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Josh Haden è un "figlio di", un predestinato (il padre Charlie, a lungo alter ego di Ornette…


Josh Haden è un "figlio di", un predestinato (il padre Charlie, a lungo alter ego di Ornette Coleman, è un gigante del contrabbasso jazz: dunque una figura ingombrante). Gli è servito per farsi notare, quando lui e i suoi Spain esordirono sul mercato discografico diciassette anni fa con "The blue moods of Spain", un disco intrigante e speciale che procurò loro un quarto d'ora warholiano di celebrità e l'attenzione di gente importante (da Wim Wenders, che li volle nella colonna sonora di "End of violence", a Johnny Cash che incluse "Spiritual" nell'album "Unchained", secondo capitolo delle sue American Recordings per Rick Rubin). E' rimasto un piccolo classico per pochi, quell'LP, un album di culto al punto che il gruppo lo riproporrà per intero nel tour che tra qualche settimana farà tappa anche in Italia.
Unica concessione alle mode del momento, perché a dispetto degli undici anni di silenzio discografico, un suicidio commerciale per chi bada a queste cose, Haden e gli Spain (che sono la stessa cosa) non sono cambiati granché, fedeli a un progetto estetico che non viene meno neppure se nel frattempo della vecchia line-up è rimasto in pista solo lui. Sì, gli arrangiamenti sono più rotondi e corposi, forse, e in un paio di occasioni il timbro immacolato della chitarra elettrica di Daniel Brummel si sporca con un po' di fuzz e qualche timida distorsione. Ma nella sua essenza la trama musicale degli Spain continua a dipanarsi come se niente nel frattempo fosse accaduto, seguendo un filo narrativo che riprende già dall'immagine di copertina, ultimo capitolo di una bella galleria di ritratti femminili.
"Tutto quel che posso darti è una canzone/quando canto non commetto errori", declama Josh con la sua voce fosca e malinconica in "All I can give", ed è un modo onesto per presentare la sua musica: un flusso limpido, lineare e superficialmente placido di suoni che racconta di rapimento amoroso e di abbandoni, di smarrimento ed estasi; che descrive deliri di onnipotenza e poi invita a chinare umilmente la testa per lasciare che sia lo spirito ad elevarsi. Senza impennate, senza cadute di tono: lo chiama(va)no slowcore, nel caso degli Spain è un cocktail elegante ed equilibrato di blues, country, jazz, rock (più il soul del titolo) in cui gli ingredienti diventano tra loro indistinguibili: tra i Velvet Underground e i Cowboy Junkies , se proprio bisogna trovare qualche termine di paragone, con un gusto raro per la melodia e un'abilità speciale nella costruzione del mood, dell'atmosfera.
Se il buongiorno si vede dal mattino "Only one" - lenta, morbida, avvolgente - è un biglietto da visita perfetto, una ballad impeccabile dal suono caldo e profondo aperta dalle note del basso del leader; le bastano pochi suoni selezionati con cura, una chitarra liquida e un tocco di piano elettrico, per scolpirsi nella mente. E' un minimalismo niente affatto povero, quello di Haden, che oggi frequenta poco il lo-fi e continua a reiterare nei testi frasi e parole senza farsi mai tentare dalla voglia di strafare. La semplicità di linguaggio, una semplicità ricca e musicale, è la sua arma segreta.
Procede così per quasi tutto il disco, a passi lunghi e ben distesi, la musica degli Spain. L'Hammond e gli arpeggi chitarristici di "I'm still free" evocano gli anni Sessanta, il pianoforte di "Without a sound" accenna un ritmo di valzer, l'assolo elettrico di "I love you" (di nuovo aperta dalle quattro corde di Haden) vola alto con lirismo e precisione, e quello di "Miracle man" sfiora la psichedelia e l'Oriente nel pezzo più blues e più hard del nuovo repertorio. Si colgono, una volta ancora, un senso di mistero, un'introspezione e un alone mistico che spingono le canzoni su un piano trascendente. Non solo in "All I can give", che nel ritornello snocciola il più celebre dei mantra buddhisti. Ma anche in "Walked on the water", jazzata, notturna, punteggiata dal violino di Petra e dal violoncello di Tanya Haden (gli Spain sono un affare di famiglia, ai cori c'è anche la terza gemella Rachel). O in "Hang your head down low", un inno ipnotico e intimista che chiude la scaletta col tono di una invocazione religiosa o di una parabola moraleggiante.
Lì e altrove, come sempre sottovoce, Haden ci sussurra suadente che "The soul of Spain" è uno dei migliori dischi di questo primo spicchio di 2012.




(Alfredo Marziano)

TRACKLIST:

Only one
Without a sound
Because your love
I'm still free
I love you
All I can give
Walked on the water
Sevenfold
Miracle man
Falling
Hang your head down low
,

 

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