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Dixie Chicks,
TAKING THE LONG WAY
Brutti stereotipi circondavano l'immagine delle Dixie Chicks, almeno agli occhi di chi sta da questa parte dell'oceano: carine (troppo), quindi un po' artefatte; texane, quindi legate a quel genere del country pop che a noi europei fa orrore, anche per i suoi stereotipi un po' reazionari. Gli uomini sono “machi” e guerrafondai, le donne carine, disponibili, comunque sottomesse.
Sbagliato su tutti i fronti: sono appunto stereotipi. Nel marzo 2003 le Dixie Chicks, nel corso di un concerto, attacano il loro conterraneo George W. Bush per la guerra in Iraq, dichiarando di vergognarsi di condividere le origini. Apriti cielo: vengono accusate, boicottate, messe al bando, dimostrando contemporaneamente di avere una testa e che l'ambiente della musica country non ce l'ha. Vengono difese e adottate dall'ambiente della musica rock (notoriamente pacifista).
Ora le Dixie Chicks raccolgono quello che spetta loro anche sul piano musicale, con questo “Taking the long way”. Che ha due particolarità: è un piacevolissimo disco di pop rock (verrebbe da dire “west coast”, se le ragazze non fossero appunto texane), ed è prodotto da Rick Rubin.
Il migliore produttore rock degli ultimi 15 anni, quello che ha fatto nascere i Red Hot Chili Peppers e rinascere Johnny Cash, da una bella ripulita al suono di queste ragazze, che nel frattempo si sono sporcate l'immagine, come dimostra il booklet del CD. “Taking the long way” è un disco di rock da radio americana, classico e straclassico, con voci, chitarre, piani, qualche fiato e qualche arco, tutto al posto giusto compresi gli strumenti classici del country (banjo, violini, etc) giustamente ridimensionati. Non potrebbe essere diversamente, visto anche il parterre di ospiti: da mezzi Heartbreakers di Tom Petty a Pete Yorn, da Gary Louris (Jayhawks) a Steve Berlin (Los Lobos) a Neil Finn. Gli impasti vocali delle tre ragazze sono perfetti, anche se ogni tanto rischiano di essere un po' stucchevoli, ed è l'unico vero difetto del disco.
“Taking the long way” scorre via che è un piacere: è uno di quei tipici dischi “da macchina”, che rispettano l'immaginario che la musica americana ha costruito in quarant'anni. Certo, non dice nulla di nuovo, anzi. Ma canzoni come “Baby hold on” non hanno nulla da invidiare a Sheryl Crow, per intenderci, che però nel frattempo si è decisamente orientatata al pop. Forse anche lei avrebbe bisogno di un Rick Rubin. Qualunque rocker/rockeuse potrebbe avere bisogno di Rubin, se i risultati sono così piacevoli come quelli di questo disco.
(Gianni Sibilla)
. TRACKLIST:
“The long way around”
“Easy silence”
“Not ready to make nice”
“Everybody knows”
“Bitter end”
“Lullaby”
“Lubbock or leave it”
“Silent house”
“Favorite year”
“Voice inside my head”
“I like it”
“Baby hold on”
“So hard”
“I hope”
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