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LIFE IN SLOW MOTION,
Rock
Daniel Lanois e Marius De Vries: due modi opposti di produrre musica. Minimale e “vintage” per l’uomo che ha collaborato con Dylan e U2. Orchestrato e barocco per il secondo, già con Bjork e Rufus Wainwright. David Gray è partito da questi due nomi, scegliendo il secondo, per lavorare a “Life in slow motion”, disco che segue a quasi tre anni “A new day at midnight” e a quasi sei “White ladder”, capolavoro insuperato della contaminazione tra cantautorato ed elettronica (nonché successo mondiale grazie a canzoni come “Babylon”).
Chissà come sarebbe venuto fuori, se a metterci le mani fosse stato Lanois. La strada che Gray ha scelto con De Vries è bella, rischiosa. Gray ha raccontato a Rockol (vedi news) di avere apprezzato particolarmente il lavoro del produttore su “Want one” di Rufus Wainwright. Ha chiaramente cercato di replicarlo sulle sue canzoni, che sono (e rimangono) piccoli gioielli di cantautorato interpretato con una voce e una passione che hanno pochi uguali.
Il problema, però, è che orchestrazioni troppo complesse non sempre si adattano a composizioni di questo genere: il risultato è questo disco, in cui riecheggia la contaminazione tra suoni acustici ed elettronici, come nella quasi-title track “Slow motion”, a cui si aggiungono orchestrazioni che forse meglio si adattano ad una scrittura barocca come quella di Wainwright, meno a quella essenziale e passionale di Gray. Il finale di questa canzone, così come i vari crescendo di “Disappearing world” e “Now and always” rischiano di sembrare troppo pomposi, per la verità.
“Life in slow motion”, non per questo, è un brutto disco, anzi. Gray si diverte a fare il verso a Springsteen (“The one I love” che sembra “Glory days” o giù di lì), o a riproporre bozzetti minimali ed emozionanti come "From here I can almost see the sea". Le 10 canzoni del disco sono tutte di ottimo livello, e la capacità interpretativa di Gray continua ad avere pochi rivali nel panorama cantautorale. Il flusso della musica è costante, una sorta di colonna sonora come la metafora cinematografica del film lascia intuire, ma un po’ meno di produzione non avrebbe fatto male.
Insomma, è legittima la volontà di Gray di trovare nuove strade per la propria musica, perché “A new day at midnight” alla fine era troppo simile a “White ladder”, senza averne l'intensità. Meno riuscito il tentativo, che rischia di appesantire troppo una scrittura bella perchè semplice ed istintiva, come dovrebbe sempre essere quella dei cantautori, anche quelli più "moderni".
(Gianni Sibilla)
TRACKLIST:
"Alibi"
"The one I love"
"Lately"
'Nos da cariad"
"Slow motion"
"From here I can almost see the sea"
"Ain't no love"
" Hospital food"
"Now and always"
"Disappearing world"
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