TAGS: Rock, the whole love, Wilco

L’inizio e la fine di un’opera, di un testo: sono una delle ossessioni di chi scrive libri e atticoli, di chi gira film e serie TV. E sono ciò che può rendere il tutto (ancora) più grande.
Sono anche l'ossessione ovviamente di chi fa musica. L’incipit, l’attacco, la “chiusa”, l’ultima frase e l’ultima scena, la prima e l’ultima canzone di un album.
“The whole love”, in questa categoria, è un capolavoro. Il nuovo disco deiWilco inizia con “The art of almost”. Rumori, ritmo, chitarre, elettronica, melodia per 7 minuti di uno dei brani più sperimentali della band di Jeff Tweedy. Sembrano quasi i Radiohead migliori, ma sarebbe ingeneroso limitarsi a questo paragone perché i Wilco sperimentano con le canzoni, da tempo non sospetto (le code di “Via Chicago”, le cavalcate di “Spiders/Kidsmoke”: la lista è lunga...). Un capolavoro.
Mai quanto la chiusura dell'album: “One sunday morning”, che al contrario è placidissima: 12 minuti basati su un solo, unico arpeggio, un melodia soffusa e commovente che sembra durare 2 minuti e che potrebbe non finire mai. Un altro colpo di genio.
In mezzo c’è il “solito” disco dei Wilco. Che detto così sembra una brutta cosa, ma non lo è: c’è il pop-rock di “I Might” e “It dawned on me”, altre ballate acustiche come “Black moon” e “Open mind”, canzoni costruite sui quei giri di chitarra che chi conosce la band ama, come “Born alone” e “Whole love”, persino le atmosfere retrò, quasi jazzate di “Capitol city”.
Cosa fa la differenza, ancora una volta? La cura del suono, la profondità del modo in cui i Wilco arrangiano le canzoni, stratificandole con dettagli e sfumature. Ma senza mai soffocarle, senza mai perdere di vista l’obbiettivo finale che è la canzone stessa. Un gioco che così bene, in America riesce solo a loro e a pochi altri, sia nei pezzi “dritti” che in quelli sperimentali. Merito di Tweedy, merito di Nels Cline, uno dei migliori chitarristi in circolazione attualmente, che da quando è arrivato un paio di album fa ha fatto fare un salto in avanti alla band. Cline è migliore quando mette le sue abilità al servizio di un suono come questo, piuttosto di quando fa il solista iper-sperimentale (come con i Nels Cline Singers).
Alla fine “The whole love”, nella sostanza, non è molto diverso da ”Wilco (The Album)” e probabilmente non arriva né ai livelli di ”Sky blue sky” (ovvero l’apice dei Wilco “diretti”) né a quelli di “Yankee hotel foxtrot” (l’apice dei Wilco sperimentatori). Se volessimo fare i pignoli, avrebbero potuto osare un po’ di più: ve lo immaginate un disco tutto come “The art of almost”? Avrebbe allontanato dai Wilco la nomea tutta americana di “campioni del dad-rock”, del rock da padri di famiglia, e avrebbe allontanato qualche ascoltatore...
Ma questi sono i desideri del sottoscritto. Perché la verità è che “The whole love” va benissimo così com’è. E’ un gioiello vero, dimostra lo stato di grazia di una band che attualmente è la miglior interprete del rock americano classico. Perché interpretare significa rileggere un suono, ma anche reinventarlo: ed è quello che fanno i Wilco, da sempre, e che fanno benissimo anche in “The whole love”.

(Gianni Sibilla)

TRACKLIST:

“The art of almost”
“I might
“Sunloath
“It dawned on me
“Black moon
“Born alone
“Open mind
“Capitol city
“Standing O
“Rising red lung
“Whole love
“One sunday morning (Song for Jane Smiley’s boyfriend)”





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