Avendo ballato tanto tempo fa il suo ultimo valzer (da allora, addio ai tour e al rock’n’roll lifestyle), nei tredici anni trascorsi da “Contact from the underworld of red boy” Robbie Robertson si è messo a fare altro. Coltivando, ad esempio, una antica passione per il cinema che lo ha visto di volta in volta cimentarsi nei ruoli di attore, voce fuori campo (nel “corto” “The wolf”), compositore, supervisore musicale o produttore esecutivo per pellicole importanti come “Ogni maledetta domenica” (regia di Oliver Stone) e “Gangs of New York”, “The departed” e “Shutter Island”, tutte firmate da Martin Scorsese a sigillo di un’amicizia sedimentata proprio ai tempi di “The last waltz”. Come scrive il giornalista Joel Selvin che lo ha intervistato di recente, il leggendario ex leader della Band che assecondò la svolta elettrica di Bob Dylan e inventò il roots rock con il formidabile “Music from big pink”, fa ormai dischi a cadenze più rare delle eclissi lunari, e per questo ogni sua nuova sortita si trasforma in un evento.
Quest’ultima in particolare, sulla scia delle notizie che l’avevano preceduta e che parlavano di una collaborazione stretta con Eric Clapton , di ospitate di prestigio, di un ritorno deciso alla chitarra rock e di una imprevista svolta autobiografica e retrospettiva nei testi. C’è tutto questo, in “How to become clairvoyant”, introdotto da una brutta copertina: con quel cappuccio in testa, Robertson sembra un rapper fuori limiti d’età. E ciò nonostante in rete sono già apparse diverse stroncature (la più feroce di tutte a firma di No Depression, bibbia storica del rock americano che si rifà alle radici): il fatto è che si può prendere questo disco da due diversi punti di vista. Da un lato, rimane una punta di amaro in bocca perché l’album non sposta di un millimetro la frontiera musicale del signor Robertson, adagiandosi troppo spesso in scelte confortevoli e accomodanti, in una velocità di crociera con il pilota automatico inserito. Un po’ come accade di sovente (quasi sempre, ormai) allo stesso Clapton, che di Robbie qui è uomo ombra e spalla essenziale in qualità di coautore di canzoni e di cantante (“Fear of falling”). I due vecchi amici, chitarre a tracolla, si sono piazzati uno davanti all’altro intavolando fitti dialoghi con le sei corde; nel disco funkeggiano e blueseggiano in scioltezza, sciorinando slow e midtempo in stile “Americana” tenuti insieme dalla voce narrante del leader. Paragonare le canzoni di “Clairvoyant” con capolavori come “The weight” o “The night they drove old Dixie down” è ovviamente un esercizio improponibile, ma qui difettano anche gli umori vibranti del primo e omonimo album solista datato 1987.
Dall’altro lato, però, rimane il fatto che il suono e la classe di Roberston sono sopra la media. E da questo punto di vista “How to become clairvoyant” è un piccolo grande gioiello di rock retrò, magari non innovativo, ma di una bellezza quieta ed introspettiva. Robertson dà il meglio nell’autobiografia di “When the night was young” e di “This is where I get off”: ballate evocative in cui, con testi forse un po’ stereotipati (“potevamo cambiare il mondo/potevamo fermare la guerra/mai visto niente di simile prima/questo succedeva quando la notte era giovane”) per la prima volta racconta gli alti e bassi degli anni della Band e il distacco dal gruppo, transitando dalla Highway 61 a un incontro newyorkese con Andy Warhol. Mentre in “He dont’ live here anymore” (assolo di Tom Morello) e “The right mistake” pondera gli eccessi di una vita vissuta pericolosamente a cui lui e Martin sono sopravvissuto a differenza dei vecchi compagni Richard Manuel e Rick Danko. Fantasmi aleggianti, questi ultimi, in un disco dove si muovono sullo sfondo innumerevoli figure leggendarie (Robbie potrebbe scriverci un libro, che infatti rientra nei suoi programmi): il rocker canadese Ronnie Hawkins, il soulman Pop Staples e il bluesman Sonny Boy Williamson protagonisti di “Straight down the line” (dove furoreggia inconfondibile la lap steel di Robert Randolph); e guitar heroes come Robert Johnson, Elmore James, T Bone Walker, Link Wray, Duane Allman, Stevie Ray Vaughn e Jimi Hendrix citati in “Axman” (peccato che la musica non sia all’altezza). I ricordi affiorano anche altrove: e se gli ottoni di “Won’t be back” rimandano ai tempi gloriosi di “Unfaithful servant”, “She’s not mine” rammenta una antica collaborazione con Peter Gabriel e “Madam X” certe colonne sonore di Ry Cooder ma anche (autocitazione voluta) il nostalgico “Theme from the last waltz”. Alla fine è un altro strumentale, un tango scritto in omaggio di Django Reinhardt, il pezzo più avventuroso e originale di un disco dove tutti (a partire dagli ospiti, gli altri nomi di grido sono Steve Winwood e un inatteso Trent Reznor incaricato di dipingere fondali sonori) si muovono con molta – forse troppa – discrezione e circospezione.
Un consiglio, a chi insiste sul versante della delusione: ascoltate il disco in cuffia, o su un buono stereo. L'impressione iniziale si attenua a ogni successivo ascolto, complice il gusto impeccabile dei musicisti e la cura maniacale del dettaglio sonoro. Cosicché correrermo a comprarcelo, “How to become clairvoyant”, appena si riuscirà a mettere le mani sulla versione deluxe con sei brani in più. Il vecchio Robbie resta un fuoriclasse, mica si può lasciare un buco in discoteca.
(Alfredo Marziano/Gianni Sibilla)
TRACKLIST:
“Straigth down the line”
“When the night was young”
“He don’t’ live here no more”
“The right mistake”
“This is where I get off”
“Fear of falling”
“She’s not mine”
“Madame X”
“Axman”
“Won’t be back”
“How to become clairvoyant”
“Tango for Django”
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