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In occasione delle manovre natalizie dell’industria discografica anche Peter Gabriel ha il suo bravo “greatest hits” nei negozi: e la mente di chi è meno giovane e ha buona familiarità con il repertorio dell’ex Genesis rimbalza subito al 1990, anno di pubblicazione dell’antologia “Shaking the tree – Sixteen golden greats”. Anche perché da allora non è che il musicista inglese abbia prodotto moltissimo: due album di canzoni (“Us” e “Up”), il progetto musicale allestito per l’inaugurazione del Millennium Dome londinese (“Ovo”), una colonna sonora (“Long walk home”, per il film “Rabbit-proof fence” dell’australiano Philip Noyce). Tutti questi episodi sono naturalmente ben rappresentati nella nuova, doppia collezione, che d’altra parte perde anche, inevitabilmente, qualche pezzo per strada. Peccato, e molto, per “Family snapshot” e per “I don’t remember” (stavano entrambe sul terzo disco solista, tuttora un capolavoro), incluse tra i sedici “golden greats” di cui sopra ma che stavolta trovano posto solo nell’edizione americana di “Hit”. Peccato per la stupenda “Mercy street” (da“So”), snobbata per la seconda volta consecutiva, e per “In your eyes”, recuperata, di nuovo, solo sulla stampa USA della nuova raccolta, uscita in tre versioni differenti. Oltre a quella europea e a quella americana, infatti, è in circolazione anche un’edizione tedesca, con diversi pezzi cantati in lingua locale tra cui la suggestiva versione di “Hier kommt die Flut” (“Here comes the flood”) scomparsa dai radar dopo la pubblicazione originaria su un vecchio singolo e mix del 1980. Quella canzone resta uno degli architravi dell’edificio musicale di Gabriel (che continua infatti a proporlo anche in concerto), ed è un tipico esempio dell’inarrestabile “work in progress” a cui il musicista inglese sottopone il suo catalogo: in questa occasione, giustamente, viene preferita la versione 1990 di “Shaking The Tree”, più asciutta ed essenziale, a quella incisa per il debutto solista del 1977. Gli altri “hits” di “Hit”, invece, sono identici in tutte le versioni dell’antologia e prendono il via da “Solsbury Hill”: il primo singolo post-Genesis che neppure la produzione magniloquente di Bob Ezrin riuscì a privare di quella freschezza folk-pop benvenuta e tempestiva assai nel momento in cui il progressive si avvitava su se stesso e a Londra e dintorni si scatenava il cataclisma punk. Di lì in avanti si procede in ordine sparso, privilegiando la “sequenza” e il “flusso” dei brani rispetto all’ordine cronologico, con “Biko” e “Shock the monkey”, “Don’t give up” e “Sledgehammer”, fino ai rigurgiti di un’intera carriera condensati nell’ultimo “Up”. Dalle session di quest’ultimo proviene anche l’ “inedito”, “Burn you up, burn you down”, che poi inedito non è per i fortunati che avevano già avuto modo di mettere le mani sulle copie promozionali del disco: un intrigante funk elettronico, scritto insieme a Karl Wallinger (World Party) nel più puro stile tardo-Gabriel che qui in mezzo fa la sua dignitosa figura.
C’è poi un secondo Cd a disposizione, “Miss” (i successi mancati: lo aveva già fatto Joni Mitchell), per tappare qualche buco e rammendare qualche altra toppa. Lì Gabriel si toglie lo sfizio di un volo radente sull’album da lui meno amato (il secondo, prodotto da Robert Fripp, da cui pesca la sola “D.I.Y”) e sui suoi lavori di ispirazione cinematografica (il soul-pop “Lovetown” incluso nella colonna sonora di “Philadelphia”, una traccia dall’intenso “Passion” e una dal succitato, e poco ascoltato, “Long walk home”), sulla produzione più antica (“No self control”, frippertronics e minimalismo d’ispirazione avanguardistica; “Rhythm of the heat”, tribalismo e tecnologia sulle orme di Carl Gustav Jung: terzo e quarto album, i suoi vertici artistici), e su quella più recente (“Upside down”, da “Ovo”, è dal vivo: ma è molto più godibile sul contemporaneo Dvd del “Growing up tour”, con Peter e sua figlia Melanie che cantano imbragati a testa in giù). C’è anche l’ambiziosa e potente “Signal to noise”, inscindibile dai vocalizzi ultraterreni del compianto Nusrat Fateh Ali Khan (tanto che Gabriel non vi rinuncia neppure in concerto, riproducendoli dal disco). Questa è la sua director’s cut, e qualcuno magari non sarà d’accordo con tutte le scelte. Ma l’ascolto in sequenza è ancora una volta emozionante (ed è quel che conta). E si rimane ancora a bocca aperta di fronte a certe intuizioni geniali eppure spontanee, a quei testi così brutalmente onesti e autoanalitici (un salto quantico, rispetto alle allegorie in musica dei Genesis…), a quella voce granulosa capace di scaldare, come per frizione, anche lo strumento tecnologico più freddo e impersonale.
(Alfredo Marziano)
TRACKLIST
CD 1 – “Hit”
“Solsbury hill”
“Shock the monkey”
“Sledgehammer”
“Don’t give up”
“Games without frontiers”
“Big time”
“Burn you up, burn you down”
“Growing up (Tom Lord-Alge mix) ”
“Digging in the dirt”
“Blood of Eden (radio edit)”
“More than this (radio edit)”
“Biko”
“Steam”
“Red rain”
“Here comes the flood” (1990)
CD 2 – “Miss”
“San Jacinto”
“No self-control”
“Cloudless”
“The rhythm of the heat”
“I have the touch”
“I grieve”
“D.I.Y.”
“A different drum”
“The drop“
“The tower that ate people (Steve Osborne remix)”
“Lovetown”
“Father, son”
“Signal to noise”
“Downside up (live)”
“Washing of the water”
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