Cerca TestiAcquista
Graham Coxon è il chitarrista dei Blur. Lo è stato dal 1989 al 2002, anno dello storico…


Graham Coxon è il chitarrista dei Blur. Lo è stato dal 1989 al 2002, anno dello storico scioglimento della band londinese, ed è tornato ad esserlo nel 2007, anno dell’altrettanto storica reunion. Reunion che molto probabilmente si concluderà tra pochi mesi, dopo il concerto ad Hyde Park previsto per il prossimo 12 agosto in occasione della chiusura delle Olimpiadi di Londra. Sempre che i Blur non decidano di andare avanti, pubblicando magari un nuovo disco di inediti. Questo per ora, nessuno lo sa, anche se Albarn lo ha recentemente escluso.
Quello che sappiamo è che Coxon, dal 1998, pubblica con invidiabile continuità album solisti di discreta fattura: il nuovo “A+E” è addirittura l’ottavo della serie.
Avevamo lasciato Coxon intento a destreggiarsi con il folk psichedelico stile José González di “The spinning top” (un disco a dir poco massiccio: quindici pezzi per un’ora e dieci di musica), lo ritroviamo alle prese con un generale rinnovamento sonoro, legato ad un sostanziale ritorno alle origini punk garage sperimentali tanto care al chitarrista di Rinteln. Dieci pezzi in totale, scritti, arrangiati e suonati dallo stesso Coxon in collaborazione con Ben Hillier, produttore tra gli altri di Depeche Mode, Doves, Elbow, Maccabees, Horrors e al lavoro con gli stessi Blur guarda caso ai tempi di “Think tank”.
Sorvolando sul fatto che il titolo (A+E sta per “Accident & Emergency ed è il nome del corrispettivo britannico del nostro pronto soccorso) è in pratica lo stesso del disco del 2008 degli Spiritualized (“Songs in A&E”), e che la copertina è a dir poco sovrapponibile a quella di “Romance is boring” dei Los Campesinos, “A+E” è probabilmente il disco più personale dell’intera discografia di Coxon.
Un lavoro convincente fin dall’inizio: “Advice” è pura attitudine punk condensata in due minuti e mezzo. Garage sporco, spiccio, dissonante e stringato. Molto efficace. “City hall” cambia però quasi immediatamente le carte in tavola e lascia intravedere quello che sarà il resto del disco. Dal garage si passa al post punk sintetico, spuntano drum machine e sax a guidare un groove inarrestabile e la faccenda si fa via via sempre più cupa, tanto da assumere addirittura i tratti di una jam new wave. “What’ll it take”, primo singolo estratto dal disco, è invece ancora di tutt’altra pasta: synth pop su base quasi disco, un tormentone “bluriano” versione Hot Chip sporcato ad hoc: impossibile non lasciarsi conquistare dalla litania “How to make you people dance / I don’t really know what’s wrong with me”. Parentesi travolgente, chiusa però quasi immediatamente dal ritorno al noise sintetico di “Meet+Drink+Pollinate”, pezzo ancora molto grezzo e cupo, giocato quasi interamente sul ripetersi voluto e cercato di un testo a dir poco scarno. Atmosfere dark quindi, riprese nell’interessante “The truth”, poco meno di cinque minuti in cui echi di Elbow arrivano a fondersi con i Bauhaus più tenebrosi, e soprattutto nell’ottima “Seven naked valleys” probabilmente il pezzo migliore del disco: storto, dissonante, dal vago retrogusto brit pop (il ritornello è Blur al cento per cento), con il sax chiamato come nell’iniziale “City hall” a rompere gli schemi inacidendo ancora di più le sferzate chitarristiche già comunque taglienti di un Coxon alle prese con un’inedita psichedelia di stampo kraut rock. Niente a che vedere con “Running for your life” e “Bah singer”, ennesimo cambio di registro questa volta a favore di uno sferragliante rock in puro stile Black Keys (“Running for your life” è la “Lonely boy” di Coxon, niente di più e niente di meno) con un pizzico di Pink Floyd q.b., giusto per non perdere il filo del discorso.
Si torna invece a parlare di new wave con “Knife in the cast”, meraviglioso lamento monocorde costruito interamente intorno ad un unico giro di basso, mentre tocca al garage punk blues di “Ohh, yeh, yeh” chiudere definitivamente il discorso dopo poco meno di cinquanta minuti di running ininterrotto.
Come detto poc’anzi, “A+E” è probabilmente il disco più personale di Coxon da diversi anni a questa parte, a conti fatti forse il migliore. Tanta sperimentazione, tanto punk, tanta new wave e tanto kraut rock (che senza cercare chissà quale spiegazione, probabilmente è quello che Coxon sta ascoltando in questo momento), il tutto installato su una solida base indie garage già ottimamente collaudata in passato (vedi “Love travel at illegal speed”), hanno dato vita a dieci pezzi senza un punto debole che sia uno. Va detto che poterli poi pubblicare così come “papà li ha fatti”, è un privilegio che Coxon si è guadagnato ovviamente con il tempo e la bravura, ma soprattutto con i milioni di dischi venduti con i Blur. Dettaglio non trascurabile che però non cambia la sostanza del discorso, e cioè che “A+E” è in definitiva un ottimo disco, sicuramente uno dei più interessanti usciti quest’anno. Cos’altro aggiungere? Mica male per un “semplice” chitarrista…

(Marco Jeannin)

TRACKLIST:

Advice
City hall
What’ll it take
Meet+Drink+Pollinate
The truth
Seven naked valleys
Running for your life
Bah singer
Knife in the cast
Ohh, yeh, yeh
, ,

 

Le ultime recensioni di Rockol

Take That/III
Take That
III
leggi tutto >

Le ultime nostre segnalazioni

leggi tutto >

Le ultime recensioni di DVD

Le ultime recensioni di libri

18 dic 2014    Rockol - La musica online è qui Rockol.com - All your music news in one place