La sorpresa, almeno quella apparente, arriva leggendo l'ultimo titolo della tracklist, o sentendo l'ultima canzone: i Sigur Ros cantano in inglese. In realtà “All right” è tra le meno belle del disco, è appena sussurrata e poco importa che sia cantata in inglese, islandese o una lingua immaginaria. I Sigur Ros hanno costruito buona parte della loro originalità proprio sul trattare le parole come suoni, non come significati. Mettersi non solo a “sentire” ma ad “ascoltare” le parole delle loro canzoni, come questa permette di fare anche a chi sa un po' di inglese, toglie un po' della magia.
La vera sorpresa non è neanche che i Sigur Ros pubblicano un nuovo disco senza quasi annunciarlo, a pochi mesi da “Hvarf/Heim” (che però non era un lavoro inedito). La vera sorpresa è che i Sigur Ros hanno deciso di portare la loro magia verso nuove sonorità. Qualcuno ha anticipato che questo è un disco più pop. No, è solo un po' più allegro e fricchettone, come i ragazzi che corrono nudi sulla copertina: i ritmi sono più sostenuti (ma non sempre, perché non mancano i brani ultra dilatati come “Festival”, o “Ara batur”), l'impasto sempre avvolgente, ma più diretto, come nel singolo “Gobbledigook”. Un disco che definire pop è eccessivo, ma è siucuramente meno autunnale e più estivo: della bella stagione, più che ritmi da spiaggia, ha quella piacevole indolenza rilassata di una giornata passata all'aperto.
Li si ama o li si odia, i Sigur Ros. Ma è fuori dubbio che se vi mettete a ragionare sugli artisti che negli ultimi anni hanno prodotto musica davvero originale, che non assomigli a questo o a quello, il loro nome è uno dei primi a venire fuori. Questo album dall'impronunciabile titolo ("Með suð í eyrum við spilum endalaust" in italiano significa "Con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito") è sicuramente un passo in avanti per questa band, che non smette di provare a trovare nuove soluzioni per una musica originale.