di copertina), ma il consiglio è di fare uno sforzo economico e di accaparrarsi l’intero catalogo: sarà come entrare in una capsula spaziotemporale che racchiude una storia straordinaria e irripetibile della musica e del costume. Eccitante, ovviamente, ma anche imprevedibile: non si può in fondo essere troppo feroci con Dick Rowe, il sempre sbeffeggiato direttore artistico che all’inizio del 1962 bocciò i Beatles al provino per la Decca, se non riuscì a immaginare che gli imberbi giovanotti di “Love me do” in cinque anni avrebbero consegnato alle stampe singoli come “Penny Lane”/”Strawberry Fields forever” e album come “Sgt. Pepper’s lonely hearts club band”. D’altra parte il suono fresco, scattante, pimpante di questi “remasters” rivaluta anche album acerbi come “Please please me” o pezzi minori del catalogo come “Beatles for sale”, mentre “Rubber soul”, “Revolver”, “Sgt. Pepper” e “The Beatles” (il “Doppio Bianco”), gli album della rivoluzione sonica e culturale, ne escono possibilmente ulteriormente ingigantiti. Lo “stereo box”, completo di 16 cd (dodici album singoli e due doppi) più un dvd contenente tutti i mini videodocumentari inclusi in ogni titolo, è il must consigliabile al pubblico “generalista”. I puristi/collezionisti preferiranno probabilmente il più costoso “mono box” contenente i missaggi mono originali di tutti gli album fino al “doppio bianco” incluso (il best seller assoluto “Abbey Road” e “Let it be” non ne fanno parte perché pubblicati originariamente in stereo): a ognuno la sua scelta, l’importante è non farseli scappare.


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