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Molto prima di John Trudell, molto prima che Robbie Robertson riscoprisse le sue radici pellerossa, l’orgoglio della Indian Nation era tutto riposto nelle canzoni e nella voce di Buffy Sainte-Marie. Una voce forte e vibrante, nella ballata pacifista “Universal soldier” (no, non era di Donovan). Una voce dolce e malinconica, in “Until it’s time for you to go” (no, non era di Elvis Presley, e nemmeno di Barbra Streisand). La si ascoltava sui titoli di testa di “Strawberry Statement” (“Fragole e sangue”), il film di Stuart Hagman sulla contestazione giovanile nelle università americane (anche se la canzone, “The circle game”, era di un’altra canadese, Joni Mitchell). E nel tema conduttore di “Soldier blue” (“Soldato blu”), uno dei primi western “dalla parte degli indiani” (due film accomunati da un finale violentissimo e amarissimo, per inciso). Non si è mai zittita, quella voce. Ma Buffy, che da tempo vive alla Hawaii, ha la bellezza di 68 anni (o 67: la riserva del Saskatchewan in cui è nata non ha un ufficio anagrafe) e una forma fisica a dir poco strabiliante, non pubblicava un disco di inediti da diciassette anni. Censurata e boicottata per le sue prese di posizione scomode, come Trudell. Assorbita dalla famiglia e dalla fede Bahai , dalla pittura e dall’ “arte digitale”, dai programmi didattici per bambini cui dedica molto del suo tempo. Per questo il suo è un ritorno da salutare come un evento. Ma anche come una mezza occasione mancata: peccato che abbia dovuto accontentarsi di pochi mezzi, dei suoi computer e del solito volonteroso produttore, Chris Birkett. Peccato che la Cooking Vinyl non abbia fatto come la Rounder o la Anti, che non abbia coinvolto un Joe Henry o un T-Bone Burnett. Chissà, magari saremmo qui a gridare al capolavoro. Invece “Running for the drum” resta in mezzo al guado. Un occhio al futuro, il suono sporcato di drum programming e tastierine elettroniche più demodé che moderne (come la brutta copertina). Uno rivolto al passato: “Little wheel spin and spin”, ipnotica e immersa in un’atmosfera ultraterrena alla Daniel Lanois, è di gran lunga il pezzo più bello del disco. Però risale a 33 anni fa, nel 1966 intitolava uno degli album più belli di Buffy nel fiore dei suoi venticinque anni. Ecco: per chi è legato col cuore e la memoria ai vecchi dischi Vanguard dei Sessanta, al festival di Newport e ai caffè del Greenwich Village, il primo ascolto è un po’ disorientante e sconfortante. Poi si comincia ad apprezzare il coraggio e la vitalità indomita di questa donna indipendente e volitiva, e la sua grande varietà stilistica. Qui dentro, nel bene o nel male, è riflessa un’intera carriera, dal folk blues stile Greenwich (“Little wheel spin and spin”, “Still this love goes on”) al levigato M.O.R. anni Ottanta di “Too much is never enough”: virtuale lato b della “Up where we belong” con cui Buffy, insieme ai coautori Will Jennings e Jack Nitzsche e agli interpreti Joe Cocker e Jennifer Warnes, contribuì alle fortune di Richard Gere e di “Ufficiale e gentiluomo”. Nel mezzo ci sta di tutto: il tambureggiante pow wow rock di “Cho cho fire”, abbellito dai canti pellerossa (campionati) dei Black Lodge Singers, e un omaggio nostalgico/divertito al Presley rockabilly del periodo Sun Records (“Blue sunday”), un duetto pianistico con Taj Mahal in stile Fats Domino/Dr. John (“I bet my heart on you”) e il jazz da ore piccole di “When I had you”, che non sfigurerebbe nel repertorio di un’altra canadese, Madeleine Peyroux. E poi, ovviamente, la canzone di protesta: il canto nativo e l’indignazione civile con la cassa in quattro di “No no keshagesh” (un’invettiva contro speculatori edilizi e distruttori del pianeta), il piano house di “Working for the government”, con un piglio e un ritmo funk che ricorda il David Byrne più tribale. Fino alla coraggiosa rilettura di “America the beautiful”, il classico patriottico che Sainte-Marie aveva rivisto e corretto, sei anni fa, per celebrare il primo astronauta pellerossa in missione nello spazio. Buone intuizioni, belle idee, nel disco e nella performance di Buffy si percepiscono ancora forza e carisma. Ma io insisto: consideriamo “Running for the drum” alla stregua di un demo, di una prova generale. E speriamo che qualcuno la prenda per mano e la aiuti a incidere il disco “definitivo”, con una produzione accorta e adeguata. Da lassù il Gran Capo Piapot, della tribù dei Cree, darà sicuramente la sua benedizione.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST:
“No no keshagesh”
“Cho cho fire”
“Working for the government”
“Little wheels spin and spin”
“Too much is never enough”
“To the ends of the world”
“When I had you”
“I bet my heart on you”
“Blue sunday”
“Easy like the snow falls down”
“America the beautiful”
“Still this love goes on”



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