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"Il rock è morto", sentenziava Joe Jackson già all'alba degli anni Ottanta del secolo scorso, quando la rivoluzione innescata da Elvis in fondo era ancora giovane e in pochi si permettevano affermazioni così blasfeme. Insieme a Elvis Costello lui era un figlio degenere della new wave, come il prosieguo della sua ondivaga e a volte sconcertante vita artistica ci ha dimostrato: l'occhialuto cantautore di "Alison" non ci mise molto a confessare apertamente la sua adorazione per il country e i grandi crooner, lo spilungone Joe spiazzò i fan di "Look sharp!" e "I'm the man", i primi dischi a base di pub rock tagliente e scattante, con una serie di dribbling ubriacanti tra reggae, swing, salsa afrocubana, colonne sonore e classica crossover, unica costante l'amore spassionato per le musiche di Gershwin, di Cole Porter e di Duke Ellington . Già, proprio il "Duca" a cui il quasi cinquantottenne inglese rende finalmente esplicito omaggio spiegando, nelle esaurienti note di copertina del disco, di portare nei suoi confronti un rispetto e un amore non reverenziale. I due si assomigliano anche, nel portamento dandy ma soprattutto nell'eclettismo musicale senza confini che ha indotto stavolta lo spericolato Joe a tentare un azzardo: riarrangiare quindici classici del Maestro (compressi in dieci titoli grazie al frequente ricorso alla medley) evitando il ricalco calligrafico e rinunciando all'elemento portante delle incisioni originali, le sezioni fiati. Ci si è messo con gusto e allegria, a "reinventare il materiale di Ellington in maniera contemporanea", ritagliandosi spesso - proprio come il Duca - un ruolo da direttore d'orchestra e limitando gli interventi vocali per far brillare i suoi solisti, una variopinta multinazionale di cantanti e strumentisti ognuno dei quali ha un'occasione per mettersi in mostra.
O almeno queste erano le lodevoli intenzioni, perché poi le partiture e gli arrangiamenti "moderni" verniciati di synth e di percussioni elettroniche non sempre centrano il bersaglio. Da quel frullatore "fusion/muzak", come lo chiama Nick Freed su "Consequence of Sound", monta talvolta una schiuma sonora pericolosamente vicina a certa musica-tappezzeria "da ascensore" o da cocktail bar (qualche esempio? La strumentale "Ishafan" che apre il disco; "Perdido" tradotta in portoghese dalla brasiliana Lilian Vieira e rivisitata, parole di Jackson, in chiave "samba/drum'n'bass"). La riscrittura è raramente ispirata, la voglia di "grandeur" e la ricca tavolozza sonora che include violoncelli e fisarmonica, piccolo ed eufonio, congas e melodica tolgono invece di aggiungere mentre qualche ospite di lusso sembra francamente fuori ruolo: a cominciare dal neo crooner Iggy Pop , nel cameo svogliato di una "It don't mean a thing (if you ain't got that swing") scherzosa, in chiave club e poco swingante per eccesso di drum programming. Bisogna allora accontentarsi di gustare i dettagli. Il violino della neo stella jazz Regina Carter (punto di forza della formazione allestita per il prossimo tour), che in "Mood indigo" evoca il grande Stéphane Grappelli anche se in fondo era meglio la spoglia versione per trio pubblicata sull'ultimo "Live". L'armonica alla Toots Thielemans di Vinnie Zummo (uno della vecchia guardia jacksoniana, insieme alla percussionista Sue Hadjopoulos) in "I got it bad (and that ain't good"). Le scale di contrabbasso di Christian McBride in "I'm beginning to see the light" e "The moochie/Black and tan fantasy", con un Steve Vai che alla chitarra evita per una volta acrobatici virtuosismi. Il drive ritmico di Questlove dei Roots e i vocalizzi in farsi dell'iraniana Sussan Deyhim in una "Caravan" ipnotica e arrembante che inizia come la "Night side" di "Night and day" e che più che il Duca ricorda l'Eumir Deodato dei '70. O, ancora, la grinta della soul woman Sharon Jones nella medley "I ain't got nothin' but the blues" e "Do nothing 'til you hear from me" riviste in chiave funky alla Steely Dan.
Viene spontaneo il paragone con "Jumpin' jive", l'omaggio che nel lontano 1981 un Jackson già insofferente delle chitarre e del post punk fece agli anni ruggenti del jump blues di Louis Jordan e Cab Calloway: un divertissement, anche quello, però più asciutto e leggero, meno pretenzioso. "Niente è sacro", scrive Joe nelle note vergate per "The duke", ed era un buon punto di partenza. Ma di lì in poi si è fatto un po' prendere la mano, nel tentativo di fare un disco che suonasse senza tempo. E che purtroppo a volte suona fuori tempo, stranamente datato. Pazienza, e prepariamoci al tour (in Italia per tre date a fine ottobre): sul palco mr. Jackson non ha mai deluso.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST
"Ishafan"
"Caravan"
"I'm beginning to see the light/Take the 'A' train/Cotton tail"
"Mood indigo"
"Rockin' in rhythm"
"I ain't got nothin' but the blues/Do nothing 'til you hear from me"
"Perdido"
"I got it bad (and that ain't good)"
"The moochie/Black and tan fantasy"
"It don't mean a thing (if it ain't got that swing)"

TAGS:

Joe Jackson, Rock, The Duke

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