Di album, a dire il vero, ne ha già pubblicati (e venduti in abbondanza) due, la quasi ventenne che arriva dalle bianche scogliere di Dover e da un concorso televisivo frequentato quand’era ancora bambina. Nondimeno sente ora il bisogno di “presentarsi” al mondo come se questo fosse il suo debutto; stavolta infatti la volitiva ragazzona ha messo la sua firma in quasi tutti i pezzi nuovi incaricandosi anche della produzione esecutiva, così da rimarcare una distanza netta dai due precedenti progetti, dischi che – ha spiegato Joss – rispondevano alla “visione” di qualcun altro e non alla sua. Abbandonati i mentori di un tempo si è scelta un nuovo alter ego in Raphael Saadiq, celebrato produttore afroamericano che in passato ha confezionato dischi per D’Angelo, Roots, Snoop Dogg, Mary J Blige e Macy Gray. E “americanizzandosi” vieppiù (da tempo si è trasferita a Los Angeles) è a queste ultime, e a tante altre colleghe d’oltre Atlantico, che finisce per assomigliare, nuotando in un mare piatto e liscio come l’olio che fa rimpiangere una volta di più quel piccolo fulmine a ciel sereno che era stato, tre anni fa, “The soul sessions”. Era già successo con il precedente “Mind body and soul”, da lei stessa sminuito a niente più che “un mucchio di canzoni”, e dunque non è una gran sorpresa: però il nuovo singolo “Tell me ‘bout it”, un po’ Staples Singers e un po’ Janis Joplin, sexy e graffiante, prometteva ben altro. Per carità, Joss è giovane e talentuosa e ha tutto il diritto, forse anche il dovere, di emanciparsi e di cambiare, come anticipa qui la roboante introduzione parlata affidata alla voce di Vinnie Jones. Non è più una ragazzina timida e stupefatta, sul palco oltre ai consueti piedi nudi ora sfoggia minigonne cortissime e aderenti, una gran massa di capelli rossi, simboli peace & love e un malizioso “mestiere” che ha imparato anche troppo in fretta (lo ha dimostrato anche nel suo “passaggio” sanremese). Ma non convince molto, questa sua deriva nu soul, che probabilmente non è neppure dettata da calcoli commerciali (Norah Jones e Amy Winehouse dimostrano che si possono vendere dischi anche con un suono più rétro…). Saadiq, nel suo genere, ci sa fare, e certi innesti tra archi analogici e ritmiche elettroniche, chitarrine alla Chic, organi santaniani e sapiente turntablism risultano intriganti e piacevoli, via via “interpolando” nel tessuto sonoro scampoli di Fugees, “Catch me I’m falling” dei Pretty Poison (1987) e “Respect” di Otis Redding (quasi impercettibile, a dire il vero). Ma il vero problema non sono le sonorità e gli arrangiamenti, piuttosto le canzoni: difficile pescarne qualcuna che davvero si stacchi dal mazzo, in questo flusso sonoro mixato senza soluzione di continuità in omaggio alla volontà della Stone di creare un disco “con un inizio, una parte centrale e una fine”. Pochi brividi, poco calore, poca anima: il solito problema di tante “soul singer” di oggi. E poi, troppi sospiri e troppi mugolii, vizio comune a tutte le maggiori interpreti pop del momento.. Qui i vecchi leoni del Miami Sound anni ’70 non ci sono più, sostituiti da ospiti di grido come Common e Lauryn Hill, impegnati in due cameo rap che non restano particolarmente impressi nella memoria. E c’era davvero bisogno di affidarsi, pure lei, alla penna intinta nella melassa di Diane Warren (“Bruised but not broken”), regina del pop sofisticato made in Usa? Il mercato magari le darà ragione, ma dispiace perdere progressivamente di vista un personaggio e uno stile musicale che, nel panorama degli ultimi anni, spiccavano per freschezza e originalità.
(Alfredo Marziano)
TRACKLIST:
“Change”
“Girl they won’t believe it”
“Headturner”
“Tell me ‘bout it”
“Tell me what we’re gonna do now”
“Put your hands on me”
“Music”
“Arms of my baby”
“Bad habit”
“Proper nice”
“Bruised but not broken”
“Baby baby baby”
“What were we thinking”
“Music outro”
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