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Ok, non si giudica un libro dalla copertina. Ma questa Norah Jones truccata da eroina di Russ…


Ok, non si giudica un libro dalla copertina. Ma questa Norah Jones truccata da eroina di Russ Meyer (la foto e il lettering della busta citano esplicitamente la locandina di "Mudhoney", pellicola del 1965 firmata dal re del sexploitation americano) è un'immagine intrigante, un segnale forte che anticipa contenuti diversi da solito. Miss Jones in versione femme fatale è un piccolo gioco, un travestimento en passant con un pizzico di civetteria e una bella dose di humour: niente di serio e di definitivo, anche se nel pezzo più chiacchierato della collezione, "Miriam", la soave Norah immagina di uccidere la sua rivale in amore in un'atmosfera di dolce terrore che può ricordare il Lynch di "Blue velvet", sangue e velluto blu.
Resta il fatto che giusto dieci anni dopo "Come away with me" e i suoi 25 milioni di copie vendute la cantautrice di Brooklyn è una trentatreenne consapevole di avere alle spalle un exploit irripetibile e un credito nei riguardi di una casa discografica (la leggendaria Blue Note di Thelonious Monk, Art Blakey e Dexter Gordon, oggi incorporata nella EMI) disposta a concederle carta bianca. Quel jazz confidenziale e quel blues un po' salottiero che l'hanno resa un brand inconfondibile (la colonna sonora ideale per gli Starbucks di tutto il mondo, ha scritto qualcuno) rimestavano da tempo in acque stagnanti e le erano venuti a noia. Non da oggi, se ricordate le escursioni divertite dei Little Willies (il suo progetto alternativo) nel country dei gloriosi "radio days" oppure il suo album solo precedente, quel "The fall" ispirato nientemeno che a Tom Waits e ravvivato dalla presenza di rocker trendy come Ryan Adams e Will Sheff degli Okkervil River. Stavolta il compagno di giochi si chiama Brian Burton, ovvero quel Danger Mouse passato in cinque anni dai Gnarls Barkley ai Black Keys e incontrato dalle parti di Cinecittà per il "Rome" di Daniele Luppi (rieccola, la suggestione del cinema e delle colonne sonore). E se questi "cuoricini spezzati" dispongono a un ascolto attento e incuriosito il merito è da spartirsi in parti uguali tra i due, lei che ha avuto il coraggio non da poco di cambiare stile e lui che le ha cucito addosso un bel corredo di suoni acustici ed elettronici che distanziano ulteriormente la Jones dal formato "adult oriented" e magari anche dai gusti del pubblico che garantisce grandi numeri.
Il pianoforte è quasi scomparso, le canzoni sono nate a tu per tu strimpellando due chitarre in studio di registrazione e per questo suonano diverse. Brian aveva un sogno, travestire Norah da Dusty Springfield o meglio ancora farne una Jane Birkin del duemila, delicata e conturbante. C'è riuscito, anche se questi dodici capitoletti dark e maliziosi su amore e tradimento, sconforto e rinascita rammentano più spesso la Aimee Mann di "Magnolia", se di "music & movies" vogliamo continuare a parlare.
Ormai lanciata sulla strada di un elegante retromodernismo pop, miss Jones sembra rinascere nei panni di "sophisticated lady". Il singolo "Happy pills", "Out on the road" e "Say goodbye" ne disegnano il profilo più ritmico e accattivante e sono pilloline facili da trangugiare: magari non danno la felicità, ma tre minuti di benessere sì, e sono più gustose di quel che sembra in apparenza. Il resto è ancora più sfumato, sottile e seducente, una piccola giostra musicale che avvolge il disco in un velo ovattato e voluttuoso, un'atmosfera onirica e un po' gotica.
Good morning" galleggia su una nuvola di synth e violini, le chitarre tremolanti e riverberate di "Little broken hearts", "4 broken hearts" e "All a dream" (quasi trip hop) colorano lo sfondo di spy story e di spaghetti western; "After the fall" aumenta la gradazione elettronica mentre al lato opposto dello spettro sonoro si muovono titoli come "She's 22" e "Travelin' on": la prima una cantilena acustica da sedia a dondolo sul portico, la seconda con un aroma di folk rurale sottolineato dal suono (reale, o apparente?) di un autoharp. Norah le canta tutte impeccabilmente, con quella voce morbida e perfettamente controllata, sensuale e assonnata che in passato le ha attirato anche frecciatine e malevolenze ma che qui trova il suo habitat ideale. A conti fatti è una piacevole sorpresa: la Jones del 2012 è migliore di quella del 2004, del 2007 e forse anche del 2009. Incamminata senza sforzo apparente su una strada diversa, a piccoli passi sta smantellando gli stereotipi che la circondavano. Non è Billie Holiday, non è Joni Mitchell, ma almeno è un'altra (e convincente) Norah.




(Alfredo Marziano)

TRACKLIST:

Good morning
Say goodbye
Little broken hearts
She's 22
Take it back
After the fall
4 broken hearts
Travelin' on
Out on the road
Happy pills
Miriam
All a dream
, ,

 

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