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Un album di Peter Gabriel? Non esattamente. Il disco nuovo che i fan aspettano con rassegnata pazienza da sei anni? Men che meno. La palla blu di “Big blue ball” rotola silenziosa sul Web e si affaccia enigmatica dalle vetrine dei negozi (solo di importazione americana, per ora). Ma se ne parla e fantastica da quando – erano le lontane estati del 1991, 1992 e 1995 – i Real World Studios di Box diventarono, per usare le parole del padrone di casa, “un gigantesco parco giochi” aperto a una rappresentanza arcobaleno di musicisti, poeti e autori di canzoni provenienti da tutto il mondo. “Li facevamo incontrare come fossimo un’agenzia matrimoniale”, ricorda oggi Gabriel presentando l’opera. “Poi li lasciavamo sparire insieme nel buio a fare un po’ di rumore. Noi eravamo lì pronti a registrarli”. Voyeur equipaggiati di microfoni e registratori a nastro, Peter e i suoi catturavano quelle spontanee effusioni sonore ovunque capitassero: in giardino, in garage, nelle stanze da letto, nel caffè ristorante aperto 24 ore su 24, e peccato non avere a disposizione una testimonianza video completa di quei giorni (un assaggio si trova su http://bigblueball.realworldrecords.com/). Erano, quelle, le recording weeks che rinnovavano l’utopia del Womad, il festival di musica, arte e danze che Gabriel coltivava dai primi anni Ottanta e che lo portò anche, allora, sull’orlo della bancarotta. Ai tempi era un’idea nuova, eccitante e carica di promesse, anche se poi le contaminazioni virtuose della world music non hanno germinato quel che ci si sarebbe potuto aspettare. In quelle settimane successero cose belle e strane, incroci genetici che non generavano mostriciattoli da laboratorio ma musica viva, fresca e vivace. Gabriel è protagonista solo quattro volte su undici,per il resto si ritaglia un ruolo da regista e maestro di cerimonie insieme a Karl Wallinger, ex Waterboys e all’epoca leader dei World Party, in un disco che è il frutto di una collisione di stili, di una comunione di intenti, di uno sforzo collettivo di scrittura e di improvvisazione. Dentro ci trovate music & rhythm come da manifesto programmatico del personaggio, tecnologia e tribalismo combinati seguendo l’impronta lasciata a inizi Ottanta dagli imprescindibili “III” e “IV”. Anche se qui, almeno quando è Gabriel ad avvicinarsi a microfono e tastiere, sembra di stare piuttosto dalle parti di “Us”, l’album che proprio in quel periodo cercava un compromesso tra il formato pop di “So” le suggestioni etniche di “Passion”: così in “Whole thing”, il bel titolo iniziale in cui Peter e Karl ricreano le atmosfere più melodiche e “radiofoniche” di quel disco, mentre “Exit through you”, complice il pupillo Joseph Arthur, ricorda piuttosto l’inquietudine di una “Digging in the dirt”; Wallinger, per parte sua, conduce bene le danze nella title track, un luminoso Brit pop che chiude il programma. Non tutto è inedito, qualcosa era già affiorato alla luce del sole: per esempio “Burn you up, burn you down”, un funk trascinante rinforzato dalle voci degli Holmes Brothers e dalla batteria di Billy Cobham, incluso e poi scartato da “Up”, recuperato – in versione rimaneggiata – nella raccolta “Hit”, proposto anche in concerto. Il resto è un’istantanea solo parziale di quanto accadde allora, perché molti dei protagonisti di quegli happening nella campagna del Wiltshire (nel ’91 passò di lì anche Van Morrison…) qui non ci sono e dobbiamo fidarci del lavoro di editing e di montaggio curato da Peter e dal suo team. Accontentiamoci, perché ne succedono delle belle: Natacha Atlas e Hossam Ramzy lanciati in una electro-danza del ventre, Juan Cañizares e Papa Wemba che si inventano un flamenco ispano-congolese. E mentre lì vicino fischiano i treni diretti a Bristol, dentro i Real World la musica evoca fiumi e foreste a rischio di estinzione (il tema ecologista del disco), dancefloor africani e nebbie irlandesi, tra drum machine e cornamuse, tin whistle e flauti cinesi di bambù, tastiere elettroniche e chitarre elettriche (c’è pure Vernon Reid), fisarmoniche e tante belle voci: Iarla Ó Lionáird, Sinead O’Connor che implora uno stop alla guerra e al terrore, Marta Sebestyen che in “Rivers” ferma il tempo per quasi sei minuti.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST:
“Whole thing (original mix)” - Francis Bebey, Alex Faku, Peter Gabriel, Karl Wallinger
“Habibe” - Natacha Atlas, Hossam Ramzy, Neil Sparkes
“Shadow” - Juan Cañizares, Papa Wemba
“Altus Silva” - Joseph Arthur, Ronan Browne, Deep Forest, James McNally, Iarla Ó Lionáird, Vernon Reid
“Exit through you” - Joseph Arthur, Peter Gabriel, Karl Wallinger
“Everything comes from you” - Richard Evans, Joji Hirota, Sevara Nazarkhan, Sinead O’Connor, Guo Yue
“Burn you up, burn you down” - Billy Cobham, Peter Gabriel, The Holmes Brothers, Wendy Melvoin, Arona N’diaye, Jah Wobble
“Forest” - Levon Minassian, Arona N’Diaye, Vernon Reid, Hukwe Zawose
“Rivers” - Vernon Reid, Marta Sebestyen, Karl Wallinger
“Jijy” - Arona N’Diaye, Rossy, Jah Wobble
“Big blue ball” - Peter Gabriel, Manu Katché, Karl Wallinger





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