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Nei primi anni Novanta i Pearl Jam furono vittima di un giochetto al quale il rock – almeno…


Nei primi anni Novanta i Pearl Jam furono vittima di un giochetto al quale il rock – almeno una volta ogni dieci anni - non riesce a sottrarsi: divennero gli “antagonisti” per antonomasia. La loro pietra di paragone, gli ‘originali’, erano i Nirvana e un movimento come il grunge, allora, esigeva continue gare di “purezza”. Kurt Cobain, però, era già un’icona: impossibile ed inutile competere, quindi, e Vedder e compagni se ne guardarono bene. Eppure, nonostante avessero anch’essi Seattle e la generation X nel sangue e sulla pelle, pareva già ovvio come fossero iscritti di diritto alla lega dei classici e che avrebbero saputo trascendere mode e tendenze. Perché? Questione di suono, di libertà, di atteggiamento, di pensiero, di quel mix di disarmante essenzialità e ‘grandeur’ che, per intenderci, appartiene anche ai R.E.M..
Ascoltando “Binaural” e paragonandolo per istinto a “Ten”, “Vs” e “Vitalogy”, viene da pensare che stavolta il gruppo è, come dire, molto più “rilassato” che in passato: i pezzi sono eterogenei, il suono è secco e basilare, non si avvertono le costrizioni di chi suda dentro un vestitino vecchio, quello degli esordi, quello dei portavoce di una generazione. Al contrario, i Pearl Jam di oggi – più o meno trentacinquenni – non hanno nulla da dimostrare e, come dire, badano soprattutto a suonare. Anche dopo una decina di ascolti, non ci sono tracce del tipico singolo radiofonico e battistrada; prevale, invece, un senso di compattezza, rimbomba l’eco della storia del rock; per i lettori più legati alle categorie, aggiungeremo che diminuisce la concentrazione di Neil Young (comunque sempre lì) a favore di un elevato tasso di Pete Townshend – un’influenza più recente e meno ‘generazionale’ per il frontman del gruppo ma che, attualmente, gli è impossibile mascherare (nessun problema, comunque, Eddie…!).
Della “binauralità” Rockol ha fornito nell’area News le più ampie spiegazioni: già sapevamo della tecnica in questione e della presenza in cabina di produzione del suo fautore, Tchad Blake; abbiamo preferito disinteressarcene per lasciarci trascinare dal volume, dalle chitarre, dalla batteria di un Matt Cameron al suo meglio che, sotto il profilo sonoro, rappresenta il vero punto di discontinuità rispetto ai dischi precedenti. “Binaural” viene inaugurato dalle note di un pezzo di soli due minuti vissuti molto intensamente: quando parte, potente e aggressiva, “Breakerfall” suona come un nuovo disco dei migliori Who, con un attacco che ricorda “I can see for miles” e con Stone Gossard e Mike McCready ad imprimere sul brano, appena dopo, il loro marchio di fabbrica: sono affilati come spade, devono essere addirittura incendiari quando la eseguono dal vivo. La forza dell’hard rock si sposa con il furore del punk, prima con "God's dice", poi con “Grievance” – già da tempo disponibile ufficialmente come MP3 nella versione registrata dal vivo al David Letterman Show. Non saranno, queste, le uniche testimonianze dell’eco degli MC-5 sull’album e, volendo semplificare l’analisi, è bello potere apprezzare questo approccio da garage band che, giunti al loro sesto album in studio, i Pearl Jam ci regalano.
E i testi? Beh, “Binaural” non è un ‘concept’, poco ma sicuro. Insieme al disagio e alla rabbia che traspaiono in brani come “Rival”, una concessione alla cronaca sociale (si tratta della dedica-epitaffio alle vittime della strage della Colombine High School dello scorso anno), ci imbattiamo in diversi momenti di romanticismo: dall’ottima “Thin air”, in cui il basso mugugno di Eddie Vedder assurge a vero soul bianco, passando per “Nothing as it seems” firmata da Jeff Ament, fino alla malinconia di “Parting ways”. Verso il termine dell’album, infine, il cantante cambia registro a modo suo e per riprendersi la scena gli basta strimpellare un ukulele: lo fa in modo volutamente dilettantesco, regalandoci uno stornello scarno, “Soon forget”, che è un distillato di poesia grezza che sembra uscito dalla penna del suo mentore che una volta spaccava le chitarre sul palco, intriso com’è di umorismo nero.
Dopo “Yield”, i Pearl Jam proseguono nel loro naturale processo di semplificazione: i ragazzi, sempre meno cerebrali e portabandiera, tendono gradualmente all’epitome della ‘rock band’. La loro credibilità sembra uscire direttamente dal solito studio domestico di Stone Gossard, dove “Binaural” è stato registrato e da dove sgorga la purezza di una musica essenziale e grezza, ma di grande spessore. Un album basilare nel linguaggio sonoro e testuale, di forte impatto. Un album in cui i fans di vecchia data troveranno probabilmente conforto constatando come i loro eroi – ovvero, i migliori antieroi della scena rock – diventano adulti insieme a loro. Un grande album.

TRACKLIST:
"Breakerfall"
“God’s dice”
"Evacuation"
"Light years"
"Nothing as it seems"
"Thin air"
"Insignificance"
"Of the girl"
"Grievance"
"Rival"
"Sleight of hand"
"Soon forget"
"Parting ways"

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28 nov 2014    Rockol - La musica online è qui Rockol.com - All your music news in one place
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