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Tra colonne sonore, musiche per balletti e altri lavori su commissione John Cale trova ancora il tempo, ogni tanto, per infilare in agenda qualche disco “pop” (termine, nel suo caso, da maneggiare con cura). A 63 anni suonati il passo si è fatto comprensibilmente più lento, anche se il nuovo contratto con la EMI lo ha evidentemente pungolato e spinto a rimboccarsi le maniche: sette anni erano trascorsi tra “Walking on locusts” e “Hobo sapiens”, due appena tra quel disco, il primo per la major inglese, e questo nuovo CD. Acuto e svelto di mente lo è sempre stato, il vecchio alter ego di Lou Reed, e una cosa è chiara: non ha nessuna voglia di accomodarsi nel salotto, oggi remunerativo assai, dell’ “adult contemporary”, sprofondato in qualche comoda poltrona a intorpidirsi il cervello. Al contrario, cerca ancora la manovra di disturbo e la provocazione avant garde, si circonda di collaboratori molto più giovani di lui, si fa ispirare volentieri dall’alternative rock e dall’hip hop contemporaneo. Spiazzare e stuzzicare l’ascoltatore, si direbbe, gli procura sempre un discreto piacere. A cominciare dal titolo di questo album: “Black acetate” (la materia plastica di cui erano fatte le vecchie “lacche” in vinile) farebbe pensare a suoni rétro e nostalgicamente analogici; vero solo in parte, perché se il richiamo ai dischi anni ’70 “periodo Island” è innegabile, qui il suono è curatissimo, moderno, nitido, chirurgicamente sezionato in ogni sua componente. Rispetto al citato “Hobo sapiens” c’è continuità ma anche differenza, meno elettronica e più elettricità, meno ProTools e più chitarre, meno “ambiente” e più melodia. Con una discreta dose di humour e di citazioni ironiche, anche: l’iniziale “Outta the bag” scimmiotta con divertimento i Roxy Music e i T.Rex dell’era glam tra una vocina in falsetto e un simil-sax ruggente. Ma Cale resta un intellettuale, lucido e un filo gelido anche quando, come nella seconda parte di “Black acetate”, scarica negli amplificatori vintage un suono degno degli Stooges e dei Modern Lovers, tanto per citare due dei gruppi che prese per mano ad inizio carriera. “Perfect”, il primo singolo, abbassa il minimo comun denominatore a quello del rock&roll primordiale, tra Detroit e la Grande Mela appena prima del CBGB’s; “Turn the lights on” è un minaccioso temporale elettrico con le chitarre brandite a mo’ di clava e “Sold-motel”, riff pesante e coretti viziosi, ha un alone “black” e voodoo che – non fosse per quel nevrotico break di chitarre, molto newyorkese - fa venire in mente gli X della Los Angeles primi anni ’80. C’è parecchia musica nera, anche, filtrata dalla sensibilità bianca e razionale di mr. Cale. “For a ride”, per esempio, è un rock blues apocalittico che sarebbe potuto piacere a Jim Morrison, qualche vapore sulfureo del Delta sale dalle paludi electro-rap di “Brotherman” e il Mississippi è esplicitamente evocato tra le onde di “In a flood”, ballata ipnotica del bayou tra banjo e chitarra slide (pre o post Katrina? Chissà). Il funk è vissuto con le stesse contraddizioni nevrotiche di un David Byrne, e per una “Hush” che rilegge la lezione minimalista di Sly Stone e di Prince c’è una “Woman” in cui le insistenti pulsazioni elettroniche sono contrapposte a un refrain hard rock e a un ritornello decisamente cantabile. Non tutta roba che si assimila al primo ascolto ma Cale, da sempre, è anche un elegante scrittore di ballate: e così ecco “Satisfied” con la leggendaria viola e una voce che ricorda molto quella di Paul Buchanan dei Blue Nile, mentre “Wasteland” (archi, chitarre acustiche e armonica) e la meravigliosa “Gravel drive” arpeggiano rarefatte ad alta quota, con quell’incedere da inno laico che è tipico del gallese trapiantato negli Usa. Resta da dire di “Mailman”, interferita da canti tribali e onde elettroniche circolari, e le abbiamo citate tutte e tredici, le canzoni di questo disco: quasi obbligatorio, perché a ciascuna – udite, udite - corrisponde almeno un’idea, un suono, uno spunto. Magari non è di quelli che ti scaldano il cuore in una fredda serata invernale, mr. Cale, ma sa come tenere desta l’attenzione. E stavolta ha ritrovato la formula giusta, il punto di equilibrio tra alto e basso, ricerca e divertimento.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST:
“Outta the bag”
“For a ride”
“Brotherman”
“Satisfied”
“In a flood”
“Hush”
“Gravel drive”
“Perfect”
“Sold-motel”
“Woman”
“Wasteland”
“Turn the lights on”
“Mailman (The lying song)”





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