In soli due anni, tra il 2006 e il 2007, i Beirut sono diventati una band di culto grazie a due album intensi e originali in cui venivano rimescolati in un unico calderone ritmi balcanici e fiati messicani, cantautorato francese e spirito americano.
Un vero progetto di contaminazione nato dalla mente di un giovane e talentuoso musicista che porta il nome di Zach Condon, il quale, con la sua piccola fanfara, ci ha regalato due dischi importanti come "Gulag orkestar" e "The flyinh club cup" e una manciata di EP per poi concentrarsi su un tour interminabile che lo ha visto raccogliere un consenso unanime sia in Europa che negli Stati Uniti concludendo la sua corsa in Brasile, nazione in cui ha avuto un riscontro enorme di pubblico.
A due anni dalla loro ultima pubblicazione ufficiale, l'EP "March of the Zapotec/Holland", e finalmente i Beirut sono tornati con un nuovo album, "The rip tide", che raccoglie appena nove canzoni per una mezz'ora di musica in cui la formazione di Santa Fe si conferma legata a quel particolare sound con cui si è contraddistinta fino ad oggi lasciando trapelare un maggior senso di malinconia.
In questo lavoro non ritroviamo più le grandi orchestrazioni di fiati o le accelerazioni di ritmo, Condon sembra aver lavorato maggiormente su sé stesso e sulla sua voce baritonale scrivendo delle canzoni più introspettive. "The rip tide" viene aperta da "A candle's fire" in cui riassaporiamo le venature messicane nell'incedere della fanfara che apre il brano per poi lasciare spazio a Condon e al suo ukulele e riesplodere nel ritornello che ricorda da vicino quello di "Have you ever seen the rain" dei Creedence Clearwater Revival.
"Santa Fe", dedicata alla città natale dei Beirut, parte con una piccola melodia e la voce di Zach impegnata a cantare alcune fotografie del suo passato, mentre "East Harlem" (l'album è stato registrato a New York) evidenzia la vena cantautorale a metà tra Europa e America dei Beirut e propone un breve testo su un amore nella Grande Mela.
L'amore torna ad essere il protagonista di "Goshen", mentre in "Payne's Bay" troviamo la descrizione di un altro luogo caro a Condon, una spiaggia delle Barbados, mentre in "Vagabond" il ritmo allegro addolcisce l'amaro canto: "Ho lasciato un sacco di ossa, sentiero di pietre per trovare la strada di casa. Ora, mentre l'aria si raffredda, gli alberi si dispiegano e io sono perso e non trovato.".
"Port of call" chiude l'album con lo stesso ukulele con cui si era aperto, un ritmo balcanico, e finalmente un leader che dopo un percorso di analisi sembra aver trovato, in qualche modo, una risposta: "Quella notte ho chiamato attraverso l'aria, un mare calmo mi ha risposto con una bugia. Potevo solo sorridere".
"The rip tide" (il vortice, risucchio) è un disco tanto intimo e malinconico quanto ricco della stessa energia e creatività che ci aveva fatto innamorare dei Beirut, un disco che non mostra un'evoluzione stilistica rispetto al passato, ma conferma il talento di un giovane autore e della sua banda.
(Giuseppe Fabris)
TRACKLIST:
"A candle's fire"
"Santa Fe"
"East Harlem"
"Goshen"
"Payne's Bay"
"The rip tide"
"Vagabond"
"The peacock"
"Port of call"