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Wayne Coyne è una testa matta, su questo non ci piove. Il rifacimento degli album classici del rock (che la dice lunga sullo zeitgeist e l’inerzia retroattiva dei tempi attuali) è diventata una moda in cui molti si tuffano con un misto di rigore filologico e di fervore celebrativo. Ma i suoi Flaming Lips no: l’intoccabile “The dark side of the moon” (che per ora hanno pubblicato solo in digitale) loro lo stravolgono e rivoltano come un guanto, a rischio di anatemi e di scomuniche a vita. Nelle loro mani, il luccicante e levigato prisma dei Pink Floyd è diventato una pietra aguzza e tagliente, l’hi-fi paradigmatico dell’originale un lo-fi da cantina di periferia, l’immacolato manufatto di laboratorio dei fonici di Abbey Road un rozzo demotape manipolato con le mani sporche di grasso e la testa chissà dove. Forse lo avrebbe suonato così Syd Barrett in trip lisergico, forse qualcosa di simile avrebbe potuto fare Rocky Erickson ai tempi d’oro dei 13th Floor Elevators. Come nel 1973, tutto ha inizio con il battito di un cuore e quelle estemporanne riflessioni sulla pazzia che qui sembrano una esplicita dichiarazione d’intenti: quando però ti aspetti gli accordi placidi, aperti e malinconici di “Breathe” vieni trafitto da sciabolate di metallo urlante, da un riff cattivo, distorto e inzuppato nel feedback, la bella calligrafia di Gilmour e di Wright rimpiazzata dagli scarabocchi e le sbavature di Stardeath And White Dwarfs (contitolari dell’album, il cantante è il nipote di Coyne), le voci educate dei Floyd sostituite dall’urlo belluino del guerriero punk Henry Rollins. Un pugno nello stomaco, ed è solo l’inizio: il ronzio di VCS3 di “On the run” è scomparso, sostituito qui da una techno dance robotica da videogame o da b-movie giapponese (una passione di Coyne) - dell’originale restano giusto certi rumori di fondo, le voci, le esplosioni. “Time/Breathe reprise” sembra prendere forma in una immaginaria fabbrica siderurgica, tra colpi di tosse e affannosi respiri ritmici che sostituiscono i ticchettii di orologi e gli squilli di sveglie impressi nella memoria di almeno quattro generazioni. La melodia si scarnifica, la voce si fa esile e sofferente, gli accordi di chitarra rarefatti e saturi di vibrato. Quando la leggendaria “The great gig in the sky” parte con un incipit dolce e soave, accordi di chitarra e tastiere elettroniche al posto del fraseggio di piano, ti sembra che i Lips abbiano placato la loro voglia di stupire. Macché, al posto della voce orgasmica e angelica di Clare Torry irrompe quella di Peaches e l’effetto è terrorizzante, su un tribale tappeto ritmico che ha la ferocia dei Killing Joke: altro che documentari naturalistici o sexy show ad Amsterdam, qui siamo dalle parti del thriller e dell’horror. “Money” va ancora oltre e metterà alla prova la pazienza di molti, irriconoscibile se non per l’inconfondibile giro di basso: Coyne la immagina come uno straniante (e monotono) space rock automatizzato e cantato con voce atona e filtrata, del solido funk blues in sette quarti che portò i Floyd in classifica e negli stadi non resta più nulla (e magari Roger Waters ne sarà contento). “Us and them”, al confronto, suona estremamente familiare: niente sax, ma inconfondibili folate d’organo e un liquido amalgama di chitarre e tastiere scandito da un battito metronomico; subito dopo “Any colour you like” accentua il ritmo funk, esplodendo in una jam psichedelica spigolosa e urticante. E’ il preludio al meglio del disco: “Brain damage” sembra scritta apposta per Coyne e i suoi freaks dell’Oklahoma, e questa versione appesa nel vuoto, spettrale e imbambolata rende perfettamente giustizia allo spirito della canzone; “Eclipse”, subito dopo, chiude i conti con un’eruzione di chitarre squillanti e di basso prepotente. Sono passati quarantatre minuti, chi aveva in testa nota per nota il capolavoro dei Floyd esce dalla sfida comprensibilmente attonito: magari ammirato dal coraggio, magari incazzato per tanta insolenza (o tutte e due le cose assieme). Dopo tre/quattro ascolti, io sono al punto di partenza. Indeciso se quel tipo è un geniaccio iconoclasta o un provocatore senza arte né parte, se i suoi Flaming Lips ci sono o ci fanno.
(Alfredo Marziano)
TRACKLIST:
“Speak to me/Breathe”
“On the run”
“Time/Breathe reprise”
“The great gig in the sky”
“Money”
“Us and them”
“Any colour you like”
“Brain damage”
“Eclipse”
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