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Mi sono perso il tour 2008 di Leonard Cohen e ora mi mangio le mani, mi morsico la lingua, mi mando da solo a quel paese. “Live in London”, doppio cd (ma anche dvd) registrato il 17 luglio dell’anno scorso alla O2 Arena di Londra, è la prova del mio misfatto. Due ore e mezza di malìa, di ipnosi collettiva, di dialogo intimo con ventimila persone (un paradosso, e Cohen ci scherza prontamente su). Una lezione di stile e di charme, un concentrato di passione e misura, un cocktail di humour e seria dedizione all’arte della canzone. Quindici anni di digiuno, tanto è durata l’assenza di Cohen dai palchi, si fanno sentire eccome, palpabilissimi nell’affetto di cui la platea londinese circonda il canuto, magrissimo, elegantissimo canadese. Dopo la vivace “Closing time” posta adeguatamente in chiusura dello show l’ultrasettantenne performer bissa con una emblematica “I tried to leave you”, ho provato a lasciarti, a cui una voce dal pubblico risponde urlando “Stay forever!”, resta qui per sempre. Lui sembra sinceramente lusingato e stupito da tanta prodiga considerazione, si scusa “per non essere ancora morto”, ringrazia chi per venirlo a vedere si è sottoposto a “disagi geografici e finanziari”, si dipinge come un vecchietto che va avanti a Prozac e Ritalin e intanto approfondisce lo studio delle filosofie e delle religioni. Il tono è colloquiale ma lo show superprofessionale, Leonard in gessato e borsalino e i suoi musicisti in giacca e cravatta. I nove strumentisti e coristi che gli stanno a fianco e alle spalle in evidente stato d’adorazione sono uno spettacolo nello spettacolo, e il maestro di cerimonie li gratifica presentandoli al pubblico dopo ogni assolo con un esplicito invito all’applauso. Chitarre elettriche e acustiche, pedal steel e Hammond B-3, sax e clarinetto, armonica e contrabbasso soffiano aria fresca sul repertorio di “The future” e “Ten new songs”, i dischi anni Novanta e Duemila annacquati all’epoca da anonimi suoni sintetici, da una patina digitale fredda e senza nerbo. La voce calda e flessibile di Sharon Robinson, da anni coautrice di Cohen, contrasta il suo basso abissale (ascoltatelo su “In my secret life”), mentre con la sua bandurria, con i suoi liuti e arciliuti, l’aragonese Javier Mas (“il pastore degli strumenti a corda”, secondo il Maestro) aggiunge sapori iberici, arabi, ellenici a una musica che ha sempre viaggiato per il mondo senza darlo troppo a vedere. Cohen concede generosamente spazio a tutti e a tutto, al repertorio immortale e irrinunciabile (mancano giusto “Chelsea hotel #2” e “Famous blue raincoat”) e alle cose più recenti schivando soltanto lo zoppicante “Dear Heather” di cinque anni fa. Torna l’incanto poetico di “Suzanne” e torna il pessimismo cosmico di “The future” e “Everybody knows” (“tutti sanno che il mondo è finito”), tornano gli ardori mistico-erotici di “Hallelujah” e “Aint’ no cure for love” e il meraviglioso autoritratto di “Bird on the wire”, i barlumi di luce di “Anthem” e gli anni di piombo di “First we take Manhattan” introdotta da un basso pulsante in stile disco. Sono così bravi e professionali, Dino Soldo (fiati), Neil Larsen (tastiere), Bob Metzger (chitarre), Rafael Bernardo Gayol (batteria), Rosco Beck (basso e direzione musicale), la Robinson e le sorelle Webb, che a volte colorano anche troppo e sfiorano il manierismo, quando a Cohen basterebbe uno sfondo più scabro, appena accennato. “Hallelujah” è sublime, con il suo arrangiamento gospel e quella voce impagabile: mai, però, quanto la versione ascetica di Jeff Buckley, ed è un po’ come quando Otis Redding si vide “rubare” “Respect” da Aretha Franklin, se volete. Anche “Tower of song”, ritmata da una batteria elettronica su toni da balera afrocubana, soffre un po’ il confronto con quella interpretata da Cohen e gli U2 per il video/disco tributo di Hal Willner “I’m your man”. Ma forse è solo eccesso di generosità: diversamente da Dylan, Cohen ci tiene a lucidare e far scintillare i suoi gioielli quando arriva il momento di mostrarli in pubblico. Svettano così certe pagine meno attese o più trascurate del catalogo: “Who by fire”, per esempio, incalzante e minacciosa (con un bellissimo assolo di Hammond) , o una “Democracy” befffarda e a ritmo marziale. E beneficiano della semplicità degli arrangiamenti “So long, Marianne” e “Sisters of mercy”, ripescate dallo straordinario debutto datato 1967 di “Songs of Leonard Cohen” (l’album più rivisitato, insieme a “Various positions” e “I’m your man”). Intorno alla musica, un calore ben poco britannico: ma quando il vecchio Leonard, straordinario artista della parola, recita “A thousand kisses deep” non si sente volare una mosca. “Live in London” è una solenne messa cantata, con i suoi momenti di giubilo e di raccoglimento.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST:
CD1
“Dance me to the end of love”
“The future”
“Ain’t no cure for love”
“Bird on the wire”
“Everybody knows”
“In my secret life”
“Who by fire”
“Hey, that’s no way to say goodbye”
“Anthem”
“Introduction”
“Tower of song”
“Suzanne”
“The gypsy’s wife”

CD2
“Boogie street”
“Hallelujah”
“Democracy”
“I’m your man”
“Recitation w/N.L.”
“Take this waltz”
“So long, Marianne”
“First we take Manhattan”
“Sisters of mercy”
“If it be your will”
“Closing time”
“I tried to leave you”
“Whither thou goest”





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