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Certe volte bisogna essere un po' ruffiani e accomodanti per riuscire a fare, poi, quello che si vuole veramente. Si deve prima dare alla gente quello che chiede (e che comunque non dispiace fare), conquistarsi la loro fiducia e stima, per poi tirar fuori quello che si ha dentro, a prescindere che questo piaccia o meno agli altri, seguendo una propria evoluzione e crescita. Un certo George Clooney ha prima dovuto interpretare la parte del bello, del “no Martini-no party” per guadagnarsi notorietà e stima (e soldi) e poi poter decidere di girare film ai quali teneva davvero, impegnati come “Good night, good luck” e politici (ricevendo il compenso minimo) come “Syriana”, venendo bollato come traditore dall’America filo-Bush.
Nella musica uno dei casi più eclatanti sono sicuramente i Radiohead, la cui carriera è iniziata con due dischi rock assimilabili anche dal grande pubblico (“Pablo Honey” e “The Bends”), per poi virare verso la sperimentazione e l’anticonformismo, facendo tutto quello che gli andava o non gli andava di fare e realizzando quattro album stupefacenti (ma non digeribili da tutti). Ma sia Clooney che i Radiohead (strano paragone, vero?) si sarebbero potuti permettere questi passaggi evolutivi senza il successo alle spalle? Probabilmente no.
Questa lunga premessa serve a raccontare la gestazione di “After dark, my sweet”, quarto disco dei Julie’s Haircut, una delle formazioni più apprezzate del panorama indie italiano. Dopo due potenti album indie-rock che hanno conquistato il pubblico per grinta ed energia, la band di Sassuolo ha virato verso una forma canzone più pop con “Adult situations”, una giusta miscela che ha reso il loro prodotto molto più orecchiabile e li ha consacrati come una delle realtà più belle del circuito underground. La naturale evoluzione delle cose avrebbe previsto un’ulteriore avvicinamento alla pop-song e invece…la sorpresa! A tre anni di distanza, ecco “After dark, my sweet”, l’album che non t’aspetti, l’album coraggioso, che fa le proprie scelte e se ne infischia del giudizio degli altri. I Julie’s Haircut guardano alla psichedelia, all’improvvisazione (cinque brani sono delle take 1, mai provate prima e registrate subito su disco), diventano strumentali (ben sette undicesimi del disco sono senza cantato), si riempiono di suoni lisergici fino a sembrare gli Spacemen 3 (al disco ha collaborato anche Sonic Boom, ex cantante della band inglese), i Pink Floyd, i My Bloody Valentine, i Mercury Rev, i Sonic Youth. Questi sei ragazzi emiliani hanno avuto il coraggio di fare quello che sentivano ed i risultati sono davvero eccelsi, un lavoro che ti trascina nel suo mondo e non ti molla per 55 minuti, imbrigliato tra i mille strumenti e sfumature che lo animano, cavalcate e vortici psichedelici dai quali si viene letteralmente travolti.
Insomma, un applauso ai Julies perché “After dark, my sweet” è un disco coraggioso, un disco che si differenzia dalle recenti produzioni del panorama indipendente, un disco ben suonato e coinvolgente.

(Ercole Gentile)

TRACKLIST:
“Open wound”
“Sister Pneumonia”
“Afterdark”
“Satan eats Seitan”
“Death machine”
“Liv Ullmann”
“Purple jewel”
“Gemini, pt.1 & pt.2”
“Ingrid Thulin”
“Pistils”
“My eyes have seen the glory”



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