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Ho provato per un attimo a far finta che fosse uscito nei negozi soltanto ora, ad ascoltarlo e…


Ho provato per un attimo a far finta che fosse uscito nei negozi soltanto ora, ad ascoltarlo e “recensirlo” con orecchie vergini, senza preconcetti. Non ci sono riuscito. Troppi e troppo forti i ricordi, le suggestioni, gli aneddoti, i riflessi condizionati, il peso della Storia. Per molti di noi, in ogni caso, il suo impatto non fu immediato: nel giugno del ’67 io avevo dieci anni, il primo mangiadischi e i primi 45 giri (tra cui “Something”/“Come together”, “Let it be”/ “You know my name (Look up the number)” e “The long and winding road”/ “For you blue”) sarebbero arrivati come regalo di compleanno soltanto tre anni dopo. Oggi, 40 anni dopo, quegli echi e l’immanenza di quella musica si sono attutiti, è cresciuto proporzionalmente il numero di quelli che “Sgt. Pepper’s” non l’hanno mai ascoltato per intero (la rivista inglese Mojo, nel suo speciale pubblicato lo scorso mese di marzo, ne ha pescati cinque a campione, e neanche tutti giovanissimi). Come suonerà alle loro orecchie? Magari difficile da leggere in profondità. Magari un poco frastornante, così colorato rispetto al mondo ingrigito di oggi. Scontato no, non credo: anche se negli anni, e proprio in seguito a “Sgt. Pepper’s”, ci siamo abituati alle voci registrate al contrario, ai nastri accelerati e rallentati, ai violini distorti, agli ottoni compressi, ai clavicembali e ai corni francesi arrangiati in chiave “pop” che allora furono il frutto di uno sforzo sovrumano e geniale in sala di registrazione, 700 ore di lavoro contro i 585 minuti necessari a completare il primo album, “Please please me”. Ascoltare “Sgt. Pepper’s” oggi è come vedere in dvd o in televisione “2001 Odissea nello spazio” di Kubrick: si può sorridere o meravigliarsi della tecnica e degli effetti speciali (tagliavano e cucivano tutto a mano, allora, i tecnici EMI costretti dai limiti dei registratori a 4 piste) ma la magia misteriosa dei suoni e delle immagini ti resta scolpita in testa e non ti lascia più. “Sgt. Pepper’s” è rimasto quel che era, per chi ha a cuore le prospettive storiche e i “contesti”: una elaboratissima sinfonia pop in celebrazione di un Brave New World avventuroso che sembrava non porre freni alla fantasia. E’ la Summer of love che incontra la Old Britannia (e la prende bonariamente o crudelmente in giro, a seconda delle circostanze), la Swingin’ London che va a braccetto con l’India del Maharishi Mahesh Yogi (nel raga di “Within you without you”, unico pezzo che George Harrison riesce a sottrarre all’egemonia compositiva di Lennon & McCartney). Impegnati nel campionato mondiale del pop contro Brian Wilson e i Beach Boys, John & Paul triturano simboli, suoni e immagini del passato e del presente in un frullatore impazzito, Pop Art allo stato puro. La brass band del pezzo che intitola il disco, sui titoli di testa e di coda dell’immaginario “concerto” che prende corpo nelle prime dodici tracce in scaletta, sta al Regno Unito come il cricket e il tè delle cinque: qui incoccia però nel rock’n’roll e nel fragore delle chitarre elettriche, vecchio e nuovo mondo allegramente in collisione tra di loro. Così i ricordi circensi di infanzia di “Being for the benefit of mr. Kite!” e il music hall di “When I’m sixty-four” (l’antitesi del “voglio morire prima di diventare vecchio” di “My generation”…), mentre le marcette di “With a little help from my friends” (voce solista di Ringo), “Getting better” e “Fixing a hole” hanno il sapore fresco della miglior musica “leggera” di quegli anni, se non fosse per tutto quel che gli succede sotto e intorno: il produttore George Martin e l’ingegnere del suono Geoff Emerick che “suonano” lo studio di registrazione, modulano, piegano, distorcono, plasmano gli strumenti dell’orchestra, giocano con le manopole del mixer e i nastri incollati a collage, sfruttano i riverberi e gli spazi dell’ambiente cercando di esaudire i desideri dei Quattro e di entrare nella loro testa, McCartney all’inseguimento della melodia perfetta, Lennon che chiede qualcosa di strano e di diverso per ogni canzone. Fu la negazione assoluta dell’album concepito come raccolta di singoli e riempitivi (oggi, a passo di gambero, siamo tornati proprio lì), dell’equazione tra musica live e musica di studio. Questa, al contrario, è musica “artificiale”, creata in vitro per accumulazione di prove, tentativi, esperimenti, irriproducibile su un palco e in presa diretta: eppure non fredda, anzi, una nuova, inebriante forma d’arte prima sconosciuta. Fu ancora più chiaro, dopo “Sgt. Pepper’s”, quanto sia importante il “suono” nella riuscita di un disco; uno dei tre elementi essenziali, si dice, insieme alla brillantezza dell’esecuzione vocale e strumentale e alla qualità delle canzoni. E infatti: “She’s leaving home” di McCartney è un capolavoro punto e basta, con quella storia così struggente ma anche cinica, il sovrapporsi nel refrain della linea melodica principale e del “controcanto” dei genitori abbandonati dalla figlia in fuga da casa, le 5 di mattina di un mercoledì qualunque. In “Lucy in the sky with diamonds” Lennon somiglia al Syd Barrett dei primissimi Pink Floyd, la sua filastrocca infantile deformata dall’Lsd e da immaginifiche visioni alla Lewis Carroll (i “cieli di confettura”, la ragazza con gli “occhi da caleidoscopio”, i taxi fatti di carta di giornale). A spettacolo concluso, quasi fuori onda, “A day in the life” rimane uno di quei pezzi che davvero ti spingono a pensare che la musica più sublime arrivi da altrove, un pianeta sconosciuto di cui l’artista geniale è il medium predestinato (già nel 1964 Timothy Leary, professore ad Harvard e profeta dell’acido lisergico, parlava dei Beatles come di “esseri mutanti, prototipi di agenti evolutivi inviati da Dio”): straniata, snervata, eppure toccante e irresistibile, spazzata via da un turbine orchestrale (4 piste x 4) e un fragoroso, incomprensibile chiacchiericcio in “loop” che lasciava il vinile in surplace sull’ultimo solco. Anche se presto sarà disponibile su iTunes, il consiglio è di ascoltarselo tutto in una volta, di non farne uno spezzatino: perdereste il senso della sequenza delle canzoni, una dietro (a volte dentro) l’altra senza soluzione di continuità, la straordinaria visione d’insieme, il gusto del contrasto (il sitar e le tabla di “Within you without you” che trascolorano nei clarinetti old fashion di “When I’m sixty-four”). E come si fa a rinunciare alla copertina di Peter Blake con il pubblico immaginario del concerto della band dei cuori solitari, quella fantastica e surreale hall of fame che ha fatto versare fiumi d’inchiostro?
Magari non è il miglior disco dei Beatles (non mi sento di dar torto a chi preferisce l’“album bianco” o “Revolver”), sicuramente resta il più abbagliante, pirotecnico, spiazzante. Figurarsi 40 anni fa…. Torna la domanda iniziale: perché accadde allora, proprio lì e in quel momento? Perché resta unico e irripetibile? Impossibile dare un’unica risposta. Ma certo i Beatles, allora, erano giovani uomini in stato di grazia divina e con il mondo in mano. L’Immaginazione al Potere, diceva uno slogan dei tempi. Oggi che il mondo occidentale vive uno stato di afasico dormiveglia, svuotato di ideali e di energia, è quasi scomparso il carburante che alimentava quei sogni. Anche per questo dischi così non se ne fanno più.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST:

Sgt. Pepper’s lonely hearts club band
With a little help from my friends
Lucy in the sky with diamonds
Getting better
Fixing a hole
She’s leaving home
Being for the benefit of Mr. Kite!
Within you without you
When I’m sixty-four
Lovely Rita
Good morning, good morning
Sgt, Pepper’s lonely hearts club band (Reprise)
A day in the life
, ,

 

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