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THE BEEKEEPER,
Tori Amos
Un album-viaggio per raccontare l’America e se stessa. L’evanescente Amos, donna dal passato intenso, di molti amori e infinite sofferenze, mette su disco gli Stati Uniti di oggi e mescolandoli alle sue storie private, con lo spessore autentico che le è proprio.
“La tempesta si staglia all’orizzonte,” ha spiegato, “E’ in arrivo una forza immensa, fisica o emozionale o entrambe le cose”. E così “The beekeper” è un’allegoria della tempesta, il racconto di una donna che l’attraversa. Non strettamente un’autobiografia, anche se – dice ancora la Amos – Non riuscirei a cantare se non mi sentissi coinvolta”.
E così nell’album c’è molto dell’America di oggi e molto di Tori. “L’unica maniera per affrontare quello che sta succedendo è entrare in me stessa come donna cristiana,” ha aggiunto ancora, del tutto controcorrente: “Se gli insegnamenti di Gesù sono stati distorti e manipolati dai politici, allora devo ritornare, in quanto figlia della chiesa cristiana, alle radici di quel sistema, di quel simbolismo e di quelle allegorie”.
Un disco che è anche un percorso mistico, dunque, fin troppo ricco di spunti e suggestioni sonore e concettuali; diciannove le tracce, registrate e autoprodotte nello studio della Amos, il Martian Engineering, con l’aiuto di compagni di lungo corso come il bassista Jon Evans e il batterista Matt Chamberlain. I suoni privilegiano tamburi afro-cubani, cori gospel e tastiere vintage: il piano Bosendorfer e, a sorpresa, un organo Hammond, regalo di Natale del marito di Toni (“Usandolo, all’inizio ho sentito una forzatura, come se l’organo si intromettesse nel rapporto esclusivo che ho con il mio pianoforte. Poi ho compreso le sue potenzialità melodiche, e da allora pianoforte e organo fanno coppia fissa”). Non stona la comparsa di Damien Rice, che contro-canta in “The power of orange knickers”, terza traccia dell’album. E nel suo ultimo lavoro usa la metafora delle api e dell’apicoltore (il “beekeper” del titolo) per trattare i temi più svariati: l’equilibrio tra il maschile e il femminile, il significato della morte, della passione, del tradimento. Un viaggio complesso e pericoloso, un album che alcuni – forse anche i fan della Amos – potranno trovare troppo esigente. Che aspettarsi, del resto, da una che dichiara di ispirarsi “ai Vangeli Gnostici e a Maria Maddalena per discutere il ruolo della donna oggi”? Fare un disco non è certo una passeggiata, per una che crede nel concetto di “donna come portatrice di pace”. Per una che è l’emblema della donna-coraggio, che non ha paura di sporcarsi le mani nel mondo, neanche oggi. Spirituale e profonda, critica contro ogni tipo di guerra, la Amos si oppone apertamente all’amministrazione Bush: attenta osservatrice dell’animo umano della sua terra natia, nonostante i soggiorni-fuga in Cornovaglia non dimentica mai da dove è venuta.
(Paola Maraone)
TRACKLIST:
“Parasol”
“Sweet the sting”
“The power of orange knickers” (con la partecipazione di Damien Rice)
“Jamaica Inn”
“Barons of Suburbia”
“Sleeps with butterflies”
“General joy”
“Mother Revolution”
“Ribbons undone”
“Cars and guitars”
“Witness”
“Original sinsuality”
“Ireland”
“The beekeper”
“Martha’s foolish singer”
“Hoochie woman”
“Goodbye pisces”
“Marys of the sea”
“Toast”
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