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SONGS FROM THE LABYRINTH,
Sting
C’è un nome nuovo, nelle classifiche pop internazionali. Si chiama John Dowland, è un cantautore inglese di riconosciuto talento ed è morto 380 anni fa. Miracoli della discografia moderna: a resuscitarlo è stato un pronipote suo connazionale, Gordon Sumner in arte Sting, che ai suoi eleganti madrigali per voce e liuto aveva cominciato timidamente ad avvicinarsi già una ventina di anni fa, come lui stesso racconta nelle esaurienti note che introducono e accompagnano all’ascolto. La notizia avrà gettato nello sconcerto chi era rimasto fermo a “Every breath you take” e a “Fragile”, tutt’al più a “Fields of gold” e a “Desert rose”. Ma il rinascimentale signorotto inglese che spende buona parte del suo tempo in Toscana s’è annoiato del rock, e come non dargli torto quando l’alternativa sono dischi replicati in fotocopia e quei barbosissimi raduni musicali da jet set che le popstar del pianeta ci propinano di tanto in tanto con la scusa di contribuire a nobili cause di beneficenza? Lode al coraggio e alla curiosità intellettuale del musicista, allora, che ha deciso di avventurarsi su un sentiero irto di spine, un viaggio iniziatico contornato da una miriade di punti interrogativi. Popolarità e blasone gli hanno garantito l’appoggio della prestigiosa Deutsche Grammophon (non è il primo artista pop, però, l’ha preceduto Elvis Costello), le circostanze hanno portato sulla sua strada un liutista virtuoso ed eccentrico come il bosniaco Edin Karamazov, che oltre a un inappuntabile background accademico vanta anche un’esperienza come musicista circense. Liuto e arciliuto (suonato in un paio d’occasioni pure dallo stesso Sting) sono gli unici strumenti che accompagnano la voce tenorile del cantante, e per questo le istruzioni per l’uso, prima di mettere il disco nel lettore cd, vanno lette con la stessa attenzione che si riserva al “bugiardino” di un medicinale. Si torna indietro nel tempo, a un’epoca elisabettiana fitta di intrighi di palazzo, di sanguinose lotte religiose tra cattolici e protestanti, di pene d’amore, di fughe immaginarie nel Sogno e nel Sonno della mente. Niente di così diverso, a ben vedere, dalla vita di tutti i giorni di un essere umano del 2006, ed è questa “modernità”, probabilmente, a spingere Sting verso la rivisitazione di un repertorio noto principalmente a una cerchia di specialisti e cultori accademici. Parliamo di modernità, ma sia chiaro che l’ambiente in cui si muove questa musica è rarefatto e spartano, il ritmo prevalentemente lento come lo scorrere delle stagioni e della vita ai tempi del Rinascimento. Sting ha voluto farne una specie di colonna sonora della biografia tormentata dell’autore, e per questo a canzoni e strumentali alterna la lettura di brevi stralci delle sue lettere a sir Robert Cecil, il potente segretario di stato di Elisabetta I a cui egli (da musicista errante, sovente in giro per l’Italia) aveva giurato fedeltà eterna a dispetto dello smacco di non essere stato accettato a corte. E’ un mondo affascinante da scoprire, e la verve strumentale di Karamazov offre spesso un bel contrappunto dinamico alla vocalità magari un po’ ingessata e fin troppo puntigliosa di Sting, vittima qua e là dello zelo del neofita, altre volte preoccupato di far danni a passeggio tra tanta cristalleria. Colpiscono la sinteticità di linguaggio, quella sì moderna, di Dowland, la sua tribolata e poetica malinconia esistenziale, le sfumature umoristiche e beffarde di certi testi, i guizzanti svolazzi strumentali di “Can she excuse my wrongs”, la contemplazione bucolica di “Have you seen the bright lily grow” (dei contemporanei Robert Johnson e Ben Jonson), la complessa polifonia vocale in quattro parti di “Fine knacks for ladies”, le note a cascata di “Fantasy”, le fughe oniriche di “Come, heavy sleep” e “Come again”, le lievi dissonanze tenebrose di “In darkness let me dwell” che Karamazov ritiene “la più grande canzone mai scritta in lingua inglese”. I puristi non ci hanno pensato due volte a bacchettare Sting per gli errori e le deficienze interpretative, quelli di Amazon scherzano dicendo che in qualche momento sembra di stare più alla corte dei Queen di Freddy Mercury che della Queen Elizabeth, qualcun altro potrà fare ironia sul “labirinto” in cui il cantante s’è andato a cacciare (in realtà il titolo evoca i significati magici della figura geometrica, ma anche il disegno che orna il rosone centrale del suo liuto artigianale). Mi sembrano accuse ingenerose, tutto sommato, anche se non tutti saranno disposti ad apprezzare il suo sforzo. L’intento divulgativo è apprezzabile, le rigorose scelte strumentali anche, e questo è un repertorio che all’epoca si cantava nell’intimità dei salotti, mica nell’ambiente austero di una sala da concerto: qualche increspatura della voce, qualche licenza o approssimazione interpretativa non è un delitto, anzi. E, in fin dei conti, questo Sting secentesco incuriosisce e intriga di più del suo ultimo, sbiaditissimo alter ego pop.
(Alfredo Marziano)
TRACKLIST:
“Walsingham”
“Can she excuse my wrongs”
“Ryght honorable…”
“Flow my tears (Lachrimae) ”
“Have you seen the bright lily grow”
“…Then in time passing on…”
“The Battle Galliard”
“The lowest trees have tops”
“…And accordinge as I desired ther cam a letter…”
“Fine knacks for ladies”
“…From thenc I went to the Landgrave of Hessen…”
“Fantasy”
“Come, heavy sleep”
“Forlorn Hope Fancy”
“…And from thence I had great desire to see Italy…”
“Come again”
“Wilt thou unkind thus reave me”
“…After my departure I caled to mynde…”
“Weep you no more, sad fountains”
“My Lord Willoughby’s Welcome Home”
“Clear or cloudy”
“…men say that the Kinge of Spain…”
“In darkness let me dwell”
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