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R.E.M.,
Rock
Signori, ecco a voi un disco che fa discutere. I fan (che ne stanno parlando da tempo, ovviamente) come gli ascoltatori distratti.
C’è chi dice che i R.E.M. sono bolliti. C’è chi dice che è un bel disco. C’è chi lo adora. Tutto questo è un po’ una novità per i R.E.M., che solitamente mettono d’accordo tutti. Certo, l’uscita di un “Best” e l’ultimo disco di studio “Reveal” (2001) qualche mugugno l’avevano suscitato.
Scrivo queste cose per esperienza personale diretta: la prima volta che ho ascoltato questo disco mi ha fatto schifo. Per non dirvi della prima volta che ho ascoltato “Leaving New York”: mi sembrava Phil Collins (massimo rispetto, ma i R.E.M. sono un’altra cosa). Ok, metteteci pure che sono notoriamente un fan dei R.E.M., e che da giornalista ho sviscerato parecchio, pure troppo, la loro carriera, confondendo pure i due ruoli come non si dovrebbe fare (ehi, anche i giornalisti sono dei fan, ogni tanto! Anzi, forse lo sono troppo spesso…). Metteci pure che, come molti che seguono il gruppo, ero convinto che avrebbero sfornato un disco più “veloce”. Invece, “Around the sun” è fondamentalmente un disco di ballate.
Una volta, lo si ascolta con più calma e con meno preconcetti (tradotto: dopo che sono riuscito a sentirlo più volte e ad entrarci senza la spocchia del fan-che-sa-tutto-del-gruppo), “Around the sun” viene fuori alla grande, alla distanza. E’ un disco agrodolce; se vogliamo è poco, (per niente) innovativo. Però contiene delle gran canzoni, e una delle più belle voci del rock, quella di Michael Stipe, al suo meglio (sentitevi i vocalizzi di “I wanted to be wrong” o di “The ascent of man”. Sono da brividi).
La storia di questo disco l’avrete letta in giro (anche su Rockol – vedi news), in seguito alla loro recente visita promozionale italiana. Da quello che avrete letto saprete che è un disco fortemente politico (le domande ai R.E.M. vertevano quasi solo su quest’argomento), con alcune canzoni molto dirette in questo senso: “Final straw”, “The outsiders”, “I wanted to be wrong”. Ma è anche contraddistinto dalla speranza di rinascita, o di “ascensione”, come la chiama Stipe: due temi molto ben evidenti nelle due canzoni conclusive, “The ascent of man” e “Around the sun”.
Avrete anche letto che è un disco che in qualche modo rimanda musicalmente ad “Automatic for the people” (che da quando è uscito viene sempre tirato in ballo come termine di paragone: segno che è ormai considerato – a ragione – il capolavore della band). Per certi versi è vero, perché gli arpeggi di chitarra acustica sfoderati da Peter Buck ricordano proprio quelli di “Drive” o “Find the river”. Ciò che non si è letto a sufficienza in giro è che sarà pur vero che i R.E.M. odierni ricordano molto quelli dei primi anni ’90, ma è altrettanto evidente che “Around the sun” mostra un gruppo che non ha perso per nulla la vena creativa. Anzi.
Insomma, questi sono i R.E.M., oggi: un gruppo di quarantenni, abili come pochi altri nel comporre, arrangiare e intepretare canzoni tipicamente americane. Non aspettatevi suoni alla moda o genialate da rocker sbarbati, ma ballate come “Make it all ok” o “Boy in the well”: dei piccoli capolavori nel loro genere, così come i mid-tempo “The outsiders” (forse il punto più alto del disco, soprattutto grazie all’intervento finale del rapper Q-Tip) o “Aftermath”.
Chi si aspetta altro, chi si aspetta grandi novità o trovate sconvolgenti, rimarrà deluso. Chi invece ha voglia di ascoltare un bel disco - uno di quelli che ti viene voglia di mettere su in continuazione e che magari ti fa pure pensare a quello che succede intorno quando leggi i testi - corra a comprare “Around the sun”, lasciando perdere tutte le menate da fan e da giornalisti che avete letto in giro. Non se ne pentirà.
(Gianni Sibilla)
TRACKLIST:
”Leaving New York”
”Electron blue”
”The outsiders”
”Make it all OK”
”Final straw”
”I wanted to be wrong”
”Wanderlust”
”Boy in the well”
”Aftermath”
”High speed train”
”The worst joke over”
”The ascent of a man”
”Around the sun”.
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