TAGS: Arctic Monkeys, Rock, WHATEVER PEOPLE SAY I AM, THAT’S WHAT I’M NOT

E’ la solita storia, che in Inghilterra funziona, e che da noi genera qualche diffidenza: si scopre un gruppo, lo si “pompa” con il dovuto anticipo, si crea il caso e lo si etichetta come la “next big thing” che dovrebbe salvare il rock e la musica; si arriva al primo disco, e al botto. E’ successo anche con gli Arctic Monkeys: solo che questa volta il caso non lo ha creato la solita stampa inglese; il caso è partito dal basso, da 4 demo girati via Internet, e dal passaparola derivato da concerti travolgenti, si dice. La stampa è arrivata tardi a raccontare un fenomeno che non ha creato, e che ha solo amplificato.
Insomma, ci sono tutti gli elementi per mandare in visibilio gli inglesi, e per noi italiani diffidenti per storcere un po’ il naso. Non li abbiamo visti dal vivo, questi Arctic Monkeys, per cui non possiamo giudicare né loro, né valutare come attendibili o meno i racconti di chi dice che dal vivo “spaccano”. Abbiamo ascoltato il loro disco di debutto, questo sì, e un’idea ce la siamo fatta.
Se può interessare a qualcuno, è questa: sono bravi, questi Arctic Monkeys, ed hanno tutto ciò che serve per sfondare. Energia, irruenza giovanile, bei suoni e belle canzoni. Però – perché c’è sempre un però, in casi come questi – tutto questo entusiasmo è giustificato soprattutto per gli inglesi. Per gli altri “Whatever people say i am, that’s what i’m not”, è un bel disco e nulla più, come capita in casi di questo genere.
Motiviamo meglio questo giudizio: qua trovate 13 tracce di rock ‘n’ roll bello semplice, che ha quella forza che solo l’ingenuità dei teenager può avere. Canzoni come “The view from the afternoon” o “I bet you look good on the dancefloor” parlano di uscire la sera e trovare una ragazza, e lo fanno in un modo tipicamente british, raccontando quel modo di divertirsi da inglesi che chi ha passato qualche tempo a Londra conosce. Ve ne fate un’idea leggendo anche solo i titoli, e lo capite ancora meglio sentendo l’accento “cockney” di Alex Turner, perfettamente sboccato e adattissimo all’energia che vuole comunicare. I suoni, poi, sono (fintamente?) grezzi come quelli di una garage band: chitarre, chitarre e ancora chitarre. Le canzoni sono belle, e ti ritrovi a cantarle in men che non si dica.
Però queste canzoni non dicono nulla di nuovo, e potete entusiasmarvi solo se siete dei “nuovisti”, sempre alla ricerca del gruppo di moda o se credete acriticamente a quello che scrive la stampa inglese (ed è difficile, ce ne rendiamo conto, ma possibile).
Insomma, un tipico prodotto inglese per un pubblico inglese o almeno anglofilo: lì, nel bene e nel male, la comunicazione musicale funziona così, e di 10 gruppi che emergono in modi analoghi, solo 1 – se va bene – dura più di tre album. Se gli Arctic Monkeys rientrano in questa categoria è presto per dirlo: per il momento godetevi, se vi piace il genere, questo “Whatever people say i am, that’s what i’m not”.

(Gianni Sibilla) TRACKLIST:
“The view from the afternoon”
“I bet you look good on the dancefloor”
“Fake tales of San Francisco”
“Dancing shoes”
“You probably couldn’t see for the lights but you were looking straight at me”
“Still take you home”
“Riot van”
“Red light indicates doors are secured”
“Mardy bum”
“Perhaps vampires is a bit strong but.. ”
“When the sun goes down”
“From the ritz to the rubble”
“A certain romance”





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