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Dal 2007 ad oggi Il Teatro Degli Orrori è riuscito dove poche altre band nate nello stesso catino…


Dal 2007 ad oggi Il Teatro Degli Orrori è riuscito dove poche altre band nate nello stesso catino di ascolto dedicato alle band rock nazionali sono riuscite: partiti sottotraccia come un’evoluzione musicale e letterale della prima scintilla, gli One Dimensional Man (tornati di recente a ricordarci di non essere mai morti), questa band, con due strepitosi album di noise-rock nerissimo, la voce (e la lingua) onesta e rovente di un leader tanto puro quanto mefistofelico, e migliaia di palchi calcati sempre col medesimo impeto, sono riusciti a diventare una delle più importanti formazioni rock nazionali, stipando di affiatati ascoltatori dal più piccolo dei club al più ambito palazzetto o festival.
La formula alla base di questo successo, oltre ad un muro sonico impressionante, è il talento di un leader come Pierpaolo Capovilla capace di raccontare ogni storia come fosse passata attraverso le sue vene e il suo cuore prima di arrivare al microfono, e l’onestà e la sfrontatezza con cui si mostra al pubblico a cui non nasconde nemmeno un centimetro del suo animo tormentato e furioso.
Il terzo album del Teatro, “Il mondo nuovo”, ci è stato presentato come un concept sull’immigrazione, sedici storie, per altrettanti brani: settantacinque minuti di musica, il più lungo disco dei tre registrati fino ad oggi.
Capovilla, parlando con Rockol, ha descritto questo disco come un lavoro “commerciale”, ma basta ascoltare questo album per rendersi conto che Il Teatro Degli Orrori non ha certo tolto il piede dall’acceleratore, ma, ha lavorato per rendere più comprensibile il proprio lavoro senza smussarne nemmeno uno spigolo.
Ciò che si nota di più è lo sforzo dello stesso Capovilla di far comprendere il proprio messaggio anche trattenendo, talvolta, la propria verve nell’interpretazione al fine di far arrivare il proprio messaggio a più persone possibili.
“Rivendico”, il primo brano, riparte da dove aveva finito “A sangue freddo”, con una band coesa e potente che produce il migliore noise-rock sulla piazza e Capovilla che parla della sua nazione quanto di sé stesso: “Io amo questa canzone/ amo rintronare il palcoscenico con la forza leziosa delle mie parole/ sognando, correvo/ in un campo di grano/ il cemento invece/ brilla, buio/ ovunque vada/ le lampade al sodio/ sembrano stelle/ con cui non puoi orientare il cuore” . “Io cerco te” ascoltato ai giusti volumi (il video penalizza un po’ questa canzone) è uno dei prodotti meglio riusciti prodotti dalla fucina del Teatro Degli Orrori.
“Porto via con me la fame e la miseria di un paese che non gode più da tempo, ormai, di fortuna alcuna nessuna” canta in “Non vedo l’ora”, una cavalcata nervosa guidata da un basso sgraziato e potente, ma la prima vera sorpresa arriva con “Gli Stati Uniti d’Africa” che vede l’ingresso di strumenti e parti cantate che rimandano proprio alla cultura musicale del continente africano. Se “Cleveland-Baghdad” abbassa la tensione (a parte l’esplosione finale) e non aggiunge nulla al disco, “Cuore d’oceano”, grazie anche all’inedita collaborazione con Caparezza, rappresenta uno dei punti più alti di questo disco, una brano che mescola rock, elettronica e il rap nervoso e iracondo del musicista di Molfetta: “Io fuggo dal dopoguerra/ dalla mia terra/ si ma com'è finita/ è finita che ingoio alghe e sabbia/ orgoglio ed anche rabbia/ e sento il ratatatà della mitraglia/ l'ammiraglia manda ordini/ i fari degli elicotteri/ anima pigra/ guarda/la mia anima migra con i fenicotteri/ e voi contendetevi ciò che rimane/ l'inchiesta/ l'inchiostro/ il mostro/ il vostro pane!”.
La storia di Ion Cazacu, operaio rumeno ucciso nel 2000 a Varese, ci restituisce uno dei pochi momenti acustici del disco e della discografia de Il Teatro degli Orrori, in “Pablo” ritroviamo invece alcune parole di Celine prese dal suo celebre “Viaggio al termine della notte”, mentre “Doris” ci propone una rivisitazione dell’omonima canzone degli Shellac. “Adrian”, scritta insieme a Marco Catone, rappresenta un vero buco nello spazio-tempo in cui gli archi disegnano un’atmosfera nera dove la voce di tenebra di Capovilla trova terreno fertile per una delle sue storie sull’orrore quotidiano che sembra così lontano dai nostri occhi e dal nostro cuore: “La barbarie/ un'ombra/ la bestia dietro l'angolo./ Adrian/ sparare è come tossire/ uccidere/ come sputare/ una canzone/ come dire/ segno di buona salute”
Tutto questo orrore fa da contraltare a “Vivere e morire a Treviso” un racconto d’amore e morte accompagnato da una chitarra acustica e qualche bit, un finale che completa questo grande affresco sulle storie che compongono la dura realtà in cui è immerso il nostro Paese. Un dipinto che avrebbe potuto essere ridotto e limato, ma che non mostra alcuna flessione nel talento di una band che merita di essere conosciuta dal più ampio pubblico possibile.
Una band capace di parlare con la stessa passione di morte quanto di amore perché “l'amore è una cosa così bella/ una cosa così grande/ una notte d'angoscia/ non può che diventare una carezza/ su quel dolce profilo/ di persona per bene/ che sei”.

(Giuseppe Fabris)

TRACKLIST:

Rivendico
Io cerco te
Non vedo l'ora
Skopje
Gli Stati Uniti d'Africa
Cleveland – Baghdad
Martino
Cuore d'oceano
Ion
Monica
Pablo
Nicolaj
Dimmi addio
Doris
Adrian
Vivere e morire a Treviso
, ,

 

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21 dic 2014    Rockol - La musica online è qui Rockol.com - All your music news in one place