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Considerato una delle pietre miliari della carriera di Bob Marley, quando non addirittura il suo migliore album, “Exodus” è un classico che ha fatto la storia della musica e la cultura della Giamaica. Ma è, tecnicamente, un album di contrasti: quello tra la prodezza di una grande band al top, i Wailers, e i testi insolitamente “ordinari” rispetto alla media di un autore tradizionalmente imbevuto di politica e religione; quello tra il reggae alle radici e una certa quale inclinazione verso il pop sempre più insistente, sospinta senza remore dalla sua etichetta, la Island, desiderosa di conquistare il pubblico americano; quello tra i Caraibi e l’Inghilterra. Sì, perché Marley si era rifugiato a Londra per incidere “Exodus”, un titolo biblico e personale al contempo, dopo un fugace passaggio alle Bahamas. Un esodo, il suo, che era avvenuto a seguito di un tentativo di assassinio al quale era sfuggito restando però ferito insieme alla moglie Rita e al manager Lee Perry nel giardino di casa: era il 3 dicembre del 1976, giusto due giorni prima che a Kingston si tenesse l’evento live “Smile Jamaica”, fortemente voluto da un Marley preoccupato per le sorti del suo paese, teso a svelenire un clima pesantissimo e, comunque, schierato a favore di Michael Manley, allora primo ministro. L’artista andò comunque a suonare al National Hero Park, mostrò alla sua gente le ferite al petto e poi cambiò aria per un pezzo, portandosi dietro, presumibilmente, mille pensieri torvi proprio mentre là dove era approdato Sex Pistols e Clash iniziavano a monopolizzare l’etere.
Il quinto album di studio di Bob Marley and the Wailers fece la storia: 56 settimane consecutive in classifica in Gran Bretagna e, molti anni dopo, ottenne addirittura il titolo di disco del ventesimo secolo attribuito da Time. Perché? Non perché fosse un classico del reggae, ma perché divenne il vero classico di Bob Marley – un artista che, complici tre-quattro pezzi micidiali, sdoganava ai non iniziati (milioni e milioni) la religione rastafari, la sua filosofia, le Blue Mountains della sua terra, l’erba, la mistica tutta. Questi pezzi erano, oltre alla title track (una maratona allora del tutto inedita: quasi 8 minuti per un brano reggae?!?), il superclassico “Jamming” e “Natural mystic”, ai quali si univa in chiusura della seconda facciata il medley “One love / People get ready”, un omaggio a Curtis Mayfield a al genere r’n’b che Marley amava e, in un certo senso, padroneggiava. E sono pezzi che fanno ballare, che suonano divinamente in radio, in cui la militanza e la politica restano sullo fondo o, meglio, su buona parte del lato A del disco, soprattutto confinati in “The heathen”. Una dicotomia non ignorabile, questa, per i fans di vecchia data di Marley e Wailers, che infatti si distanzieranno dai peana per “Exodus” e ne rimarcheranno la mancanza di profondità rispetto a “Catch a fire”, da molti di loro considerato il vero capolavoro del loro idolo. Una non-dicotomia, invece, per il nuovo numerosissimo pubblico che accoglieva questa musica scambiandola comprensibilmente per il ‘blueprint’ del reggae, di cui tratteneva facilmente le suggestioni a base di calipso, sole e marijuana ma del quale non era pronto a distillare il dub e l’impegno della musica che tracimava dalla Giamaica. Una dicotomia innegabile, però: due anni dopo lo dimostrerà “Survival”, che consegnerà a legioni di ‘nuovi fans’ in tutto il mondo un vero classico del reggae in cui l’impegno, la Bibbia, la ganja, Haile Selassiè, la danza e la classifica avrebbero trovato il vero equilibrio.
TRACKLIST
"Natural mystic"
"So much things to say"
"Guiltiness"
"The heathen"
"Exodus"
"Jamming"
"Waiting in vain"
"Turn your lights down low"
"Three little birds"
“One love / People get ready”
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