TAGS: Phish, Rock, THE STORY OF THE GHOST

L’album in questione ha da poco debuttato al numero otto delle charts USA. Il poco prolifico quartetto, che mosse i suoi primi passi all’Università del Vermont nel 1983, due settimane fa si è divertito ad eseguire live, a West Valley, Utah, "Dark side of the moon" dei Pink Floyd. Per intero. La sera precedente, apparsi a Salt Lake City sotto falso nome, avevano goduto a suonare per i ben venti spettatori convenuti. Dettagli? Sì, ma che rendono bene l’idea delle mille sfaccettature del gruppo. Esatto, mille. Tante. Anzi, troppe. E sono dettagli che nell’economia di "The story of the ghost" si sentono. Troppo. Intendiamoci: non è un brutto disco. Ma c’è così tanta carne al fuoco, e così tanti riferimenti che, sebbene supportati da una "musicianship" indiscutibile, alla fine lasciano abbastanza disorientati. La nostra non è voglia di classificare, è solo voglia di capire. E qui non si capisce troppo. Dopo un inizio atmosferico su "Ghost", pezzo magari da sentire in cuffia a tarda notte, con un bel basso slappato, e che comunque ci fa tornare in mente "New frontier" di Donald Fagen, le cose si avvitano a spirale. "Birds of a feather", il singolo, è un brano suonato benissimo ed ideale come sottofondo ad un party radical-chic, tra un tramezzino al caviale e la salama da sugo. E poco più. "Meat" ci pare un esercizio francamente irritante, mentre il trucco di "Fikus" sarebbe quello di proporre una deviazione sulle cose già tangenziali di Waits; ma non sono Houdini, e neppure Silvan, e il tutto diviene, scusateci la franchezza, una palla mostruosa. Ci si risolleva quasi in chiusura con "Wading in the velvet sea", dai contorni squisiti, ma è tardi.

Tracklist:
Ghost
Birds of a feather
Meat
Guyute
Fikus
Shafty
Limb by limb
Frankie says
Brian and Robert
Water in the sky
Roggae
Wading in the velvet sea
The moma dance
End of session





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