Non che la prima volta che ho
sentito il disco di Maria Antonietta sia rimasta piacevolmente colpita,
anzi. C'era qualcosa cosa che mi infastidiva in quella vocina stridula
e modulata strana,
quelle vocali tutte uguali, quelle parole tipiche delle canzonette
indie di adesso dove a vent'anni o poco hai già vissuto tutto:
convivenze finite nel peggiore dei modi e delusioni, depressioni e
malessere psicologico e via così. Poi c'era gente che mi diceva
che intorno a sé, Maria Antonietta, aveva moltissimo hype (che?)
e la cosa di certo non mi ispirava maggiormente a prendere in considerazione
il progetto
Insomma, ammetto che c'erano diversi elementi che mi facevano storcere
il naso. Ammetto anche, però, che i pregiudizi a volte distolgono
dalla realtà, e allora, ascolto dopo ascolto, a Maria Antonietta
mi ci sono affezionata e ho capito che dietro al suo personaggio c'era
di più di un atteggiamento.
C'era un'attitudine. L'attitudine a scrivere canzoni così come
le vengono, con la chitarra che gracchia, con quell'aria della ragazza
cresciuta a pane e insicurezze che però riesce a dare melodie
scanzonate ai suoi ricordi, a volte nostalgici, altre volte rassegnati.
Maria Antonietta ci ha colpito, ed è per questo che l'abbiamo scelta
per aprire le danze del nuovo Observer: la giovane cantautrice marchigiana
ha la capacità di raccontare momenti intimi e profondi, sinceri e
a volte disarmanti. Ascoltare per credere.
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