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Altro che Lady Gaga, “Bon Iver, Bon Iver” è uno dei dischi più attesi di questo 2011. Non per tutti, così come non era per tutti “For Emma, forever ago”. Eppure, quell’album, tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, ha lasciato il segno. Un po’ per motivi extramusicali (la storia di Justin Vernon, che si rinchiude in una capanna del Vermont, a smaltire una malattia e la fine di un rapporto, e se ne esce con quell’album), un po’ perché effettivamente il disco conteneva canzoni di qualità fuori dal comune, pur con qualche discontinuità.
Uno dei dischi più attesi del 2011, dicevamo. Lo dimostra l’attenzione che ha ricevut nell'ultimo periodo, ben prima della data “ufficiale" di pubblicazione, fissata per il 21 giugno. Il solito “leak”? Sì, anche se questa volta la particolarità è che è stato iTunes a mettere in vendita il disco per pochi istanti prima del dovuto; ma ormai il danno era fatto.
Certo è che c’era molta curiosità attorno a come Justin Vernon - che nel frattempo ha avuto l’onore di collaborare con nomi come Peter Gabriel e Kanye-West - avrebbe potuto replicare un album così particolare come “For Emma”.
La buona notizia è che c’è riuscito, producendo un album altrettanto bello, ma diverso. La notizia meno bella è che “Bon Iver, Bon Iver” soffre dello stesso limite del suo predecessore.
Partiamo dall’inizio: fin dall’inizio, con “Perth”, si intuiscono i cambiamenti, con quelle chitarre elettriche, in parte già sperimentate nell’EP “Blood bank”, ma che qui prendono il sopravvento. Non in tutto il disco, dove però si aggiungono archi, fiati, persino tastiere plasticose nella finale “Beth/Rest” e una stratificazione sonora che fa dimenticare spesso e volentieri il minimalismo di “For Emma”. A cosa invece non rinuncia è il trattamento della voce, ora sussurrata, ora messa in delay, filtrata dal vocoder sempre in “Beth/Rest”. Il risultato, però, funziona: In modo simile e diverso da “For Emma”, “Bon Iver, Bon Iver” è un disco di una bellezza un po’ notturna, inquietante e toccante. In diversi momenti, tornano in mente i Red House Painters e i toni del cosiddetto “Slow-core” (il rock rallentato al massimo degli anni ’90). Ma in generale, Bon Iver è riuscito a trovare l’ispirazione anche questa volta, forse in maniera meno romantica rispetto all’artista recluso e sofferente di “For Emma”. Il limite, però, è lo stesso: L’album è un po’ discontinuo, non tutte le canzoni sono del livello delle gemme.
Si tratta di un limite tutto sommato trascurabile: perché la vera notizia, qua, è che Justin Vernon non è una meteora, ma un vero artista, che sa scrivere canzoni, che sa sperimentare e che sa andare oltre gli stereotipi dell’indie-folk. Da questo punto di vista, “Bon Iver, Bon Iver” è un altro piccolo grande gioiello.
(Gianni Sibilla)
TRACKLIST:
“Perth”
“Minnesota, WI”
“Holocene”
“Towers”
“Michicant”
“Hinnom, TX”
“Wash”
“Calgary”
“Lisbon, OH”
“Beth/Rest”
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