TAGS: Ian Brown, Rock, Unfinished Monkey Business

"Avere successo è come oltrepassare una porta. Nessuno è mai rimasto lo stesso quando è arrivato dall’altra parte. O è morto come Hendrix e Marvin Gaye, o è impazzito come James Brown. A me interessa più di tutto rimanere me stesso". Il debutto solista dello scimmiesco ex frontman degli Stone Roses è fedele a tale manifesto programmatico. Una volta aperto l’album col singolo "My star" - come dire: "questo è quello che potrei fare se solo lo volessi", Brown si ferma soddisfatto a gironzolare nei dintorni del proprio talento, e nel resto el disco si limita ad amministrarlo rimasticando la ben nota dance-rock-psichedelia che scosse l’Inghilterra all’inizio degli anni ’90 (avete dato un’occhiata ai tanti referendum britannici sui dischi più importanti della storia del rock? "The Stone Roses" è sempre lì che sgomita con Sgt.Pepper’s). Se è vero che molti "grooves" del disco - ad esempio "Can’t see me", rimpatriata con Mani e Reni dei Roses - fanno capire quale fosse il peso creativo di Brown nella band di Manchester, l’effetto-boomerang è quello di suscitare una gran voglia di Stone Roses, cioè di tutto quello che manca a questo "Monkey Business" che anche il titolo sottolinea come "Unfinished". Il folle calore di quell’esperienza rivive in una pallida eco: Ian sembra solo soletto in una stanza. E spesso lo è: in alcuni brani suona tutti gli strumenti, in altri lo sorregge il fido Aziz Ibrahim, il chitarrista che lo consolò per la separazione dal sodale John Squire. Ma chi consolerà i fans quando ascolteranno questo disco insieme spartano e nostalgico? Basteranno la stonacchiata "Sunshine", "What happened to ya" e "Nah nah", insieme alla già citata "My star", a tener vivo il loro amore?




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