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La Spektor è simpatica, brava e non se la tira. Le hanno affibbiato qualunque tipo di etichetta, definendola “la Tori Amos del pre-parto”, o la risposta (che mancava) a Fiona Apple. Hanno coniato per lei un’espressione curiosa: “la reginetta dell’anti-folk”, sulla scia di Billy Bragg e Ani DiFranco. La giovane Spektor porta un nome da James Bond che ben s’intona con la sua figura di russa trapiantata da bimba a New York (a leggere le sue biografie sembra avesse un pianoforte sulle spalle), ha il physique du rôle nel senso che è bella e misteriosa quanto basta, sa alternare pop, rock, folk (sì. Nonostante sia anti-folk. Fidatevi, non c’entra) e arie da musical in salsa noir. Su tutto incombe lo spettro di Billie Holiday, antico idolo della nostra Regina.
Lei non si scompone e nonostante abbia sopra, sotto, dietro, di fianco tutti questi impegnativi paragoni, fa musica nel solo modo che conosce: bene, e con originalità. Il posto ideale per lei sarebbe il palcoscenico fumoso di un vecchio night, se non fosse che ormai praticamente ovunque vige il divieto di fumo; ma conoscendola – non personalmente, eh – viene da pensare che sia una tipa talmente in gamba che sarebbe a suo agio anche di fronte alle migliaia di fan di un qualunque festival sponsorizzato da bevande in lattina. Del resto si è fatta un mazzo tanto a girare il mondo in tour assieme agli Strokes, ai Kings of Leon e altre menosissime band più o meno a ragione più famose di lei, e ha pubblicato un paio d’album da sola (nel 2001 e nel 2002) prima di arrivare al “successo” con “Soviet Kitsch” nel 2003 e poi con questo “Begin to hope”, un disco pieno di sorprese e decisamente sopra la media.
Se vi va provate a fare un piccolo esercizio. Prendetevi un po’ di tempo e ascoltate il suo disco, dominato ma non schiavo del pianoforte. Per esempio “Better” (che ha un passaggio bellissimo nel testo: “If I kiss you where it’s sore will you feel better or will you feel anything at all?” – se ti bacio dove fa male starai meglio o non sentirai nulla?), oppure “Samson” e “Field below”, tra i pezzi più emozionanti dell’album. O ancora “20 years of snow” o “Après moi”, con echi dalla vecchia madre Russia. Oppure “Lady”, decisamente jazz, oppure ancora “On the radio” e “Fidelity”, sincopate e più spostate verso il folk. La sensazione è che non abbia fretta, Regina. Perché quando canta è come se abbracciasse ogni singola nota prima di lasciarla andare, e il riferimento non è solo temporale: il senso è che lei vuol bene a ciò che canta, e sono in pochi a dare questa impressione.

(Paola Maraone)

TRACKLIST:
“Fidelity”
“Better”
“Samson”
“On the radio”
“Field below”
“Hotel song”
“Après moi”
“20 years of snow”
“That time”
“Edit”
“Lady”
“Summer in the city”





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