TAGS: HE GOT GAME, hip hop, Public Enemy

Colonna sonora del nuovo film di Spike Lee, "He got game" pone fine al silenzio del più influente gruppo della scena hip hop statunitense, silenzio che durava ormai dal 1994, anno in cui la posse di Chuck D aveva dato luce a "Muse sick n hour message". Lo stellone dei PE di sicuro non ha più brillato come all’inizio degli anni ’80, perché nel frattempo l’hip hop ha preso altre strade, passando attraverso l’aborrito (dai PE) gangsta’ rap, recuperando la tradizione soul confidenziale nera e confezionando quindi della musica tanto offensiva e violenta nei contenuti verbali, quanto gradevole e inoffensiva dal punto di vista più strettamente sonoro. A questa lezione, in un certo senso, si adeguano in parte anche i Public Enemy, realizzando per la colonna sonora di questo film un singolo, "He got game", che è in assoluto il loro brano più digeribile, capace di rendere anche la vecchia "Give it up" quasi dura in confronto. Niente di male, intendiamoci, anche perché l’album è tutto tranne che arrendevole, anche se di sicuro Chuck, Flav e soci (bentornato, Professor Griff!) non ci danno dentro al massimo anche per esigenze cinematografiche. Del resto, una colonna sonora ha altri lavori da svolgere e infatti nelle note a chiusura del disco si annuncia un nuovo album dei PE per l’autunno del ’98 (dovrebbe intitolarsi "There is a poison goin’ on"), oltre a un megamix di tutti i loro successi, una sorta di volume due di "Greatest Misses"). Basta comunque mettere su "He got game" per tornare a rivivere la magia del gruppo, per perdersi in testi aggressivi e militanti come nessuno, oggi, riesce più a scriverne sulla scena hip hop USA. Certo, Chuck D non è più uno sbarbato, gli stimoli potranno in parte essere stati offuscati dai milioni di dollari, ma di certo i loro album proseguono quell’opera di educazione e informazione che Malcom X sosteneva fosse fondamentale svolgere all’interno della comunità nera. Se il tempo ha reso i Nemici Pubblici inoffensivi o quasi (tempo fa l’FBI aveva aperto, di nascosto, un’inchiesta su di loro considerandoli dei fomentatori di possibili insurrezioni razziali) ciò non toglie che essi si tengano il loro pulpito ben stretto e da lì continuino a predicare con grande lucidità: a testimonianza citiamo la presenza del disco di altri due duri ‘impegnati’, vale a dire KRS One e Masta Killa dei Wu-Tang Clan. Se adesso i loro proclami di guerra fanno meno notizia è perché il sistema che gli gira intorno ha imparato a non farsi cogliere più di sorpresa. E questo non è detto che sia un bene. Si è riusciti a riportare con perizia i PE a ciò che essi, per vocazione, di fatto sono: degli entertainers. E così fatto, si è scongiurato il pericolo di una rivoluzione, che d’altronde, quando hai i soldi in tasca e fai il musicista, ti può far anche piacere rimandare. La rivoluzione pacifica comunque i PE l’hanno fatta davvero, a suon di conferenze e tournée nelle scuole, continuando ad informare e a schierarsi in una serie di battaglie civili e politiche (l’ultima è la causa tibetana), e rimangono ancora oggi un punto di riferimento nella storia del pensiero politico black statunitense.




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